Scuola e alunni stranieri, il tetto per classe riapre il dibattito su inclusione e apprendimento
Dalla cittadinanza alla conoscenza dell’italiano, Claudio Dionesalvi riflette sulle nuove regole e propone una diversa organizzazione della didattica
Qualche anno fa, nella scuola in cui lavoro, venne a trovarci un signore che si occupava di inclusione. Ci chiese quanti fossero gli alunni di origini rom frequentanti le nostre classi. Il mio vecchio preside e io ci ponemmo una domanda: “Come facciamo a stabilire quali siano? Dal cognome? Sarebbe aberrante, razzista, lombrosiano, se ci attenessimo ai loro tratti somatici. E se qualcuno poi ci chiedesse dati e informazioni pure sugli alunni di origini arbëreshë o ebraica, come reagiremmo?”
Nelle scuole italiane, 930 mila alunni sono senza cittadinanza italiana. Di questi, 607mila sono nati in Italia. La scuola pubblica è l’unica istituzione che sinora non ha chiesto il “pedigree” alle persone che fruiscono dei suoi servizi. Nessuno, nelle segreterie scolastiche, ha mai subordinato le modalità di accesso all’istruzione degli iscritti in base alle loro origini “straniere” o italiane. Da quando entrerà in vigore il decreto Meloni sul tetto massimo di alunni stranieri per classe, anche questa istituzione dovrà operare delle distinzioni e porsi il dirimente interrogativo: l’alunno è compiutamente italiano o non lo è?
Ecco, le norme sulla scuola, approvate dal governo di destra, hanno avuto in questi anni la capacità di generare al suo interno sgomento, ombre, sospetti, inquietanti domande. È accaduto con il DDL antisemitismo: “Si può liberamente affermare che in Palestina è in atto un genocidio oppure si rischia di essere scambiati per seminatori di odio contro il popolo ebraico?” Ed è successo pure con il DDL Valditara sull’educazione sessuale: “Si può rispondere alle domande che i ragazzi e le ragazze pongono in classe sulla sessualità oppure si rischia di essere scambiati per corruttori di minorenni?”
La conoscenza dell’italiano e i livelli di apprendimento
Nonostante le destre non lo accettino, la scarsa conoscenza della lingua non è una questione razziale, ma di “classe”. Il P.I.S.A. (Programme for International Student Assessment) rivela che il 38% degli studenti italiani provenienti da famiglie povere non raggiunge le competenze minime di lettura, contro l'11% dei coetanei più ricchi. L’ISTAT ci dice che il 42% degli italiani usa il dialetto in famiglia o con gli amici. E meno male, perché il dialetto è una risorsa culturale, sociale, linguistica. Tuttavia, per la conoscenza approssimativa dell’italiano, l’uso del dialetto, da nord a sud, è una delle cause, insieme alla scarsa propensione alla lettura di libri. Secondo Eurostat, soltanto il 35% degli italiani tra i 16 e i 65 anni legge almeno un libro all'anno. Chi insegna italiano nelle scuole, lo sa. Il problema della scarsa conoscenza della lingua non riguarda solo gli alunni “stranieri”, ma anche quelli nati da famiglie italiane. Allora forse “un tetto massimo di alunni per classe” bisognerebbe ipotizzarlo davvero, ma anzitutto per gli italiani che non parlano bene l’italiano. Magari nell’insegnamento di alcune materie si potrebbe cominciare a ragionare sulla necessità di riorganizzare la didattica, dalle elementari alle superiori, come già avviene nelle università. Perlomeno in quelle che appaiono come materie di studio imprescindibili, cioè le determinanti nello sviluppo delle capacità di comunicazione e di calcolo, organizzare i gruppi classe non più su base anagrafica, bensì per livelli di apprendimento. Dunque, l’aula di Italiano, frequentata a rotazione da alunni che se necessario, al termine di un trimestre in cui sono chiamati a imparare l’uso dei verbi, ripetono il trimestre o passano a studiare altri contenuti. Ciò permetterebbe pure di abolire bocciature e voti. È ovvio che le classi dovrebbero restare eterogenee nella frequenza delle lezioni in tutte le altre materie e che gli insegnanti dovrebbero mantenere la medesima capacità relazionale con tutti, senza distinzioni, ma perlomeno in italiano e matematica, i gruppi-classe dovrebbero essere omogenei.
Le priorità del governo e il problema delle classi numerose
Niente di tutto ciò. Il governo delle destre segue altre priorità. Anche quando sembra che stia apportando dei miglioramenti, agisce in termini di opportunità politica. Se in ogni classe, oggi, troppi alunni non conoscono l’italiano e veramente “rallentano” la didattica, sarebbe logico formare più classi, in modo da averle meno numerose. Così però lo Stato spenderebbe di più. Allora la soluzione è allontanarli, mandarli a frequentare le lezioni in altri edifici. Ci saranno meno “maranza” nelle nostre scuole. E tutti vissero più sicuri e consumatori.