Dalle antiche rotte del Marchesato alla memoria del “Puttino”, dalle lotte per la terra alla tragedia di Steccato: il racconto di una comunità che non può essere rinchiusa dentro una sola immagine

Ci sono luoghi il cui nome, a un certo punto della storia, finisce per essere associato a un unico avvenimento. Cutro è diventata, agli occhi di gran parte dell’Italia e dell’Europa, la terra del naufragio avvenuto davanti alla spiaggia di Steccato nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023. Una tragedia che ha lasciato almeno 94 vittime accertate, numerosi dispersi e una ferita destinata a rimanere nella coscienza collettiva. Ma Cutro non nasce su quella spiaggia e la sua identità non può essere esaurita dal dolore di quella notte. È una città con una storia lunga, attraversata da dominazioni, conflitti sociali, fede popolare, agricoltura, emigrazione e da una straordinaria vicenda legata al gioco degli scacchi.

Un paese costruito sul grano e sulle strade

Il territorio di Cutro si distende nel cuore del Marchesato crotonese, su un altopiano che per secoli ha avuto nel grano, nel pascolo e nell’agricoltura estensiva i propri elementi caratterizzanti. L’Enciclopedia Italiana descriveva il paese, già nel 1931, come un centro posto a oltre duecento metri sul livello del mare, sul margine di un vasto tavolato interessato dalla coltivazione intensiva del frumento e dal pascolo brado. Non si tratta soltanto di un dato economico: il paesaggio agricolo ha modellato i rapporti sociali, le abitudini, il lavoro e perfino il modo in cui generazioni di cutresi hanno osservato il trascorrere delle stagioni.

Le ricostruzioni sulle origini più remote non sono del tutto uniformi. La tradizione storica riportata dal Comune colloca la nascita del centro nel periodo della Magna Grecia, tra il VII e l’VIII secolo avanti Cristo, attribuendogli una funzione di collegamento e di scambio tra la costa ionica e la valle del Tacina. La Treccani, invece, richiama un’origine bizantina. Al di là delle differenti interpretazioni, emerge la posizione strategica di Cutro: non un borgo isolato, ma un punto di passaggio lungo le vie percorse da uomini, merci e prodotti agricoli.

Durante il Medioevo, Cutro condivise gran parte delle proprie vicende politiche, religiose ed economiche con Santa Severina, dalla cui giurisdizione dipese fino alla prima metà del Cinquecento. Successivamente passò attraverso il controllo di importanti famiglie feudali, tra cui i Ruffo, i Carafa e i Filomarino, diventando il centro di un territorio dotato di proprie prerogative amministrative, conosciuto come “Stato di Cutro”.

La città degli scacchi e l’impresa di Leonardo Di Bona

La pagina più celebre della storia cutrese porta il nome di Giò Leonardo Di Bona, soprannominato “il Puttino”. Nel 1575 il giovane scacchista calabrese raggiunse la corte madrilena di Filippo II di Spagna e affrontò Ruy López de Segura, religioso e teorico del gioco considerato tra i più forti maestri europei del tempo. Di Bona riuscì a sconfiggerlo in un torneo rimasto nella storia degli scacchi. L’episodio fu successivamente immortalato dal pittore senese Luigi Mussini in una grande tela ottocentesca oggi appartenente alla collezione del Monte dei Paschi di Siena.

Nella memoria civica, quella vittoria non rappresenta soltanto il successo personale di un campione. Il Comune collega infatti all’impresa del Puttino il riconoscimento del titolo di città concesso a Cutro da Filippo II. La scacchiera è così diventata uno dei principali simboli pubblici del paese: la piazza centrale è dedicata a Giò Leonardo Di Bona e ospita una grande scacchiera pavimentale sulla quale viene rievocata la sfida disputata alla corte spagnola.

Gli scacchi, a Cutro, non sono dunque un semplice richiamo turistico. Sono una rappresentazione dell’intelligenza che supera la distanza geografica e sociale. Il giovane proveniente da una terra periferica del Regno di Napoli riesce a raggiungere il centro del potere europeo e a battere il favorito davanti al sovrano. È il racconto di una rivincita, diventato nel tempo metafora della stessa comunità cutrese.

La fede nel Crocifisso e il patrimonio del centro storico

Accanto alla scacchiera, l’altro grande elemento dell’identità locale è la devozione religiosa. Nel convento dei Frati Minori è custodito un Crocifisso ligneo del XVII secolo, conosciuto come il Cristo di Cutro e venerato dalla popolazione. Già la Treccani, negli anni Trenta del Novecento, ne sottolineava l’importanza religiosa, mentre la Regione Calabria lo indica tra i principali beni culturali e spirituali del territorio.

La religiosità cutrese vive nelle processioni, nei rientri degli emigrati, nelle case che si aprono ai familiari e nei gesti tramandati tra generazioni. La Festa del Santissimo Crocifisso non è soltanto un appuntamento liturgico, ma uno spazio nel quale la comunità ricompone simbolicamente le proprie distanze. Chi è partito torna, chi è rimasto ritrova parenti e conoscenti, mentre il paese rinnova il legame con una figura sacra percepita come presenza protettiva.

Il patrimonio storico comprende anche la chiesa di Santa Chiara, conosciuta come chiesa delle Monachelle. Costruita intorno al 1500 sulle rovine della precedente chiesa di Santa Caterina, era collegata al monastero delle Clarisse, il cui complesso ospita oggi la sede municipale. È uno dei luoghi nei quali il passato religioso si intreccia direttamente con la vita amministrativa contemporanea.

Il 1799, la Repubblica e le lotte per la terra

Cutro è stata anche una città attraversata dalle grandi fratture politiche del Mezzogiorno. Nel 1799 una parte significativa dei cittadini e delle famiglie più influenti aderì alla Repubblica Partenopea e innalzò in piazza l’albero della libertà. L’esperienza si concluse con la restaurazione borbonica guidata dalle forze del cardinale Fabrizio Ruffo, ma quell’episodio segnala la presenza, anche nelle periferie calabresi, delle idee rivoluzionarie che stavano trasformando l’Europa.

Con l’eversione della feudalità del 1806 iniziò una nuova fase istituzionale, mentre nel 1816 Cutro ottenne l’autonomia comunale nell’ordinamento borbonico. Dopo la Seconda guerra mondiale, il paese espresse con forza la propria scelta repubblicana: secondo i dati storici riportati dal Comune, al referendum del 2 giugno 1946 l’85 per cento degli elettori cutresi votò per la Repubblica.

Gli stessi anni furono segnati dalle mobilitazioni contadine contro il latifondo. Nel Crotonese, la terra non era soltanto una risorsa economica, ma il centro di una questione sociale che opponeva braccianti, piccoli coltivatori e grandi proprietari. Anche numerosi contadini di Cutro parteciparono alle rivendicazioni per l’assegnazione dei terreni, contribuendo a una stagione di lotte che avrebbe modificato profondamente la struttura sociale delle campagne calabresi.

Emigrazione, appartenenza e memoria

Come molti centri del Mezzogiorno, Cutro ha conosciuto l’emigrazione verso il Nord Italia e l’estero. Intere famiglie hanno costruito altrove il proprio futuro, conservando però un rapporto forte con il paese d’origine. L’identità cutrese si è così allargata oltre i confini comunali, diventando una rete di parentele, ricordi, ritorni estivi e tradizioni custodite a centinaia di chilometri dalla Calabria.

Il rapporto con l’emigrazione presenta anche aspetti complessi e contraddittori, che non possono essere ignorati. Ma la storia di una comunità non coincide con le responsabilità criminali di alcuni gruppi né può essere narrata attraverso generalizzazioni. Cutro è fatta soprattutto di lavoratori, agricoltori, professionisti, famiglie, associazioni e giovani che cercano di costruire occasioni in un territorio segnato da difficoltà economiche e spopolamento.

Una città che chiede di essere conosciuta

La tragedia del 2023 ha consegnato il nome di Cutro al vocabolario politico e mediatico nazionale. Da allora pronunciare “Cutro” significa, per molti, ricordare il mare, i resti dell’imbarcazione e le vite spezzate sulla spiaggia. Quella memoria deve essere custodita, perché appartiene ormai alla storia della città e dell’intero Paese. Ma proprio il rispetto per le vittime impone di conoscere anche la comunità che le accolse, pianse e riconobbe come persone.

Cutro è la città del Puttino e della scacchiera, del Crocifisso e dei campi di grano. È la terra delle lotte contadine, delle partenze e dei ritorni. È un luogo che ha conosciuto poteri feudali, speranze rivoluzionarie, povertà, riscatto e tragedie. La sua identità non è immobile: continua a trasformarsi, come una partita nella quale ogni generazione riceve una posizione già costruita e deve scegliere la mossa successiva.

Conoscere Cutro significa allora superare le etichette. Significa entrare in una storia meridionale complessa, fatta di orgoglio e ferite, di radici profonde e di una costante ricerca di futuro.