"Se questo è un uomo" perchè non empatizziamo con i cadaveri dei migranti emersi dal mare?
L'umanità si è spenta, e forse è proprio questo il problema principale. Non rivediamo più un simile, lo allontaniamo. Come se fosse qualcosa che non ci appartiene. Uno stillicidio di cui non facciamo parte.
"Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane. Che muore per un si o per un no". Le scrisse Primo Levi, queste parole, descrivendo la disumanità che avvolge il genocidio. La lotta alla razza che disegna vincitori e vinti. Fortunati e sfortunati. Perchè di questo si parla. Dipende da quale parte dell'emisfero tu sia nato. Dipende dal colore della pelle con cui sei venuto al mondo. Le immagini che hanno sconvolto le recenti pagine di cronaca sono raccapriccianti. Cadaveri trasportati dal mare. Cadaveri senza volto. "Senza capelli e senza nome". Tredici in tutto, tra le coste della Sicilia e della Calabria. Sarebbe facile dire che il mare li ha uccisi. Che la tempesta li ha uccisi. Sarebbe facile dare la colpa alla loro scelta. Sarebbe facile puntare il dito contro chi ha deciso di lasciare la propria terra per cause politiche, perchè privi di un passaporto, privi della libertà di scelta, ed imbarcarsi clandestinamente, perchè è l'unico modo che queste persone hanno per scappare da una terra che li inghiottisce. Quanto potrebbe essere immensa la disperazione di salire su un barcone e lasciarsi trasportare dal Caso, dalla Fatalità, da Dio (?). Eppure queste immagini non sono, forse, così scabrose da attirare l'attenzione nazionale. E sembrano essere una risposta dall'alto a quello che la Commissione europea ha approvato qualche giorno fa, delineando una lista di "Paesi sicuri", ossia Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. In pratica, chi arriva da questi Stati vedrà la propria domanda di asilo considerata, in partenza, meno credibile e potrà essere respinto più rapidamente.
Ma il punto più duro riguarda le nuove regole sul “Paese terzo sicuro”. D’ora in poi non servirà più dimostrare un legame reale e personale con lo Stato verso cui si viene rimandati: basterà avervi transitato o che esista un accordo tra governi. La conseguenza è semplice e spietata: più domande dichiarate inammissibili, meno possibilità di essere ascoltati davvero. Il ricorso contro il diniego non sospenderà automaticamente il rimpatrio. Questo significa che una persona potrà essere rimandata indietro mentre attende ancora una decisione definitiva, spesso trattenuta in centri di detenzione, anche fuori dall’Unione europea. Si apre così la strada a rimpatri accelerati e procedure sempre più sommarie. Ancora più grave è la possibilità di definire “sicuro” un Paese anche se alcune zone o categorie di persone non lo sono affatto. La sicurezza diventa una presunzione politica, non una verifica concreta caso per caso. Si prevede inoltre la detenzione amministrativa fino a 30 mesi, anche in assenza di reati penali, e la possibilità di trattenere minori. Una scelta che molti considerano disumana, perché trasforma il diritto di asilo – nato per proteggere chi fugge da persecuzioni e guerre – in un meccanismo di respingimento e detenzione. E' evidente il passaggio da un’Europa dei diritti a un’Europa fortezza, dove il rimpatrio coercitivo rischia di diventare la regola e non l’eccezione.
Eppure il diritto d’asilo è lo strumento giuridico per eccellenza di protezione delle persone vulnerabili, basato sul rispetto dei diritti umani e su obblighi internazionali vincolanti per gli Stati europei. Ma questo non basta a non riempire le bocche di odio. "Rimandateli a casa". "Dobbiamo pensare alla nostra terra". Creare un nemico immaginario è da sempre lo strumento maggiormente utilizzato dai poteri per spostare l'attenzione sulla vittima e non sul carnefice. Quei corpi che il mare ha trasportato a riva avevano un nome, una storia, spesso una famiglia. Avevano un sorriso, delle lacrime. E poi avevano un cervello, una milza, un intestino. Uno scheletro, delle gambe, delle braccia. Un cuore. Come me, come te. Eppure la notizia che i corpi appartenessero a dei migranti ha come affievolito la gravità della morte. Come se quei corpi facessero parte di quel cimitero che è divenuto il bacino del Mediterraneo. Qualcosa per cui, noi dalla nostre poltrone, non potremo mai empatizzare. Non ci riguarda.
L'umanità si è spenta, e forse è proprio questo il problema principale. Non rivediamo più un simile, lo allontaniamo. Come se fosse qualcosa che non ci appartiene. Uno stillicidio di cui non facciamo parte. E' facile puntare il dito contro un cadavere che non ha più volto ne nome. Si ha la presunzione (o la cattiveria?) di giudicare la sua scelta, le motivazioni che lo hanno spinto a fuggire dalla propria casa.
Ma tu cosa avresti fatto al suo posto?