Agrivoltaico in Calabria, i campi valgono più come centrali elettriche? Il rischio di perdere terra produttiva
Affittare un terreno per produrre energia può garantire agli agricoltori entrate più stabili rispetto alle coltivazioni

Un terreno agricolo può produrre olive, grano, ortaggi o energia elettrica. Ma cosa succede quando quest'ultima attività promette entrate più prevedibili e, in alcuni casi, economicamente più interessanti rispetto al lavoro nei campi? È una domanda destinata a pesare sempre di più sul futuro dell'agricoltura calabrese, dove l'arrivo di nuovi investimenti nelle fonti rinnovabili apre opportunità importanti, ma anche interrogativi sulla tutela delle superfici produttive. Il tema è quello dell'agrivoltaico, un sistema che consente di combinare la produzione di energia solare con le attività agricole sullo stesso terreno. In teoria, una soluzione capace di conciliare due esigenze: contribuire alla transizione energetica e mantenere la produzione alimentare. Nella pratica, però, il risultato dipende da come vengono progettati gli impianti, da quali colture vengono mantenute e soprattutto da chi gestisce l'investimento. Per un agricoltore alle prese con il caro gasolio, i costi dell'irrigazione, la difficoltà di reperire manodopera e prezzi di vendita spesso insufficienti, la proposta di concedere un terreno in locazione a una società energetica può apparire allettante. Un contratto pluriennale potrebbe garantire un'entrata senza esporsi interamente alle incertezze del mercato agricolo. Il rischio è che, poco alla volta, il valore di un terreno venga misurato più sulla quantità di energia che può produrre che sulla sua capacità di generare prodotti agricoli.
Anche in Calabria avanzano i progetti: dal Crotonese al Lametino
L'interesse verso l'agrivoltaico non è soltanto teorico. I provvedimenti pubblicati dalla Regione Calabria mostrano la presenza di diversi progetti sottoposti alle procedure amministrative e ambientali. Tra gli interventi esaminati nel 2026 compare un impianto denominato Crotone, con potenza nominale di circa 17,7 megawatt e opere connesse nei territori di Crotone, Cutro, San Mauro Marchesato e Scandale. Un altro progetto, denominato Colli Crotonesi, prevede una potenza nominale di circa 16,7 megawatt, con interventi nell'area di Crotone e collegamenti verso Scandale. Nel Catanzarese, invece, risulta un progetto agrivoltaico da circa 9,98 megawatt nel territorio di Lamezia Terme, anch'esso oggetto di una procedura ambientale. Non si tratta necessariamente di impianti già realizzati o entrati in esercizio. I documenti attestano l'esistenza di iniziative progettuali e relativi procedimenti, mentre l'effettiva realizzazione dipende dall'ottenimento dei titoli richiesti e dai successivi investimenti. Questi esempi, tuttavia, aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno: non semplici pannelli destinati ad alimentare una singola azienda agricola, ma investimenti energetici che possono interessare superfici territoriali significative. La questione diventa quindi anche urbanistica, paesaggistica ed economica. Ogni progetto modifica l'organizzazione dello spazio agricolo e richiede una valutazione della compatibilità con le attività produttive già presenti.
Il vero agrivoltaico deve continuare a produrre cibo
La distinzione fondamentale è quella tra un normale impianto fotovoltaico installato su terreno agricolo e un sistema agrivoltaico che consente di coltivare o allevare contemporaneamente alla produzione di energia. Non basta collocare pannelli sopra un terreno classificato come agricolo per garantire che l'agricoltura continui a esistere. Il decreto ministeriale sull'agrivoltaico avanzato del dicembre 2023 prevede, per gli impianti che accedono al relativo sistema di sostegno, che almeno il 70% della superficie complessiva sia destinato all'attività agricola. Stabilisce inoltre requisiti per l'altezza dei moduli, per la produzione elettrica e per il monitoraggio della continuità delle attività agricole. Per le coltivazioni sotto i pannelli, l'altezza minima prevista è generalmente di 2,1 metri, mentre per alcune configurazioni zootecniche o con moduli verticali è di 1,3 metri. Sono requisiti importanti, ma non eliminano ogni criticità. Un terreno può risultare formalmente destinato all'agricoltura senza garantire necessariamente la stessa produttività, la medesima varietà di colture o le stesse possibilità di lavorazione precedenti. La differenza tra un agrivoltaico sostenibile e un progetto prevalentemente energetico si misura anche dopo la realizzazione dell'impianto, verificando ciò che continua realmente a essere coltivato.
Nuove regole: la produzione agricola deve essere salvaguardata
Il dibattito ha assunto un rilievo nazionale anche sul piano legislativo. La disciplina italiana ha introdotto limitazioni per il fotovoltaico con moduli collocati a terra nelle aree agricole, prevedendo specifiche eccezioni e un diverso trattamento per gli impianti agrivoltaici sopraelevati. La Corte costituzionale, con la sentenza numero 127 del luglio 2026, ha affrontato il tema della tutela del suolo agricolo e della compatibilità delle limitazioni con lo sviluppo delle energie rinnovabili. Un elemento particolarmente significativo arriva dalle modifiche normative introdotte tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026: per i progetti agrivoltaici interessati dalla nuova disciplina è prevista una dichiarazione asseverata, redatta da un professionista abilitato, che attesti l'idoneità dell'impianto a conservare almeno l'80% della produzione lorda vendibile. È un passaggio importante perché sposta l'attenzione dalla semplice disponibilità di terreno agricolo alla sua effettiva capacità produttiva. Il principio è chiaro: la produzione di energia non dovrebbe trasformarsi in una giustificazione per svuotare di contenuto l'attività agricola. Resta però centrale il tema dei controlli. Le condizioni dichiarate nei progetti devono trovare riscontro nella gestione concreta degli impianti e nella produzione effettivamente ottenuta.
La rendita per i proprietari: opportunità economica o incentivo ad abbandonare le coltivazioni?
Uno degli aspetti meno discussi riguarda la convenienza economica per chi possiede i terreni. In una regione nella quale molte aziende agricole faticano a ottenere margini soddisfacenti dalla vendita dei propri prodotti, l'affitto a una società energetica può rappresentare una soluzione interessante. Il proprietario potrebbe ottenere un reddito periodico concordato contrattualmente, senza dover affrontare direttamente i rischi di mercato legati alla commercializzazione di olive, cereali o altre produzioni. Ma occorre distinguere tra il proprietario del fondo e l'agricoltore che lo coltiva. Non sempre sono la stessa persona. Un terreno concesso in affitto per uso agricolo può essere lavorato da un'impresa diversa da quella proprietaria. Se quest'ultima decidesse di destinarlo a un investimento energetico, potrebbero emergere conseguenze per chi vi svolge la propria attività, nel rispetto dei contratti e delle norme applicabili. C'è poi il problema del rapporto tra piccoli proprietari e grandi investitori. Una società energetica può disporre di capitali, consulenti e competenze contrattuali che una piccola impresa agricola difficilmente possiede. In queste condizioni, l'agricoltore rischia di passare dal ruolo di produttore e imprenditore a quello di semplice concedente del terreno, mentre la parte più rilevante del valore generato dall'energia rimane nelle mani del soggetto che realizza e gestisce l'impianto. Questo non significa che concedere un terreno in locazione sia necessariamente una scelta sbagliata. Significa però che la convenienza deve essere valutata considerando la durata dell'accordo, gli obblighi di manutenzione, le limitazioni imposte alle coltivazioni, il ripristino finale dei luoghi e le garanzie offerte dal soggetto investitore. Una rendita vantaggiosa nel presente potrebbe infatti comportare vincoli molto lunghi sull'utilizzo futuro del fondo.
Quali colture possono convivere con i pannelli?
Non tutte le coltivazioni reagiscono allo stesso modo alla presenza dei moduli fotovoltaici. L'ombreggiamento parziale può risultare favorevole per alcune specie, soprattutto in presenza di temperature elevate e forte irraggiamento. In determinate condizioni può contribuire a ridurre l'evaporazione dal suolo e lo stress idrico delle piante. Per altre colture, invece, una diminuzione eccessiva della luce disponibile può compromettere la crescita e la produttività. Le ricerche dell'ENEA evidenziano il potenziale dei sistemi agrivoltaici sostenibili, ma sottolineano anche l'importanza di una progettazione capace di integrare caratteristiche degli impianti, esigenze delle colture, gestione dell'acqua e tutela del paesaggio. Per la Calabria questo aspetto è determinante. Le esigenze di un oliveto della Piana di Gioia Tauro non sono necessariamente le stesse di un terreno cerealicolo del Crotonese, di un agrumeto della Piana di Sibari o di un vigneto collinare. La stessa configurazione dei pannelli può produrre risultati molto diversi in base all'orientamento, all'altezza, alla distanza tra le file e alla disponibilità idrica. Occorre inoltre valutare la possibilità di utilizzare trattori e attrezzature agricole, la gestione delle operazioni di raccolta e la compatibilità delle strutture con le colture permanenti. Un progetto realmente agricolo dovrebbe quindi partire dalle caratteristiche del terreno e dalle esigenze produttive dell'azienda, non adattare soltanto in un secondo momento una coltivazione alla disposizione dei pannelli.
Energia e agricoltura, gli incentivi possono cambiare il mercato
A rendere particolarmente interessante il settore contribuiscono anche gli strumenti di sostegno pubblico. Il decreto Agrivoltaico collegato al PNRR ha previsto un contributo in conto capitale fino al 40% dei costi ammissibili, insieme a una tariffa incentivante sull'energia elettrica prodotta e immessa in rete, secondo le condizioni stabilite dal meccanismo. Si tratta di agevolazioni pensate per favorire investimenti capaci di integrare produzione agricola ed energia rinnovabile. Ma la disponibilità di incentivi pone un'ulteriore domanda: chi è effettivamente nelle condizioni di beneficiarne? Gli investimenti richiedono risorse finanziarie, capacità progettuali, competenze tecniche e procedure amministrative che possono risultare impegnative per una piccola azienda. Il pericolo è che i soggetti economicamente più strutturati riescano a occupare una posizione dominante nel mercato, mentre gli agricoltori vengano coinvolti soprattutto come proprietari delle superfici necessarie. Per superare questo squilibrio servono modelli nei quali le imprese agricole possano partecipare direttamente alla produzione energetica e ai relativi benefici economici.
La proposta della Cia: l'agricoltore deve restare protagonista
Proprio sulla necessità di evitare che la transizione energetica si trasformi in un processo estraneo al mondo agricolo è intervenuta Cia-Agricoltori Italiani. Nel luglio 2026 la Confederazione ha presentato il progetto «Rinnovabile è Agricoltura», pensato per accompagnare le imprese agricole nello sviluppo di sistemi energetici sostenibili e nella partecipazione alle Comunità energetiche rinnovabili. L'obiettivo dichiarato è costruire un modello nel quale la produzione di energia rappresenti un'integrazione dell'attività agricola e non una sua sostituzione. La posizione è stata rilanciata anche da Cia Calabria, che ha sottolineato la necessità di tutelare i terreni produttivi, mantenere il valore delle coltivazioni e garantire un coinvolgimento diretto delle aziende. L'indicazione è significativa: la transizione energetica può rappresentare un'occasione di diversificazione del reddito agricolo, purché non diventi il motivo per rinunciare definitivamente alla produzione alimentare. È un principio che riguarda anche la distribuzione dei benefici sul territorio. Un impianto capace di generare energia potrebbe contribuire a ridurre le spese elettriche delle aziende, sostenere sistemi di irrigazione e favorire forme di autoconsumo. Una prospettiva diversa rispetto alla semplice locazione di vaste superfici a operatori esterni.
Quanto terreno potrebbe perdere la Calabria? Il dato che manca
Per comprendere la reale portata del fenomeno sarebbe necessario conoscere non soltanto quanti megawatt siano previsti nei progetti, ma anche quanti ettari interessino, quali colture siano attualmente presenti e quale produzione agricola verrebbe mantenuta. È questa una delle questioni sulle quali il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi. L'elenco dei procedimenti amministrativi permette di individuare singoli investimenti, ma non è sufficiente, da solo, a determinare quanta superficie agricola produttiva sia stata effettivamente sottratta alle coltivazioni in Calabria. Sarebbe inoltre necessario distinguere tra progetti presentati, autorizzati, in costruzione e già operativi, evitando di sommare iniziative che potrebbero non essere mai realizzate. Per valutare gli effetti economici e territoriali degli impianti servirebbero dati sulla produzione agricola precedente e successiva alla loro installazione, sulle aziende direttamente coinvolte e sulla distribuzione dei ricavi energetici. Senza queste informazioni, il rischio è alimentare due rappresentazioni opposte ma ugualmente incomplete: quella dell'agrivoltaico come soluzione sempre vantaggiosa e quella dei pannelli solari come inevitabile distruzione del paesaggio agricolo. La realtà dipende dalla qualità dei progetti e dalla capacità delle istituzioni di verificarne gli effetti.
Il futuro dei campi calabresi non può dipendere soltanto dal prezzo dell'energia
La Calabria dispone di condizioni climatiche favorevoli alla produzione di energia solare e di un patrimonio agricolo che rappresenta una risorsa economica, ambientale e paesaggistica. Le due caratteristiche non devono necessariamente entrare in conflitto. Un agrivoltaico progettato intorno alle esigenze dell'impresa agricola può offrire opportunità di reddito, riduzione dei costi e maggiore autonomia energetica. Un sistema concepito soprattutto per massimizzare la produzione elettrica, invece, rischia di relegare la coltivazione a una funzione marginale. C'è infine un elemento che supera il rapporto economico tra proprietario e investitore: il terreno agricolo non è soltanto un bene privato dal quale ricavare un reddito, ma una risorsa limitata dalla quale dipendono produzione alimentare, occupazione e conservazione del territorio. Una volta realizzati impianti destinati a restare operativi per decenni, le scelte compiute oggi possono influenzare l'utilizzo dei terreni per un'intera generazione. Per questo la vera domanda non è se la Calabria debba scegliere tra agricoltura ed energia rinnovabile. È come riuscire a produrre entrambe, senza compromettere la prima per favorire la seconda. La differenza si misurerà nei campi: nella quantità di prodotti che continueranno a essere raccolti, nelle aziende che rimarranno attive e nella quota di ricchezza energetica che resterà effettivamente agli agricoltori calabresi.