Spesa al supermercato
Spesa al supermercato

Non è soltanto una percezione davanti agli scaffali del supermercato. Fare la spesa costa sensibilmente di più rispetto a cinque anni fa e l’aumento accumulato si avvicina ormai al 30%. Una recente simulazione del Sole 24 Ore, costruita su un paniere di 31 prodotti rappresentativi della spesa settimanale di una coppia con un figlio, mostra che un carrello dal valore di 100 euro nel luglio 2021 è arrivato a costare 129,50 euro nel luglio 2026: un rincaro del 29,5%, nettamente superiore all’aumento generale dei prezzi registrato nello stesso periodo.

Un risultato che trova riscontro nella dinamica rilevata dall’Istat. Già tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari erano aumentati del 24,9%, quasi otto punti percentuali in più rispetto all’indice generale dei prezzi al consumo. Nel dettaglio, alla fine di quel periodo il cibo risultava più caro del 26,8%, con aumenti particolarmente consistenti per prodotti vegetali, latte, formaggi, uova, pane e cereali.

Il confronto tra il 2021 e il 2026 rende ancora più evidente la trasformazione dello scontrino. Tra i prodotti maggiormente rincarati figurano il caffè, con aumenti intorno al 51%, l’olio extravergine d’oliva, vicino al +47%, e i pomodori, cresciuti di circa il 45%. Forti aumenti anche per patate, uova e numerosi ortaggi.

In Calabria il cibo assorbe oltre un quarto della spesa familiare

Il caro alimentare non ha però lo stesso impatto in tutte le regioni. Ed è proprio la Calabria a mostrare uno degli elementi di maggiore fragilità. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili sui consumi familiari, nel 2024 una famiglia calabrese ha sostenuto una spesa media complessiva di circa 2.075 euro al mese, tra le più basse d’Italia. Allo stesso tempo, il 28,2% di questa spesa è stato destinato a prodotti alimentari e bevande analcoliche: la percentuale più elevata tra tutte le regioni italiane. La media nazionale si ferma al 19,3%.

È questo il punto che rende il rincaro degli alimentari particolarmente pesante per le famiglie calabresi. Dove il reddito e la capacità di spesa sono più contenuti, una quota maggiore delle risorse disponibili viene necessariamente assorbita dai beni essenziali. Un aumento del pane, dell’olio, della carne, della frutta o degli ortaggi incide dunque proporzionalmente molto più di quanto possa accadere in territori dove il bilancio familiare dispone di margini maggiori.

Anche i dati più recenti sull’inflazione confermano una pressione ancora significativa sul territorio. A luglio 2026 l’inflazione nazionale si è attestata al 2,9%, ma la Calabria ha registrato una variazione tendenziale complessiva del 3,5%, la più elevata tra le regioni. A Reggio Calabria l’aumento generale dei prezzi ha raggiunto il 4%. Si tratta di dati riferiti all’inflazione complessiva e non esclusivamente agli alimentari, ma restituiscono comunque la particolare esposizione della regione al caro vita.

L’inflazione rallenta, ma i prezzi raggiunti restano alti

Il paradosso è che oggi l’inflazione alimentare corre meno rispetto agli anni più difficili della crisi, ma questo non significa che i prezzi siano tornati indietro. A luglio 2026 il cosiddetto “carrello della spesa” segnava un aumento dell’1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre gli alimentari non lavorati crescevano del 3,6%. Il ritmo dei rincari, quindi, si è ridotto, ma si applica a prezzi che hanno già incorporato gli aumenti accumulati negli ultimi cinque anni.

Dietro questa lunga stagione di aumenti ci sono più fattori. L’Istat individua una delle principali spinte nello shock energetico esploso tra il 2021 e il 2023, che ha fatto crescere direttamente i costi delle produzioni agricole e indirettamente quelli di fertilizzanti, trasporti e trasformazione. A questi elementi si sono aggiunte le tensioni internazionali sulle materie prime e gli effetti di eventi climatici estremi sulle produzioni.

Il risultato è visibile ogni giorno alla cassa. E in una regione come la Calabria, dove quasi tre euro ogni dieci della spesa familiare finiscono già nell’acquisto di cibo e bevande, il problema va oltre l’inflazione statistica: diventa una questione di potere d’acquisto. Il rischio è che le famiglie reagiscano comprimendo ulteriormente i consumi o scegliendo prodotti meno costosi. Un fenomeno già rilevato dall’Istat: nel 2024 il 31,1% delle famiglie italiane dichiarava di aver provato a limitare la quantità o la qualità del cibo acquistato.