Case e ospedali di comunità in Calabria, la sanità territoriale riuscirà davvero ad avvicinarsi ai cittadini?
Il PNRR sta ridisegnando la rete dell’assistenza fuori dagli ospedali: strutture di prossimità, presa in carico dei cronici e ricoveri a bassa intensità. Ma la vera sfida sarà riempire i nuovi presìdi di personale, servizi e integrazione
Portare una parte dell’assistenza sanitaria fuori dai grandi ospedali e più vicino ai luoghi in cui vivono i cittadini. È questa la scommessa delle Case della Comunità e degli Ospedali di Comunità, i due pilastri della nuova rete territoriale finanziata dalla Missione Salute del PNRR.
In Calabria il percorso è entrato nel vivo nel 2026. Tra giugno e luglio la Regione ha adottato numerosi decreti per attestare la funzionalità delle strutture e il raggiungimento dei target previsti, coinvolgendo tutte le Aziende sanitarie provinciali. Sono stati approvati modelli organizzativi per Cosenza, Catanzaro, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia, mentre per gli Ospedali di Comunità risultano già attivati, tra gli altri, quelli di Chiaravalle Centrale, Lamezia Terme Centro Inail e Soveria Mannelli.
Cosa sono davvero le Case della Comunità
Le Case della Comunità non sono piccoli ospedali. Il modello nazionale le definisce come luoghi fisici facilmente riconoscibili nei quali il cittadino deve poter entrare in contatto con il sistema sanitario, sociosanitario e sociale.
La loro funzione dovrebbe essere soprattutto quella di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze: gestione delle patologie croniche, assistenza infermieristica, medicina generale, prevenzione, servizi specialistici, supporto sociosanitario e orientamento all’interno della rete.
Per una regione come la Calabria, caratterizzata da piccoli comuni, aree interne e territori montani, la possibilità di ricevere una risposta sanitaria senza doversi spostare sempre verso un ospedale rappresenta uno degli aspetti potenzialmente più rilevanti della riforma.
Il regolamento regionale per farle funzionare
Nel marzo 2026 la Regione Calabria ha approvato specifiche linee di indirizzo per il funzionamento delle Case della Comunità, recependo il modello organizzativo previsto dal decreto ministeriale 77 del 2022.
Il passaggio è importante perché segna il superamento della sola fase edilizia. Una struttura può infatti essere completata, arredata e dotata di apparecchiature, ma non diventare automaticamente un presidio sanitario realmente utile.
Il vero banco di prova riguarda l’organizzazione quotidiana: quali professionisti saranno presenti, con quali orari, quali prestazioni saranno garantite e quanto sarà effettivo il collegamento con medici di famiglia, specialisti, ospedali e servizi sociali.
Gli Ospedali di Comunità tra casa e ricovero ospedaliero
Diversa è la funzione degli Ospedali di Comunità. Il Ministero della Salute li definisce strutture di ricovero intermedie tra il domicilio e l’ospedale tradizionale. Sono destinati a pazienti che non hanno bisogno di cure ad alta intensità ma che, allo stesso tempo, non possono essere assistiti adeguatamente a casa.
È il caso, ad esempio, di persone anziane o fragili che devono completare un percorso di recupero dopo una fase acuta, di pazienti cronici con una riacutizzazione controllata o di cittadini che necessitano di assistenza infermieristica continuativa.
In teoria, una rete ben funzionante di Ospedali di Comunità dovrebbe alleggerire anche i reparti ospedalieri, evitando ricoveri più lunghi del necessario e liberando posti letto destinati alle situazioni acute.
In Calabria le prime strutture sono entrate in funzione
I decreti regionali adottati nel giugno 2026 testimoniano il passaggio alla fase operativa di una parte della rete.
La Regione ha preso formalmente atto dell’avvio degli Ospedali di Comunità di Chiaravalle Centrale, Lamezia Terme Centro Inail e Soveria Mannelli, mentre analoghi provvedimenti hanno riguardato le strutture ricadenti nei territori delle altre Aziende sanitarie provinciali.
Parallelamente sono stati approvati gli elenchi delle Case della Comunità considerate funzionali ai fini degli obiettivi PNRR, compresa quella di Taurianova e numerose strutture distribuite nelle province calabresi.
Il PNRR riduce le distanze, almeno sulla carta
L’investimento nazionale sulle Case della Comunità ha una dotazione complessiva di 2 miliardi di euro e punta alla realizzazione di almeno 1.038 strutture entro il 2026. Il target originario era superiore, ma è stato rimodulato a causa dell’aumento dei costi dei materiali e delle difficoltà legate alla realizzazione degli interventi.
Per gli Ospedali di Comunità il target nazionale è stato invece fissato ad almeno 307 strutture.
La logica è chiara: costruire una rete diffusa che riduca la distanza tra cittadini e assistenza sanitaria, soprattutto nei territori dove l’ospedale rappresenta spesso l’unico punto di riferimento.
Il vero problema sarà il personale
La domanda decisiva, però, non riguarda più soltanto quanti edifici verranno completati.
Per far funzionare la sanità territoriale occorrono medici, infermieri, specialisti, operatori sociosanitari e personale amministrativo. È proprio qui che la Calabria dovrà misurarsi con una delle criticità più persistenti del proprio sistema sanitario: la difficoltà nel reperire e trattenere professionisti.
Una Casa della Comunità priva di personale sufficiente rischia di trasformarsi in un edificio nuovo ma con un’offerta limitata. Lo stesso vale per un Ospedale di Comunità che non riesca a garantire adeguatamente la presenza infermieristica e medica necessaria.
È quindi ragionevole ritenere che la riuscita della riforma dipenderà almeno quanto dalle assunzioni e dall’organizzazione quanto dalla conclusione dei lavori strutturali.
Medici di famiglia, il nodo dell’integrazione
Un secondo elemento riguarda il rapporto con la medicina generale. Le Case della Comunità sono state pensate per diventare punti di accesso integrati, nei quali il cittadino non debba più muoversi tra servizi completamente separati. Per raggiungere questo obiettivo sarà però necessario costruire una collaborazione stabile con i medici di medicina generale e con i pediatri di libera scelta.
Se questi professionisti rimarranno ai margini del nuovo sistema, il rischio è quello di creare un ulteriore livello organizzativo invece di semplificare il percorso del paziente.
La sfida delle aree interne
È nelle aree interne che la nuova rete potrebbe produrre l’effetto più importante.
In molti territori calabresi raggiungere un presidio ospedaliero significa percorrere decine di chilometri lungo strade non sempre rapide. Anziani, persone con disabilità e pazienti cronici sono quelli che maggiormente risentono di questa distanza.
Una Casa della Comunità realmente operativa può evitare spostamenti per controlli, medicazioni, follow-up e prestazioni di base. Un Ospedale di Comunità vicino al luogo di residenza può invece permettere a un paziente di completare un percorso assistenziale senza occupare un letto in un grande ospedale lontano da casa.
È questo il punto in cui la riforma può passare da progetto sanitario a politica contro lo spopolamento e l’isolamento dei territori.
La Regione aumenta le risorse per l’assistenza territoriale
Nel luglio 2026 la Giunta regionale ha approvato anche il riparto provvisorio delle risorse destinate al potenziamento dell’assistenza territoriale, insieme al nuovo Piano di rientro sanitario 2026-2028. Le somme vengono distribuite tra le cinque Aziende sanitarie provinciali sulla base dei criteri elaborati da Azienda Zero.
Il segnale è che la costruzione della rete territoriale non viene più considerata soltanto una partita legata al PNRR, ma un elemento del nuovo assetto complessivo della sanità calabrese.
La questione sarà capire se le risorse diventeranno prestazioni concretamente percepibili dai cittadini.
Anche il sociale dovrà entrare nella nuova rete
Le Case della Comunità nascono come strutture non esclusivamente sanitarie. L’obiettivo nazionale è integrare assistenza sanitaria, sociosanitaria e sociale.
In Calabria questa impostazione incontra un territorio nel quale molte fragilità sanitarie sono strettamente legate a condizioni sociali: anziani soli, disabilità, povertà, difficoltà di trasporto e comuni con popolazione sempre più ridotta.
La Regione ha avviato anche collaborazioni con l’Università della Calabria sui temi del welfare di prossimità e dell’integrazione sociosanitaria, segnale di un tentativo di collegare maggiormente i due ambiti.
Meno accessi impropri ai pronto soccorso
Uno degli effetti attesi dalla nuova rete è anche la riduzione della pressione sui pronto soccorso.
Molti accessi riguardano infatti bisogni che potrebbero essere gestiti fuori dall’ospedale se esistessero alternative territoriali accessibili e riconoscibili.
Una Casa della Comunità capace di prendere in carico il paziente cronico e un Ospedale di Comunità in grado di gestire la fase post-acuta possono contribuire a costruire proprio quella rete intermedia che per anni è risultata debole.
Ma perché questo accada i cittadini devono sapere dove andare, quali servizi trovare e in quali orari.
Non basta inaugurare gli edifici
Il rischio principale della riforma è quindi quello di fermarsi al raggiungimento formale degli obiettivi PNRR.
I decreti regionali adottati tra giugno e luglio mostrano una forte accelerazione verso l’attestazione di funzionalità delle strutture. Tuttavia, “funzionale” sul piano amministrativo e “utile” nell’esperienza quotidiana del paziente non sono necessariamente sinonimi.
Il vero indicatore sarà rappresentato dal numero delle persone effettivamente prese in carico, dalle prestazioni disponibili, dagli orari di apertura, dalla continuità dei professionisti e dalla capacità di evitare viaggi verso gli ospedali per bisogni che possono essere risolti sul territorio.
La prova più importante comincia adesso
Case e Ospedali di Comunità rappresentano probabilmente una delle occasioni più importanti degli ultimi decenni per cambiare l’organizzazione della sanità calabrese.
Le strutture stanno entrando nella rete e gli atti regionali del 2026 mostrano che la fase di realizzazione sta progressivamente lasciando spazio a quella operativa.
Adesso, però, comincia la parte più difficile: trasformare edifici, tecnologie e modelli organizzativi in assistenza quotidiana.
Se la Calabria riuscirà a garantire personale, integrazione con la medicina generale, continuità dei servizi e collegamento tra sanitario e sociale, la distanza tra cittadini e cure potrà realmente ridursi. In caso contrario, il rischio sarà aver costruito una nuova rete sulla carta senza riuscire a modificare fino in fondo quella che i calabresi incontrano ogni giorno.