Angela Tibullo
Angela Tibullo

Angela Tibullo, originaria di Reggio Calabria, ha deciso di rendere pubbliche le proprie riflessioni dopo la conclusione della vicenda giudiziaria che l’ha vista coinvolta per anni con un’accusa particolarmente grave, quella di concorso esterno in associazione mafiosa.

Dopo un lungo percorso processuale, la Corte d’Appello ha pronunciato la sentenza di assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste”, una decisione che ha segnato la fine di una vicenda iniziata nel 2018 e che, come la stessa Tibullo sottolinea, ha inciso profondamente sulla sua vita personale e familiare.

Il peso dell’accusa e gli anni tra carcere e domiciliari

Nel suo racconto, Tibullo ricorda i momenti più difficili vissuti dopo l’arresto, avvenuto nell’agosto del 2018, quando il suo nome e la sua immagine erano presenti su numerosi organi di informazione.

La donna ha ripercorso i settanta giorni trascorsi in carcere, lontana dalla figlia di quattro anni, e i successivi tre anni agli arresti domiciliari, descrivendo un periodo segnato da sospetti, isolamento e sofferenza. Secondo quanto racconta, oltre alle conseguenze giudiziarie, il peso maggiore è stato quello sociale e umano, legato allo stigma che spesso accompagna accuse di questo tipo anche quando il procedimento non si è ancora concluso.

La richiesta di equilibrio nell’informazione

Al centro delle dichiarazioni di Tibullo c’è una riflessione sul ruolo dell’informazione. La donna non contesta il diritto di cronaca, che definisce un pilastro della democrazia, ma richiama l’attenzione sulla necessità che la narrazione sia completa, includendo non solo le accuse e gli sviluppi iniziali, ma anche l’esito definitivo dei processi.

Secondo Tibullo, quando l’assoluzione non riceve lo stesso spazio mediatico dell’arresto, il rischio è che nell’opinione pubblica resti una percezione distorta della realtà, con conseguenze che possono prolungarsi ben oltre la conclusione della vicenda giudiziaria.

Una testimonianza personale tra dolore e gratitudine

Nel suo messaggio, Angela Tibullo ha voluto esprimere gratitudine alla propria famiglia, che l’ha sostenuta durante gli anni più difficili, e ai legali che l’hanno assistita nel processo, riconoscendo il lavoro svolto per dimostrare la sua innocenza.

La donna ha sottolineato di non parlare con spirito polemico, ma con l’intenzione di raccontare per intero la propria storia, affinché non resti soltanto il ricordo dell’accusa ma anche quello della verità giudiziaria che ha portato all’assoluzione.

Il valore della memoria completa delle vicende giudiziarie

Il racconto di Tibullo si conclude con una riflessione più ampia: ciò che è accaduto, sostiene, potrebbe riguardare chiunque. Per questo, afferma, è importante che ogni vicenda venga raccontata fino alla fine, nel rispetto dei diritti delle persone e del principio di presunzione di innocenza.

Una richiesta che, al di là del caso personale, richiama il tema più generale del rapporto tra giustizia, informazione e reputazione, e del delicato equilibrio tra diritto di cronaca e tutela della dignità individuale.