Neonata rapita in clinica a Cosenza, i periti su Rosa Vespa: “azione consapevole, nessuna psicosi”
La relazione dei periti esclude l’infermità di mente e attribuisce l’azione a una condotta consapevole. Il procedimento entra in una fase decisiva
A Cosenza è trascorso un anno dal rapimento della neonata Sofia Cavoto, sottratta ai genitori l’8 gennaio 2025 dalla clinica Sacro Cuore. Nei giorni scorsi è stata depositata la perizia psichiatrica disposta dal giudice per le indagini preliminari Letizia Benigno nei confronti di Rosa Vespa, accusata di aver portato via la piccola dopo aver simulato per nove mesi uno stato di gravidanza. L’imputata, difesa dagli avvocati Gianluca Garritano e Teresa Gallucci, si è sottoposta agli accertamenti tra ottobre e novembre 2025. La famiglia della madre della neonata si è costituita parte civile con gli avvocati Chiara Penna e Paolo Pisani, affiancati dalle consulenti Simonetta Costanzo e Flaminia Bolzan.
L’esito degli accertamenti clinici
La perizia, affidata allo psichiatra Michele Di Nunzio, alla psicologa e criminologa Gabriella Bolzoni e alla psicoterapeuta e psicologa giuridica Roberta Costantini, analizza la gravidanza immaginaria e la condotta antecedente al rapimento. I periti descrivono una donna consapevole delle proprie azioni, pur evidenziando periodi di sospensione dell’aderenza al reale durante la gravidanza simulata. Viene sottolineato come Vespa abbia adottato cautele compatibili con una pianificazione, tra cui l’evitare accertamenti ginecologici che, per età, sarebbero stati necessari. Punto centrale della relazione è l’esclusione di una struttura psicotica: la gravidanza non viene qualificata come delirio strutturato né come mera simulazione, ma come una soluzione di conversione somatica a un vuoto narcisistico-depressivo.
Consapevolezza dell’agire e risposte ai quesiti del giudice
Secondo i periti, il rapimento della neonata è avvenuto in modo consapevole e non riconducibile a un raptus o a uno scompenso psicotico acuto. La narrazione del presunto parto, pur inesistente, viene letta come l’epilogo di un percorso immaginario che non ha compromesso la capacità di comprendere il significato e le conseguenze delle azioni. Alla prima domanda del giudice, la risposta è netta: al momento del fatto, Rosa Vespa non presentava condizioni psichiche tali da determinare un’infermità di mente. In assenza di tale infermità, i periti ritengono non necessario pronunciarsi sulla pericolosità sociale. Quanto all’analisi complessiva della condotta, la relazione evidenzia un’aderenza al piano del reale, accompagnata da prudenza e scaltrezza. Il deposito della perizia segna così un passaggio chiave nell’inchiesta, mentre la città torna a interrogarsi su una vicenda che ha profondamente colpito la comunità.