Certificati anti-CPR, Corea: «Il trauma non ha un cronometro»
La coordinatrice dell’équipe sociosanitaria per i sopravvissuti a tortura interviene dopo l’inchiesta di Ravenna: al centro il riconoscimento delle vulnerabilità, i tempi dello screening e il ruolo dei medici
L’inchiesta della Procura di Ravenna sui cosiddetti “certificati anti-CPR” riapre il confronto sul modo in cui vengono valutate le condizioni di vulnerabilità dei migranti destinati ai Centri di permanenza per il rimpatrio. Nei giorni scorsi le indagini si sono estese a diverse città italiane, con perquisizioni nei confronti di oltre venti medici. Gli inquirenti ipotizzano l’esistenza di certificazioni false utilizzate per impedire il trasferimento di cittadini stranieri nei CPR e contestano, nell’ambito dell’inchiesta, anche l’ipotesi associativa. Accuse e responsabilità restano naturalmente da verificare nel corso del procedimento.
Sul caso interviene Emilia Corea, coordinatrice dell’équipe sociosanitaria che si occupa di sopravvissuti a tortura, ponendo l’attenzione su un altro aspetto: la difficoltà di riconoscere immediatamente gli effetti di violenze e traumi estremi. Secondo Corea, una persona che ha subito torture, abusi o violenze lungo il proprio percorso può non essere in grado di raccontare subito quanto accaduto. Silenzio, paura, vergogna e difficoltà nel ricostruire l’esperienza vissuta possono rendere più complessa la valutazione clinica. Per questo, sostiene, il mancato emergere immediato di un trauma non può essere automaticamente interpretato come prova della sua assenza.
Screening, i tempi amministrativi e quelli della persona
La questione si intreccia con le nuove procedure europee di screening applicabili dal 12 giugno 2026. Il Regolamento Ue 2024/1356 prevede, tra gli accertamenti, un controllo preliminare dello stato di salute e delle eventuali vulnerabilità. Lo screening alla frontiera deve essere completato entro sette giorni, mentre quello effettuato sul territorio deve concludersi entro tre. In Italia il nuovo quadro è stato accompagnato dal decreto-legge 100 del 12 giugno 2026, successivamente convertito nella legge 145 del 7 agosto.
È proprio sulla differenza tra i tempi della procedura e quelli necessari per una valutazione approfondita che si concentra Corea. A suo giudizio, uno screening preliminare non può essere assimilato a una diagnosi psicologica o psichiatrica completa. «Il trauma non ha un cronometro» è il concetto attorno al quale ruota il suo intervento: una persona potrebbe riuscire a raccontare determinati episodi soltanto dopo avere costruito un rapporto di fiducia o manifestare successivamente sintomi non emersi durante un primo colloquio. Da qui la richiesta di salvaguardare l’autonomia della valutazione sanitaria, evitando che il medico venga considerato esclusivamente in funzione della procedura amministrativa di trattenimento o rimpatrio.
CPR, controlli e tutela dei diritti fondamentali
Nel dibattito entrano anche le condizioni all’interno dei CPR. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, dopo una visita compiuta nel 2024 nei centri di Milano, Gradisca, Potenza e Roma, ha riferito di avere raccolto alcune accuse di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza, rilevando inoltre criticità nella registrazione delle lesioni e nel monitoraggio degli interventi. Nella risposta al rapporto, le autorità italiane hanno illustrato le misure adottate e le verifiche effettuate nelle strutture.
Per Corea, questi elementi rendono ancora più importante una valutazione accurata delle persone che presentano possibili condizioni di vulnerabilità. Il Regolamento europeo sullo screening stabilisce infatti che le procedure debbano rispettare i diritti fondamentali e il principio di non-refoulement e prevede l’individuazione delle persone vulnerabili affinché eventuali esigenze specifiche possano essere considerate nelle procedure successive. Il punto sollevato dalla coordinatrice è quindi quello di evitare automatismi: l’accertamento delle responsabilità nell’inchiesta di Ravenna spetta alla magistratura, mentre sul piano sanitario resta centrale la necessità di distinguere i tempi amministrativi da quelli richiesti per riconoscere e valutare le conseguenze di un trauma.