amari calabresi

L’amaro è, per definizione, una bevanda che risveglia il palato con il suo gusto deciso, ma quando si parla di amari calabresi, a essere amaro è anche il bilancio finale di un sistema che troppo spesso sfrutta la ricchezza naturale e simbolica della Calabria senza restituirle adeguato valore economico.

Una storia antica, un’identità da difendere

Gli amari nascono nei monasteri medievali, dove i monaci li preparavano con piante officinali per scopi digestivi e curativi. La Calabria, con la sua biodiversità straordinaria e una tradizione erboristica secolare, è terra d’elezione per queste preparazioni. Le erbe spontanee, gli agrumi, le radici e le cortecce che crescono tra le montagne della Sila e le coste ioniche costituiscono un patrimonio botanico unico, capace di offrire profili aromatici inimitabili.

Negli ultimi anni, il marchio "amaro calabrese" ha conquistato il mercato nazionale e internazionale, diventando una delle espressioni più riconosciute del made in Calabria nel settore beverage.

Ma dietro questa aura di autenticità e territorialità, si cela una dinamica produttiva molto meno radicata nel territorio di quanto i consumatori immaginino.

Materia prima calabrese, ma filiera fuori regione

Il paradosso è evidente: le erbe sono calabresi, il nome lo è, la narrazione è costruita sul territorio — ma la trasformazione no. In molti casi, le aziende che commercializzano amari "calabresi" non hanno stabilimenti in Calabria, né si occupano localmente della macerazione, della produzione o dell’imbottigliamento.

Le materie prime, raccolte in Calabria, vengono spedite in altre regioni (o addirittura fuori dall’Italia), dove avvengono l’estrazione aromatica, la lavorazione alcolica, la raffinazione e la messa in bottiglia. Una volta completato il ciclo produttivo, il prodotto torna in Calabria solo come marketing, per evocare un legame che spesso è più immaginato che reale.

Quanta economia rimane davvero in Calabria?

È una domanda scomoda, ma necessaria: quanto valore economico resta realmente in Calabria, quando un amaro “calabrese” viene prodotto altrove?

Ai raccoglitori locali vengono riconosciuti prezzi da materia prima grezza, spesso bassi e poco stabili.

Il lavoro di trasformazione (con maggiore valore aggiunto) avviene fuori regione: ciò significa meno occupazione, meno know-how e meno investimenti in Calabria.

Il marketing gioca su stereotipi: “selvaggio”, “puro”, “ancestrale”. Ma l’unica cosa autentica resta spesso il nome sull’etichetta.

In pratica, l’intera catena del valore viene spezzata: la Calabria offre il terroiri, ma non incassa i frutti del successo commerciale.

L’illusione dell’autenticità: quando il brand tradisce il territorio

L’autenticità di un prodotto non si misura solo dalla sua origine geografica, ma anche dal modo in cui è prodotto. È qui che la comunicazione di alcuni marchi si fa ambigua: il richiamo alla tradizione e alle erbe locali diventa una strategia di branding, svuotata però da una reale adesione a un modello produttivo sostenibile e coerente.

I consumatori vengono attirati da etichette che raccontano la Calabria, ma non sanno che l’intera filiera – dalla distillazione alla logistica – può essere gestita da aziende con sede legale, capitale e interessi economici lontani dal Sud.

In questo modo, si rafforza il paradosso: la Calabria è "raccontata" come un luogo autentico, ma viene esclusa dal processo economico che dà valore a quella autenticità.

Autenticità in pericolo: serve trasparenza

È tempo che i produttori parlino chiaro. Serve una trasparenza totale in etichetta: dove sono state raccolte le erbe? Dove è avvenuta la trasformazione? Dove l’imbottigliamento?

La fiducia del consumatore oggi si conquista non solo con una buona storia, ma con la verifica dei fatti. Un’etichetta che racconta solo metà della verità è un’etichetta che inganna.

Un vero amaro calabrese dovrebbe essere coltivato, trasformato, imbottigliato e distribuito in Calabria. Solo così diventa motore di sviluppo locale, generatore di posti di lavoro, e ambasciatore autentico del territorio.

Un'opportunità per la Calabria: chiudere la filiera

Ma c’è anche un'opportunità: riconquistare la filiera. In Calabria esistono già competenze, laboratori, microdistillerie artigianali e cooperative che lavorano interamente sul territorio. Queste realtà vanno sostenute, raccontate, premiate.

L’obiettivo non è solo produrre “buoni amari”, ma costruire un’economia territoriale resiliente, dove il valore non venga sistematicamente esternalizzato. Chiudere la filiera in Calabria significherebbe anche: Garantire qualità più controllata; Aumentare i margini per i piccoli produttori; Evitare che la Calabria venga ridotta a marchio folkloristico per profitti altrui; Dalle radici al bicchiere: cosa dovrebbe essere un amaro calabrese.

Un vero amaro calabrese dovrebbe avere una tracciabilità completa, un’identità territoriale trasparente, e un impegno verso l’economia locale. Non basta che un amaro abbia il nome di una montagna o di un’erba selvatica calabrese: serve la prova che la Calabria ne sia protagonista vera, e non solo testimonial involontaria.

Un amaro può essere anche una promessa

Promessa di qualità, di legame con la terra, di rispetto per chi raccoglie, produce, imbottiglia e distribuisce. Promessa di non ridurre la Calabria a uno slogan, ma di farne davvero il cuore pulsante di un’eccellenza italiana.

Finché quella promessa non sarà mantenuta, il sapore sarà amaro, sì — ma per i motivi sbagliati.