etichette non conformi

Negli ultimi mesi, dopo una serie di articoli pubblicati su Calabria News 24, molti lettori hanno scritto alla redazione con una frase ricorrente: “Da quando vi leggiamo, guardiamo le etichette in modo diverso”.

Non è poco. Perché l’etichetta è l’unico strumento che il consumatore ha per capire cosa sta comprando. Eppure è anche il luogo dove, più spesso, le informazioni diventano minime, vaghe, diluite.

Questa inchiesta nasce da qui. Non da un sospetto, non da un’accusa, ma da una constatazione semplice: gran parte dei prodotti alimentari venduti in Calabria è perfettamente legale, ma informativamente povera. E quando il cibo smette di essere leggibile, il mercato diventa opaco.

UE, miscela, origine non UE: cosa significano davvero

“Origine del latte: UE”. “Carne proveniente da Paesi UE”. “Miele miscela di mieli UE e non UE”. Queste diciture compaiono ogni giorno sugli scaffali dei supermercati calabresi. Sono previste dalla normativa europea e nazionale. Nessuna violazione, nessuna irregolarità formale.

Ma UE non è un luogo geografico preciso. È un perimetro enorme, che comprende sistemi produttivi profondamente diversi tra loro. Un latte proveniente da un piccolo allevamento montano e uno prodotto in un sistema intensivo da migliaia di capi possono rientrare nella stessa categoria. Legalmente. Ma nutrizionalmente, ambientalmente ed economicamente no.

Il consumatore, davanti a quella scritta, non può sapere: da quale Paese arriva la materia prima; che tipo di allevamento è coinvolto; quanto è lunga la filiera; quante intermediazioni ci sono state. Sa solo che “è UE”. E questo, oggi, è considerato sufficiente.

Il banco assistito e l’illusione della prossimità

C’è un punto del supermercato dove la fiducia cresce automaticamente: il banco assistito. Il banco del formaggio, della carne, del pesce. Qui il prodotto viene tagliato davanti al cliente, pesato, confezionato al momento. C’è un rapporto umano, uno scambio di parole. Ma il banco non garantisce l’origine.

Molti dei prodotti presenti arrivano già da piattaforme logistiche nazionali o internazionali. Vengono lavorati in loco, ma la materia prima ha viaggiato molto. L’etichetta, spesso ridotta al minimo, è l’unico indizio. E spesso rimanda ancora una volta a un’origine generica.

Si crea così una illusione di località: il prodotto sembra vicino perché viene servito vicino. Ma tra il luogo di produzione e il banco c’è una distanza che il consumatore non riesce a misurare.

La Calabria evocata: quando la tradizione diventa marketing

In Calabria il cibo non è solo cibo. È identità, memoria, racconto. Proprio per questo, nel marketing alimentare, la tradizione calabrese viene spesso evocata. “Ricetta tradizionale”. “Gusto di una volta”. “Preparato secondo la tradizione”. Parole che non sono false, ma che non sono verificabili. La legge non obbliga a dimostrare che quella tradizione abbia un legame diretto con il territorio. Basta che non venga dichiarato il falso in modo esplicito.

Il risultato è una zona grigia: prodotti che sembrano calabresi, che “suonano” calabresi, ma che non permettono di capire se: la materia prima è calabrese; la trasformazione avviene in Calabria; il valore economico resta sul territorio. La tradizione diventa un linguaggio, non un fatto.

Etichette legali, ma non educative

È importante dirlo chiaramente: le etichette rispettano la legge. Ma la legge stabilisce uno standard minimo di tutela, non un livello massimo di trasparenza.

L’etichetta serve a evitare frodi evidenti, non a raccontare la filiera. E così si crea una situazione paradossale: tutto è regolare, ma il consumatore non è in grado di comprendere davvero.

Questo non è un vuoto normativo. È una scelta di sistema. E come tutte le scelte di sistema, produce effetti.

Chi paga il prezzo dell’opacità informativa

Quando le informazioni sono generiche, il confronto si sposta su un solo parametro: il prezzo. E il prezzo, nel mercato alimentare, è un fattore spietato. Il prodotto industriale, con filiere lunghe e standardizzate, costa meno. Il prodotto locale reale, con costi più alti e volumi ridotti, costa di più.

Quando questi due prodotti vengono messi sullo stesso piano informativo, vince sempre il più economico. Non perché sia migliore, ma perché è più facile da scegliere.

In Calabria questo meccanismo ha un effetto devastante: indebolisce i produttori locali; rende invisibile la differenza qualitativa; spinge il mercato verso l’omologazione. Il consumatore non sceglie male. Sceglie al buio.

Il diritto a sapere non è un capriccio

Chiedere etichette più chiare non è estremismo alimentare, né nostalgia rurale. È un diritto basilare. Il diritto di sapere cosa si mangia, da dove arriva, che tipo di economia si sostiene con il proprio acquisto.

In una regione come la Calabria, dove l’agroalimentare è una delle poche leve economiche reali, l’opacità informativa non è neutra. È un fattore che incide sul futuro dei territori.

Il grande equivoco: tutto è legale, ma non tutto è giusto

Questa inchiesta non parla di illegalità. Parla di equivoci strutturali. Di un mercato che funziona secondo le regole, ma che lascia il consumatore senza strumenti. Di etichette che rassicurano, ma non spiegano. Di una tradizione evocata, ma non sempre rispettata. Il rischio più grande non è mangiare male. È non sapere più cosa stiamo mangiando.

Vedere per scegliere

L’obiettivo di questa inchiesta non è spaventare, né accusare. È fare ciò che il giornalismo dovrebbe fare sempre: rendere visibile ciò che normalmente resta sullo sfondo. Perché finché le etichette resteranno generiche, la scelta resterà apparente. E finché la scelta sarà apparente, il mercato continuerà a premiare chi costa meno, non chi produce meglio.

In Calabria il cibo non è una merce qualunque. È territorio, lavoro, futuro. E un futuro che non si riesce a leggere, difficilmente si riesce a difendere.