Campi abbandonati, la Calabria che non coltiva più: chi può restituire valore alla terra?
Terreni incolti, proprietà frammentate e aziende che chiudono: migliaia di ettari rischiano di perdere la propria vocazione produttiva. La Banca regionale della terra potrebbe favorire il recupero, ma servono investimenti, strumenti concreti e condiz

Ci sono terreni che un tempo garantivano reddito a intere famiglie e che oggi sono ricoperti da rovi ed erbacce. Uliveti non più curati, vecchi frutteti lasciati a se stessi, appezzamenti agricoli che nessuno lavora da anni. È una realtà presente in diverse aree della Calabria, soprattutto nei territori interni, dove lo spopolamento e l'invecchiamento della popolazione si accompagnano alla progressiva perdita delle attività agricole. Eppure, mentre una parte del patrimonio fondiario rischia di rimanere inutilizzata, esistono giovani e imprese che faticano a trovare superfici disponibili per avviare o ampliare un'attività produttiva. Un paradosso che solleva una questione fondamentale: quanta terra potrebbe tornare a produrre in Calabria e quali ostacoli impediscono di recuperarla? Il problema non riguarda soltanto il futuro dell'agricoltura. L'abbandono dei terreni può avere conseguenze sulla manutenzione del territorio, sulla prevenzione degli incendi, sulla stabilità dei versanti e sulla sopravvivenza economica delle comunità rurali. Recuperare le superfici effettivamente coltivabili significa quindi intervenire su una risorsa che ha un valore produttivo, ambientale e sociale.
In dieci anni scomparse oltre 42mila aziende agricole calabresi
Per comprendere la trasformazione delle campagne bisogna partire dai numeri. Secondo il settimo Censimento generale dell'agricoltura dell'Istat, nel 2020 la Calabria contava 95.538 aziende agricole, contro le 137.790 del 2010. In dieci anni sono dunque scomparse dalle rilevazioni oltre 42mila aziende, con una riduzione del 30,7%. Nello stesso periodo, però, la superficie agricola utilizzata è diminuita in misura molto più contenuta: da circa 549mila a 543mila ettari, con una contrazione di poco superiore all'1%. È una distinzione importante. La chiusura di un'azienda non comporta necessariamente l'abbandono dei terreni, che possono essere acquisiti, affittati o gestiti da altre imprese. La superficie media aziendale, infatti, è aumentata, passando da circa quattro a 5,7 ettari. Questi dati mostrano una riorganizzazione profonda del settore agricolo calabrese, ma non consentono di quantificare direttamente tutti i terreni abbandonati. Il fenomeno richiederebbe una ricognizione territoriale specifica, capace di distinguere le superfici realmente inutilizzate da quelle ancora gestite, anche con pratiche agricole estensive. Resta comunque evidente una questione: la progressiva riduzione del numero di imprese agricole rappresenta un segnale di difficoltà, soprattutto nelle aree dove trovare nuovi operatori disposti a coltivare è sempre più complicato.
Terreni ereditati e proprietari lontani: perché la terra rimane ferma
Uno dei principali ostacoli al recupero delle superfici agricole riguarda la struttura della proprietà fondiaria. In Calabria molti terreni sono stati suddivisi nel corso delle generazioni attraverso successioni ereditarie, dando origine a piccoli appezzamenti intestati a più proprietari. Può accadere che un terreno appartenga a diversi eredi, alcuni residenti fuori regione o all'estero, senza che nessuno abbia un interesse diretto a coltivarlo. In altri casi mancano accordi tra i comproprietari, oppure la documentazione relativa ai passaggi di proprietà non è stata completamente aggiornata. Il risultato è che superfici potenzialmente produttive diventano difficili da acquistare, affittare o utilizzare attraverso contratti di lungo periodo. Anche quando esiste un imprenditore interessato a recuperare un terreno, la necessità di individuare tutti i proprietari e raggiungere un accordo può trasformarsi in un percorso complesso. A questo si aggiunge il problema della frammentazione fondiaria: coltivare appezzamenti piccoli e distanti tra loro comporta costi più elevati per gli spostamenti, l'impiego dei macchinari e l'organizzazione delle lavorazioni.
La Calabria ha già previsto una Banca regionale della terra
Un elemento centrale riguarda gli strumenti normativi già disponibili. Con la legge regionale n. 5 del 2019, la Calabria ha previsto, all'articolo 75, l'istituzione della Banca regionale della terra, finalizzata a favorire il recupero produttivo dei terreni agricoli incolti o abbandonati. Il meccanismo previsto dalla normativa punta a raccogliere informazioni sulle superfici disponibili, comprese quelle pubbliche e private, per facilitarne l'accesso attraverso vendita, affitto o altre forme di concessione consentite. Tra gli obiettivi figurano l'ampliamento delle superfici aziendali, l'insediamento di nuove imprese, il ricambio generazionale, la valorizzazione del patrimonio rurale e la tutela del territorio. La stessa disciplina regionale, all'articolo 77, regola le funzioni relative all'assegnazione dei terreni incolti o abbandonati, attribuendo specifiche competenze ai Comuni e alle Unioni di Comuni e prevedendo la presentazione di piani di gestione da parte dei soggetti interessati. La questione, tuttavia, è capire quanto queste disposizioni si siano tradotte in opportunità effettivamente accessibili agli agricoltori. Quanti terreni sono stati censiti, quanti risultano disponibili e quanti sono stati concretamente recuperati alla produzione? Sono interrogativi ai quali sarebbe necessario rispondere attraverso dati aggiornati sull'attuazione della normativa. L'esistenza di uno strumento legislativo, infatti, non dimostra da sola che le superfici inutilizzate siano state effettivamente rimesse a coltura.
Recuperare un terreno abbandonato può costare più di quanto renda
Individuare le superfici disponibili rappresenta soltanto il primo passaggio. Il problema successivo riguarda la convenienza economica della loro riattivazione. Un terreno rimasto inutilizzato per anni può richiedere interventi di pulizia, sistemazione del suolo, ripristino delle vie di accesso e delle infrastrutture irrigue. Nel caso di vecchi uliveti o frutteti possono essere necessari lavori di recupero delle piante, potature straordinarie o nuovi impianti. Tutte operazioni che comportano spese prima ancora di ottenere un raccolto. Se il terreno si trova in una zona montana, presenta forti pendenze oppure non dispone di adeguati collegamenti, i costi possono aumentare ulteriormente. E quando il prezzo riconosciuto ai produttori non garantisce margini sufficienti, recuperare una superficie agricola rischia di diventare economicamente insostenibile.È proprio questo il nodo che dovrebbe orientare le politiche di recupero: non basta mettere la terra a disposizione, occorre creare le condizioni affinché qualcuno possa coltivarla ottenendo un reddito. Senza una valutazione della sostenibilità economica, anche un terreno recuperato potrebbe tornare inutilizzato dopo pochi anni.
Giovani agricoltori: la terra disponibile non sempre è accessibile
Il recupero delle superfici abbandonate potrebbe rappresentare un'opportunità per il ricambio generazionale, ma la disponibilità materiale di un terreno non coincide automaticamente con la possibilità di utilizzarlo. Un giovane che vuole avviare un'impresa agricola deve poter contare su contratti sufficientemente lunghi per recuperare gli investimenti, accesso al credito, infrastrutture funzionanti e superfici compatibili con il progetto produttivo. Gli investimenti iniziali possono essere particolarmente impegnativi quando si parte da appezzamenti degradati o privi di servizi. Tra le possibili soluzioni rientrano concessioni pluriennali di terreni pubblici, contratti di affitto incentivati, forme di garanzia per l'accesso al credito e sostegni specifici per le spese di ripristino. Anche la gestione associata potrebbe contribuire a superare le difficoltà legate alle piccole dimensioni dei fondi. Cooperative, reti di imprese e associazioni fondiarie possono consentire di organizzare attività agricole su superfici più ampie senza modificare necessariamente la proprietà dei singoli appezzamenti. Rimane però indispensabile evitare che il recupero venga affrontato soltanto come un intervento di pulizia o manutenzione. Per attrarre nuovi imprenditori serve una prospettiva economica credibile.
Campi abbandonati e rischio incendi: il problema riguarda anche la sicurezza del territorio
La perdita delle attività agricole ha ripercussioni che vanno oltre la produzione alimentare. La mancata gestione di alcune superfici può favorire l'accumulo di vegetazione secca e materiale combustibile, aumentando la vulnerabilità agli incendi in determinate condizioni. Allo stesso modo, l'abbandono di sistemazioni agrarie tradizionali, terrazzamenti e opere di regimazione delle acque può contribuire a rendere più fragile il territorio. Non ogni terreno non coltivato, tuttavia, rappresenta un elemento di degrado. Alcune superfici possono evolvere verso habitat naturali di valore ecologico, mentre prati e pascoli estensivi mantengono importanti funzioni ambientali pur non essendo sottoposti a lavorazioni intensive. Occorre quindi distinguere tra terreni agricoli recuperabili, aree che necessitano di manutenzione e superfici per le quali la rinaturalizzazione può rappresentare una soluzione più appropriata. Nelle zone interne della Calabria, dove molte comunità affrontano contemporaneamente spopolamento, difficoltà economiche e vulnerabilità ambientali, questa distinzione diventa particolarmente importante. Riportare attività agricole dove esistono condizioni adeguate potrebbe contribuire anche a mantenere una presenza umana costante sul territorio, rafforzando le attività di manutenzione e presidio delle aree rurali.
Dai terreni pubblici alle proprietà private: da dove potrebbe partire il recupero
Una strategia regionale potrebbe partire dalla conoscenza effettiva delle superfici inutilizzate. Sarebbe necessario costruire un quadro aggiornato, Comune per Comune, attraverso informazioni catastali, strumenti cartografici, dati agricoli e verifiche sul territorio. Una volta individuati i terreni, occorrerebbe classificarli in base alla possibilità concreta di recuperarli: accessibilità, disponibilità idrica, caratteristiche del suolo, vincoli ambientali, condizioni della proprietà e potenziale produttivo. Le superfici pubbliche effettivamente disponibili potrebbero rappresentare uno dei punti di partenza, perché in determinati casi consentirebbero procedure di assegnazione più semplici rispetto a proprietà private suddivise tra numerosi eredi. Per i terreni privati, invece, sarebbe utile favorire accordi volontari e contratti di gestione capaci di offrire garanzie sia ai proprietari sia agli agricoltori. Un ruolo importante potrebbe essere svolto dai Comuni, dalle organizzazioni professionali agricole e dagli enti di assistenza tecnica, soprattutto per accompagnare proprietari e imprese nella definizione dei contratti e dei progetti di recupero. Ma ogni intervento dovrebbe essere accompagnato da una verifica dei risultati: ettari effettivamente tornati alla produzione, nuove imprese insediate, posti di lavoro generati e capacità delle attività di mantenersi economicamente nel tempo.
La vera sfida non è trovare la terra, ma convincere qualcuno a coltivarla
Il futuro dei terreni abbandonati della Calabria non dipende soltanto dalla possibilità di individuarli o assegnarli. Dipende soprattutto dalla capacità di restituire convenienza economica al lavoro agricolo. Se produrre continua a costare troppo rispetto ai ricavi, se le infrastrutture rimangono insufficienti e se l'accesso alla terra resta complicato, anche nuove iniziative di recupero rischiano di incontrare difficoltà. I dati disponibili raccontano una regione nella quale il numero delle aziende agricole si è fortemente ridotto, senza che questo abbia determinato una perdita proporzionale della superficie utilizzata. Segno che una parte dell'agricoltura ha saputo riorganizzarsi, mentre rimane aperta la questione delle superfici più marginali e difficili da gestire. Per affrontarla servirebbe innanzitutto una risposta chiara: quanti ettari agricoli sono oggi realmente abbandonati in Calabria, quanti potrebbero tornare produttivi e quali risorse sarebbero necessarie per recuperarli? Senza questi dati, il rischio è continuare a parlare genericamente di terre inutilizzate senza conoscere la reale dimensione del fenomeno. La Calabria ha già previsto strumenti normativi per contrastare l'abbandono fondiario. La sfida è trasformarli in risultati misurabili, collegando il recupero delle superfici a investimenti, nuovi insediamenti agricoli e opportunità di reddito. Perché un campo abbandonato non rappresenta sempre e soltanto una produzione perduta. In alcuni territori può essere anche il segnale di un'economia rurale che si sta progressivamente ritirando. E riportare quella terra a produrre, dove esistono condizioni sostenibili, significa provare a restituire una prospettiva a chi vorrebbe continuare a vivere e lavorare nelle campagne calabresi.