La Cittadella di Germaneto
La Cittadella di Germaneto

Sette milioni di euro messi da parte per portare i calabresi alle urne. Un referendum già fissato per il 29 novembre. E, contemporaneamente, una battaglia giudiziaria della Regione per contestare proprio il procedimento che a quelle urne ha portato.

La vicenda dei sottosegretari voluti da Roberto Occhiuto sta diventando uno dei più singolari cortocircuiti della politica calabrese.

Il Tar: il ricorso della Regione è inammissibile

L’ultimo capitolo arriva dal Tar Calabria, che ha dichiarato inammissibile, per difetto relativo di giurisdizione, il ricorso presentato dalla Regione contro il provvedimento dell’Ufficio centrale regionale per il Referendum presso la Corte d’Appello di Catanzaro.

Nessuna decisione, dunque, sul merito del referendum. I giudici amministrativi hanno stabilito che non spetta al Tar pronunciarsi sulla decisione dell’Ufficio referendario: la controversia appartiene alla giurisdizione ordinaria.

La Regione, se vorrà continuare la battaglia, dovrà quindi spostarla davanti al giudice competente.

Intanto, però, il referendum resta in piedi.

La modifica dello Statuto e i due sottosegretari

E per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare all’inizio della storia.

Tra novembre 2025 e gennaio 2026 il Consiglio regionale approva una modifica dello Statuto della Calabria. La riforma interviene sull’assetto istituzionale della Regione: tra le novità ci sono l’ampliamento della Giunta e la possibilità per il presidente di nominare fino a due sottosegretari alla Presidenza.

I sottosegretari dovrebbero coadiuvare il governatore nello svolgimento dei compiti legati al mandato e possono partecipare alle riunioni della Giunta, ma senza diritto di voto.

Per l’opposizione si tratta, molto più semplicemente, di nuove poltrone politiche di cui la Calabria potrebbe tranquillamente fare a meno.

La richiesta di referendum

Così, il 28 aprile, sette consiglieri regionali di minoranza – Ernesto Francesco Alecci, Elisabetta Maria Barbuto, Vincenzo Bruno, Francesco De Cicco, Giuseppe Falcomatà, Rosellina Madeo e Giuseppe Ranuccio – depositano la richiesta di referendum popolare sulla legge statutaria.

Ma il referendum si ferma praticamente alla partenza.

Il segretario generale del Consiglio regionale ritiene infatti che la procedura non possa essere avviata. La ragione è nella normativa regionale, che esclude dalla consultazione le modifiche statutarie considerate meramente organizzative o di dettaglio.

Secondo questa interpretazione, l’ampliamento della Giunta e l’introduzione dei sottosegretari rientrerebbero proprio in questa categoria.

Il ribaltone del 26 giugno

I consiglieri di opposizione non accettano lo stop e si rivolgono all’Ufficio centrale regionale per il Referendum istituito presso la Corte d’Appello di Catanzaro e composto da tre magistrati.

Il 26 giugno arriva il ribaltone.

L’Ufficio centrale accoglie le ragioni dei promotori, ritiene ammissibile la richiesta e dispone che l’iter referendario prosegua.

A quel punto entra direttamente in campo la Regione Calabria.

La Regione ricorre al Tar

L’Avvocatura regionale impugna il provvedimento davanti al Tar chiedendone la nullità o l’annullamento. La tesi della Regione è sostanzialmente opposta a quella accolta dall’Ufficio referendario: le modifiche avrebbero natura organizzativa e, proprio per questo, non dovrebbero essere sottoposte a referendum.

Comincia così una situazione che ha qualcosa di politicamente surreale.

Da una parte la Regione tenta davanti ai giudici di fermare la consultazione. Dall’altra, non potendo sospendere l’iter in attesa della decisione, deve prepararsi a celebrarla.

Il voto viene fissato al 29 novembre

L’11 agosto Roberto Occhiuto firma il decreto di indizione: si voterà domenica 29 novembre 2026.

Nel decreto viene precisato che la consultazione viene convocata nelle more della decisione dell’autorità giudiziaria.

Ma per votare servono anche i soldi.

Sette milioni per il referendum

E qui il paradosso diventa costoso.

Nell’assestamento di bilancio regionale vengono stanziati 7 milioni di euro per l’eventuale svolgimento del referendum: 2 milioni destinati alle spese della consultazione sostenute direttamente dall’ente e altri 5 milioni per quelle delle amministrazioni locali.

Sette milioni accantonati per organizzare un referendum che la stessa Regione sta cercando di fermare attraverso il contenzioso giudiziario.

La porta del Tar si chiude

Adesso arriva la decisione del Tar.

E per la Regione la porta della giustizia amministrativa si chiude: il ricorso viene dichiarato inammissibile per difetto relativo di giurisdizione.

Non significa che il Tar abbia stabilito che i sottosegretari siano illegittimi. E non significa neppure che abbia definitivamente certificato la legittimità del referendum.

Significa che quella battaglia è stata portata davanti al giudice sbagliato.

La Regione potrà eventualmente riproporla davanti alla giustizia ordinaria. Ma, salvo nuovi sviluppi giudiziari o politici, sul calendario rimane cerchiata in rosso la data del 29 novembre.

Il Pd: Occhiuto torni indietro

Il Pd, intanto, chiede a Occhiuto di fermarsi prima.

Secondo il gruppo democratico in Consiglio regionale, il presidente dovrebbe tornare in Aula e cancellare per via politica le modifiche contestate, evitando così di trascinare i calabresi alle urne e di spendere milioni di euro per una consultazione nata attorno a quello che l’opposizione considera un semplice allargamento delle poltrone a disposizione della maggioranza.

Il paradosso politico e istituzionale

Ed è proprio qui che tutta la vicenda assume la sua dimensione più paradossale.

Si modifica lo Statuto per ampliare la Giunta e introdurre due sottosegretari. Sette consiglieri chiedono che decidano i cittadini. Gli uffici regionali fermano il referendum. Tre magistrati lo rimettono in moto. La Regione ricorre al Tar. Nel frattempo stanzia sette milioni e convoca gli elettori. Poi il Tar dichiara di non essere il giudice competente.

E la storia potrebbe non essere ancora finita.

I sottosegretari, intanto, restano sulla carta.

Le polemiche, i ricorsi e i sette milioni, invece, sono già diventati terribilmente reali.