Calabria, il Pd delle poltrone lontano dai problemi della gente: Irto parla solo quando parla Occhiuto
Mentre agricoltori, autotrasportatori e studenti protestano contro il caro vita, il Partito Democratico calabrese appare sempre più concentrato sulle polemiche contro Occhiuto e sugli equilibri interni

C'è una domanda alla quale il Partito Democratico calabrese dovrebbe rispondere: se domani Roberto Occhiuto smettesse di parlare, il Pd avrebbe ancora qualcosa da dire? Perché questa sembra essere diventata la sua principale attività politica. Aspettare che il presidente della Regione annunci qualcosa, faccia una dichiarazione o commetta un errore. Poi arriva la replica: un comunicato di Nicola Irto, una dichiarazione di Ernesto Alecci, un intervento di Giuseppe Falcomatà. Occhiuto detta l'agenda. Il Pd la commenta Fuori dai palazzi, intanto, c'è una Calabria che protesta. Agricoltori, autotrasportatori e studenti scendono in piazza contro il costo della vita. Le famiglie fanno i conti con stipendi insufficienti, prezzi sempre più alti e giovani costretti a cercare altrove un futuro. Dovrebbe essere il terreno naturale della sinistra. Invece il Pd sembra molto più a suo agio nelle trattative per una candidatura che in mezzo a una protesta.
Irto, il segretario delle sconfitte
Nicola Irto guida il Pd calabrese. Ed è a lui che bisogna chiedere conto della condizione del partito. Le suppletive di Reggio Calabria del settembre scorso hanno confermato le difficoltà del centrosinistra. Irto ha richiamato il disimpegno di una parte del partito. Ma se il Pd non riesce neppure a mobilitare i propri dirigenti e i propri elettori, la responsabilità politica ricade innanzitutto su chi lo guida. Un segretario che perde le elezioni e poi spiega che il partito non si è impegnato abbastanza sta descrivendo il fallimento della propria direzione. C'è poi un paradosso. Nel 2021 Irto denunciava un Pd ostaggio dei feudi e delle logiche di potere. Oggi, dopo anni alla guida del partito regionale, dovrebbe spiegare quali di quei feudi abbia smantellato. Prima denunciava il sistema. Adesso quel sistema pare essere lui.
Alecci, Falcomatà e la politica delle preferenze
Nel Pd calabrese la politica sembra essersi ridotta a una questione di potere: candidature, correnti, alleanze, equilibri provinciali e preferenze. Le battaglie sociali finiscono sullo sfondo, mentre quelle per conquistare o conservare una poltrona non conoscono tregua. Le regionali del 2025 hanno messo in evidenza le tensioni e la competizione tra Nicola Irto, Ernesto Alecci e Giuseppe Falcomatà. Tre protagonisti di un partito nel quale il peso personale dei dirigenti sembra contare più delle idee e dei programmi. Alecci guida il gruppo democratico in Consiglio regionale, Falcomatà porta con sé una lunga esperienza amministrativa a Reggio Calabria, Irto tiene le redini del partito. Ognuno ha il proprio spazio politico, i propri rapporti e il proprio bacino elettorale. Il risultato è un Pd che assomiglia sempre meno a un partito della sinistra e sempre più a una federazione di interessi elettorali. Il peso politico dei dirigenti si misura soprattutto nelle preferenze raccolte attraverso reti personali, rapporti territoriali e meccanismi di consenso che sollevano anche la questione del clientelismo. Ma il consenso costruito attorno ai singoli candidati non coincide necessariamente con quello conquistato attraverso le battaglie per il lavoro, i salari, le pensioni e i diritti sociali. Una cosa è costruire una rete elettorale, un'altra è rappresentare i bisogni della gente. E quando la politica diventa una gara a chi raccoglie più voti per sé, la differenza tra destra e sinistra finisce per ridursi al colore dei manifesti.
La Calabria protesta. Il Pd dov'è?
Gli agricoltori denunciano costi di produzione insostenibili. Gli autotrasportatori protestano contro il caro carburanti. Gli studenti contestano un presente che rende sempre più difficile immaginare il futuro. Il problema è comune: chi lavora, produce o studia non riesce più a stare dietro al costo della vita. E di fronte a questa Calabria che protesta, che cosa fa il Partito Democratico? Il solito comunicato di facciata, qualche parola di solidarietà e tutto finisce lì. Perché dietro le dichiarazioni manca la sostanza: un'iniziativa politica concreta capace di dare voce e risposte a chi protesta. Del resto, il Pd non ha abbandonato le piazze, i luoghi di lavoro e i quartieri popolari. Semplicemente, la sua classe dirigente regionale non ne ha mai fatto davvero il centro della propria azione politica. Nel Pd calabrese si parla molto più di dirigenti, correnti, candidature e preferenze che di salari, disoccupazione, precarietà e povertà. E le difficoltà della gente sembrano diventare importanti soprattutto quando c'è un comunicato da firmare. A chi guadagna mille euro al mese, a chi lavora in nero, ai precari e a chi non riesce a pagare l'affitto, il Pd non riesce a offrire una prospettiva politica altrettanto riconoscibile quanto le sue polemiche contro il centrodestra. Non basta chiedere al governo Meloni di intervenire. Una sinistra dovrebbe spiegare che cosa farebbe di diverso e quali interessi sarebbe disposta a contrastare.
Un partito che non riesce più a dire niente di sinistra
Il Pd parla di sviluppo, innovazione, competitività e crescita economica. Parole rispettabili, ma che potrebbe pronunciare tranquillamente anche un dirigente di Forza Italia. Togliendo il simbolo del Pd da molti suoi comunicati, diventa difficile riconoscere un pensiero autenticamente di sinistra. Le battaglie per i salari, contro lo sfruttamento, per la redistribuzione della ricchezza, per la casa e per i servizi pubblici dovrebbero essere al centro della sua iniziativa politica. Invece finiscono troppo spesso sommerse dalle polemiche quotidiane e dalle beghe interne. La Calabria è una regione nella quale avere un lavoro non garantisce di uscire dalla povertà. Eppure il partito che dovrebbe rappresentare i lavoratori fatica a mettere questa contraddizione al centro della propria politica. È più semplice attaccare Occhiuto sulla sanità. Legittimo, naturalmente. Ma anche il centrosinistra ha governato questa terra e non può cancellare le proprie responsabilità. Non basta denunciare i guasti degli altri. Bisogna dimostrare di non essere soltanto quelli che vorrebbero sedersi sulle stesse poltrone.
Il Pd perde, ma non cambia mai
Dopo ogni sconfitta arriva il solito rituale: riflettere, ripartire dai territori, ascoltare i cittadini. Poi si torna a discutere di candidature, alleanze e rapporti di forza. Cambiano le elezioni, ma i protagonisti restano sostanzialmente gli stessi. Nel frattempo Occhiuto continua a occupare il centro della scena. E il Pd sembra aver bisogno del presidente della Regione persino per sapere di che cosa parlare. Irto, Alecci, Falcomatà e gli altri dirigenti possono continuare ad attaccarlo ogni giorno. Ma non sono riusciti a costruire una proposta capace di convincere un lavoratore povero, un precario o uno studente a riconoscersi nel loro partito. E le sconfitte elettorali sono soltanto una parte del fallimento. Il Pd sembra aver perso la propria identità di sinistra, conservando gelosamente tutto il resto: le correnti, le candidature, le preferenze e la voglia di potere. Mentre la Calabria scende in piazza per riuscire a campare, il Pd continua a discutere di chi debba comandare. Occhiuto governa. Il Pd commenta. E i calabresi, nel frattempo, si arrangiano.