Gusto Ribelle: Pane e pasta, quanto costa davvero produrli e perché il prezzo sale mentre la qualità scende
Dal grano duro alla semola, dall’energia ai margini della distribuzione: il viaggio reale di due simboli della tavola calabrese tra numeri ufficiali e trasformazioni silenziose
Ogni volta che il prezzo del pane o della pasta aumenta, la spiegazione arriva puntuale: è colpa del grano. È una risposta comoda. Semplice. Immediata. Ma quanto incide davvero il grano sul prezzo finale che paghiamo al supermercato o al forno sotto casa?
I listini ufficiali delle borse merci agricole italiane mostrano che il prezzo del grano duro negli ultimi anni ha avuto oscillazioni importanti, con picchi legati a tensioni internazionali e condizioni climatiche avverse. In alcuni momenti si sono registrati aumenti significativi rispetto ai livelli del 2019.
Eppure, quando il prezzo del grano cala, il pane non scende quasi mai con la stessa velocità. La pasta raramente torna ai livelli precedenti.
Il costo della materia prima incide, ma non è l’unico fattore. E spesso non è nemmeno il principale nel prezzo finale.
Quanto incide davvero il grano su un chilo di pasta
Facciamo un esempio concreto. Per produrre un chilo di pasta servono circa 1,3–1,4 kg di grano duro, che diventano semola e poi prodotto finito. Se il prezzo del grano duro alla borsa merci oscilla tra 30 e 40 centesimi al chilo (valore medio indicativo negli ultimi anni con forti variazioni nei picchi), la materia prima incide in misura limitata sul prezzo finale.
Tradotto in termini pratici: anche un aumento significativo del grano può incidere di pochi centesimi sul pacco di pasta da un euro o poco più. E allora perché sugli scaffali troviamo aumenti ben più evidenti?
Perché il prezzo finale non è solo grano. È: trasformazione industriale; energia; trasporto; imballaggio; logistica; margine del produttore; margine della grande distribuzione. Il grano è l’inizio della catena. Non è la fine.
Energia: il vero moltiplicatore invisibile
Se c’è una voce che negli ultimi anni ha inciso in modo strutturale è l’energia. Forni, pastifici, essiccatoi, impianti di confezionamento. Tutto funziona con energia elettrica e gas. L’aumento dei costi energetici registrato nel biennio 2022–2023 ha avuto un impatto diretto sui costi di produzione. Un forno artigianale, ad esempio, ha visto aumentare in modo sensibile le bollette per alimentare forni elettrici o a gas. Lo stesso vale per i pastifici industriali, dove l’essiccazione è un processo energivoro.
Questo significa che una parte degli aumenti di prezzo è stata legata ai costi energetici. Ma anche qui vale la stessa domanda: quando l’energia scende, il prezzo finale si adegua con la stessa rapidità? La risposta è quasi sempre no.
Il forno sotto casa: tra tradizione e sopravvivenza
In Calabria il pane non è solo un alimento. È identità. Ma il panificio tradizionale oggi è stretto tra: aumento delle materie prime; aumento dell’energia; aumento dei costi del personale; concorrenza della grande distribuzione.
Molti forni hanno dovuto ritoccare i prezzi al chilo. Il pane comune, che per anni è rimasto stabile, ha registrato aumenti che hanno colpito soprattutto le famiglie numerose. Ma c’è un altro elemento.
Per mantenere un prezzo competitivo, alcuni operatori hanno ridotto: peso effettivo delle pezzature; tempo di lievitazione; qualità delle farine utilizzate. Non è una regola generale. Ma è una dinamica osservabile. Il pane che costa meno non è sempre lo stesso pane di prima.
Pasta industriale: il gioco dei formati e delle grammature
Anche nel mondo della pasta si è verificato un fenomeno silenzioso. Le confezioni restano visivamente simili, ma in alcuni casi: la grammatura è stata ridotta; sono stati introdotti formati “speciali” con prezzo più alto; si è puntato su linee premium con packaging più accattivante. Il prezzo al chilo è l’unico parametro che consente un confronto reale.
Molti consumatori guardano il prezzo totale del pacco. Pochi controllano il prezzo unitario. E qui si gioca la partita.
Margini della grande distribuzione: quanto pesa lo scaffale
Un altro nodo delicato è il ruolo della grande distribuzione organizzata. I margini applicati lungo la filiera non sono sempre pubblici in modo dettagliato. Tuttavia, è noto che la distribuzione svolge un ruolo decisivo nel determinare il prezzo finale.
Il produttore negozia con la Gdo condizioni che includono: sconti promozionali; contributi marketing; logistica; posizionamento a scaffale. Questi elementi incidono sul prezzo finale. Quando il prodotto è in promozione, qualcuno assorbe il costo. Non è mai una magia. E quando il prodotto torna a prezzo pieno, il margine viene recuperato. La Gdo non è il nemico. Ma è un attore centrale nel determinare cosa paga il consumatore.
Qualità che cambia: farine, lavorazioni, tempi
Un altro aspetto meno visibile è la trasformazione qualitativa. Nel pane: utilizzo di miscele di farine diverse; lievitazioni più rapide; riduzione di lavorazioni tradizionali. Nella pasta: tempi di essiccazione; scelta della semola; controllo della trafilatura. Il consumatore difficilmente percepisce questi cambiamenti senza un confronto diretto. Ma quando il prezzo sale e la qualità percepita scende, la frustrazione aumenta. Il punto non è demonizzare l’industria. È chiedere trasparenza.
Calabria produttrice, ma non sempre valorizzata
La Calabria produce grano duro di qualità. Eppure sugli scaffali non sempre il legame con il territorio è evidente. Molte produzioni locali finiscono in circuiti più ampi, perdendo identità lungo la filiera. Il consumatore calabrese spesso paga pane e pasta a prezzi che non riflettono un reale sostegno diretto al produttore locale. Questo crea un paradosso: territorio ricco di produzione, ma valore aggiunto che si disperde.
Perché il prezzo sale anche quando il grano scende
Il meccanismo è semplice. Quando una voce di costo aumenta, il prezzo finale viene adeguato. Quando quella voce si riduce, altre componenti restano: energia; logistica; personale; marketing; margini consolidati. Il prezzo tende a stabilizzarsi verso l’alto. Il mercato funziona così. Ma il consumatore deve esserne consapevole.
Come non farsi raccontare la favola del “è colpa del grano”
Tre controlli pratici: Guardare il prezzo al chilo e confrontare marche diverse. Leggere l’origine del grano sulla pasta. Informarsi sulla composizione delle farine nel pane. Non serve diventare esperti. Serve attenzione.
Quanto pesa sul bilancio familiare
Pane e pasta sono prodotti base. Non sono optional. Un aumento anche di pochi centesimi al chilo, moltiplicato per consumi settimanali, diventa rilevante su base annuale.
In Calabria, dove i redditi medi sono inferiori rispetto alla media nazionale, anche aumenti apparentemente contenuti incidono in modo significativo. Il carrello alimentare è il termometro reale dell’economia familiare. Il punto finale: pagare di più non è il problema. Non sapere perché sì. Gusto Ribelle non è contro il mercato. È contro la superficialità. Il prezzo del pane e della pasta nel 2026 è il risultato di una catena complessa.
Ma se il consumatore si ferma alla spiegazione più semplice — “è colpa del grano” — rinuncia a capire davvero. Il vero costo non è solo economico. È culturale. Pagare di più può essere giustificato se si sostiene qualità, filiera trasparente, territorio. Pagare di più mentre la qualità scende è un’altra storia. E la differenza si gioca nello scontrino, nella lista ingredienti, nella consapevolezza.
Il prezzo del grano incide molto sul costo della pasta
Incide, ma rappresenta solo una parte del prezzo finale. Energia, trasformazione e distribuzione pesano in modo significativo.
Perché il pane aumenta anche quando il grano scende? Perché il prezzo finale include altre voci di costo che possono restare elevate.
La qualità del pane è davvero cambiata? In alcuni casi sì, per effetto di riduzione tempi di lavorazione e utilizzo di miscele diverse, pur nel rispetto delle normative.
Come confrontare davvero i prezzi? Guardando il prezzo al chilo e non solo il prezzo della confezione.