Rom e sinti nella Seconda guerra mondiale, una memoria ancora da ricostruire
Dal Samudaripen alle persecuzioni fasciste, passando per Ferramonti e il coinvolgimento dei rom calabresi nel conflitto: una pagina di storia ancora poco conosciuta e raramente affrontata nei libri scolastici
In lingua romanì, per riferirsi al genocidio che hanno subito i rom e i sinti, sono stati coniati due termini: Porrajmos (divoramento) dal linguista rom Ian Hancock e Samudaripen (tutti morti) da un altro linguista, Marcel Courtiade. Il primo termine, tuttavia, in considerazione di una delle accezioni sessuali del verbo “porav-”, divorare, ingoiare, è stato sostituito con il secondo. In generale si stima che a perdere la vita per mano dei regimi nazifascisti sia stato oltre mezzo milione di persone. È doveroso ricordare, come già sottolineato la scorsa settimana, che il genocidio di tali gruppi sia stato solo l’ultimo di una lunga e variegata serie di manifestazioni dell’antiziganismo. Durante la Seconda guerra mondiale “gli zingari” erano considerati asociali e minacciavano la razza ariana avendo, secondo il medico e psicologo tedesco Robert Ritter, sangue misto. In Italia, come ricostruito da Luca Bravi e Matteo Bassoli con il loro Porrajmos in Italia (Libri di Emil 2013), la politica contro i rom ha seguito varie forme di oppressione: respingimento ed espulsioni (1922-1938), pulizia etnica alle frontiere (1935-1942), razzializzazione (1938-1940), internamento nei campi fascisti (1940-1943) e infine la deportazione nei lager del Terzo Reich (1943-1945). Inoltre, anche i rom e i sinti si unirono alla Resistenza combattendo contro gli oppressori. Per un approfondimento si rimanda al libro curato dalla ricercatrice sinta Eva Rizzin dal titolo Attraversare Auschwitz (Gangemi 2020).
La persecuzione in Calabria durante il fascismo
In Calabria, durante il fascismo, i rom di antico insediamento e provenienti da altri luoghi sia italiani che di altri paesi, sono stati mandati al confino, internati o arruolati come soldati. L’internamento e il confino hanno interessato soprattutto i rom con cognomi stranieri. Infatti, Giuseppe Levakovich (Buje 2 marzo 1902 - Milano 1988), mentre si trovava in Etiopia nel 1938, fu informato che la moglie e i figli erano stati mandati al confino a Mangone, in provincia di Cosenza. Sulla storia di Levakovich è stato scritto un libro, Tzigari. Una vita da nomade, di Giuseppe Ausenda, pubblicato da Bompiani nel 1975. Inoltre, è stato realizzato un documentario, Tzigari. Storia di un rom, diretto da Paolo Santoni nel 2017.
La famiglia rom internata a Ferramonti
Tra gli anni ’80 e ‘90 la pedagogista Mirella Karpati e la storica Giovanna Boursier hanno dato notizia dell’internamento di una famiglia rom polacca nel campo di concentramento di Ferramonti. Si tratta di una famiglia composta da 8 persone, di cui 3 figli nati tra Tuscania, Messina e Reggio Emilia. La famiglia dei Kwiek e Filippof era arrivata da Tuscania (VT) a Ferramonti il 22 giugno del 1943. Dalla ricostruzione di Karpati e di Boursier la famiglia è rimasta a Ferramonti anche dopo la chiusura del campo avvenuta nel mese di settembre del 1943. Da informazioni rinvenute nel diario di Padre Callisto Lopinot, nel mese di gennaio 1944 erano ancora presenti nel campo e nel mese di maggio del 1944 erano partiti 22 rom dal campo di concentramento, molto probabilmente, come sottolineato da Karpati nel libro Zingari. Ieri e oggi (Centro Studi Zingari 1993), erano parenti dei Kwiek e Filippof. A parlare di tale famiglia è anche Nina Weksler, ebrea internata nel medesimo campo, che nel suo libro, Con la gente di Ferramonti, edito da Editoriale Progetto 2000 nel 2020, a pagina 229 scrisse:
Poi arrivò nel campo una famiglia di zingari, che fece grande sensazione; erano parenti di un famoso principe degli zingari polacco. Ebbero una baracca collettiva tutta per loro; la famiglia consisteva di madre, padre e due belle figlie, il figlio e una figlia non erano ancora sposati, l'altra, più vecchia, con il marito e due incantevoli figli scuri dai riccioli neri. Li chiamavano "gli zingari distinti" a differenza di una famiglia dei bassifondi, che sin dall'inizio del campo si chiamava "la famiglia degli zingari", senza che lo fosse. Gli "zingari distinti" erano circondati da un'aureola romantica. Nella loro camerata per notti intere si ballava, si cantava, si faceva musica. La figlia maggiore degli zingari era detta da tutti "la più bella donna del campo", con la sua figura alta, il portamento eretto, sembrava una regina. Aveva degli occhi meravigliosi e la stupenda andatura tipica delle zingare.
Il caso di Rudolf Kwiek
È doveroso sottolineare che, sebbene sia esistito realmente un tale Rudolf Kwiek che si autoproclamò re dei rom in Polonia nel luglio 1937, il ricorrere a simili proclami era una strategia adottata di frequente come strumento diplomatico per trattare con chi aveva il potere nel territorio in cui si viveva o sì arrivava.
I rom calabresi arruolati come soldati
Infine, i rom calabresi di antico insediamento, ovverosia quei rom che discendono dalle famiglie arrivate in Calabria dal XVI secolo per sfuggire all’avanzata dei turchi-ottomani nei Balcani, sono stati, invece, arruolati come soldati. Di seguito, a titolo esemplificativo, sebbene la ricerca sia ancora in fieri e siano stati rinvenuti da me almeno 25 fogli matricolari di rom provenienti da varie città della regione, viene riportata la storia del mio bisnonno materno, Antonio Bevilacqua, nato a Terranova da Sibari nel 1913 e deceduto a Cosenza, dove ha vissuto, nel 1997. Bevilacqua ha partecipato prima alle campagne militari svoltesi in Africa Orientale nel 26° battaglione Assietta da gennaio a maggio 1936 e successivamente è stato inviato in Africa settentrionale con il 69° reggimento Fanteria Sirte da giugno del 1940 a maggio 1941. Qui si troverà coinvolto nell’assedio di Tobruch che culminerà con la sconfitta dell’Asse. Il mio bisnonno fu messo nel campo che avevano preparato per gli avversari. Successivamente fu mandato in Egitto in un altro campo di concentramento e poi in India, passando per Gibilterra e per il Capo di Buona Speranza. Un viaggio durato quaranta giorni girando intorno all’Africa per sbarcare prima a Singapore ed infine in India. Qui ha vissuto con altri due rom sino all’armistizio di Badoglio. Dopo l’armistizio venne mandato in Inghilterra dove lavorò per due anni per dodici scellini al giorno che spendevano metà nel campo e l’altra metà fuori. Fece ritorno a Cosenza il 1° febbraio del 1946, dove trovò mio nonno che aveva lasciato di appena 20 giorni e che non lo riconosceva più.
Una memoria ancora poco riconosciuta
Il Samudaripen in Italia rimane ancora ignorato. Infatti, anche nei libri di testo scolastici si fa solo un breve accenno a quanto ha subito la minoranza romanì. Inoltre, il risarcimento è avvenuto in Germania solo negli anni ’80. Invece, nel nostro Paese soltanto alcuni comuni, tra cui Cosenza lo scorso 11 giugno, hanno riconosciuto il genocidio dei rom e sinti tramite delibera del Consiglio Comunale.