La Dda di Catanzaro
La Dda di Catanzaro

La lotta alla mafia è una cosa seria. Talmente seria che non può permettersi approssimazioni, leggerezze o errori procedurali. Eppure, negli ultimi giorni, la Dda di Catanzaro è finita al centro di due vicende giudiziarie che sollevano più di qualche dubbio sul rigore con cui vengono condotte le indagini e gestiti i procedimenti.

Operazione Ginestra, cinque revoche delle misure cautelari

Nell'operazione Ginestra, che ha investito anche il Comune di Corigliano-Rossano, cinque misure cautelari sono state revocate, integralmente o limitatamente alle contestazioni elettorali, dalla stessa gip che le aveva disposte. Sono tornati liberi il sindaco Flavio Stasi, Vincenzo Curia e l'ex consigliere comunale Pietro Lucisano, mentre per Annibale Matalone e Antonio Mingrone sono cadute le misure relative alle accuse di scambio elettorale politico-mafioso. Matalone resta in carcere e Mingrone ai domiciliari per altre contestazioni. Cinque revoche, dunque, ma non cinque scarcerazioni. La Procura si era opposta, ma la giudice Fabiana Giacchetti, dopo gli interrogatori e l'esame degli elementi difensivi, ha cambiato valutazione.

Il caso Stasi e le immagini già disponibili prima dell'arresto

Il particolare più imbarazzante riguarda Stasi: alcuni elementi che hanno contribuito a mettere in discussione la ricostruzione accusatoria, comprese le immagini di videosorveglianza, erano già disponibili prima dell'arresto. Non si tratta dunque soltanto di nuove prove emerse successivamente, ma di una diversa lettura di materiale che gli investigatori avevano già acquisito. Nelle motivazioni della revoca la stessa gip parla di un «vulnus all'interno delle indagini». Una falla, insomma, riconosciuta proprio da chi aveva inizialmente disposto la misura cautelare.

La posizione di Lucisano e i dubbi sulla ricostruzione accusatoria

Non meno significativo il caso Lucisano. L'ex consigliere comunale era accusato di aver promesso un interessamento per un posto di lavoro in cambio di sostegno elettorale. Ma un registro sequestrato durante l'esecuzione della misura cautelare attribuiva ad Antonio Mingrone, ritenuto dagli investigatori vicino agli ambienti della criminalità organizzata, appena un voto. Un elemento che ha contribuito a mettere in discussione la consapevolezza di Lucisano di avere a che fare con un soggetto capace di procurare consensi attraverso la forza intimidatrice mafiosa. Anche in questo caso, la gip ha riconosciuto un'insufficiente tenuta degli indizi relativi al reato contestato.

Processo Reset, inammissibili gli appelli contro 28 assoluzioni

E poi c'è Reset. Gli appelli della Dda contro le assoluzioni di primo grado di Marcello Manna, Pino Munno e altri imputati, 28 in tutto, sono stati dichiarati inammissibili perché depositati in forma cartacea anziché telematica. La Procura aveva segnalato un malfunzionamento del sistema informatico il 24 febbraio e depositato l'impugnazione cartacea il giorno successivo. Ma la scadenza era fissata al 27 febbraio. Secondo la Corte d'Appello, c'era ancora tempo per verificare la possibilità di effettuare il deposito telematico.

Il ricorso in Cassazione e il riesame delle assoluzioni bloccato

La Dda contesta questa interpretazione e ha presentato ricorso in Cassazione. Saranno i giudici di legittimità a stabilire se il deposito fosse valido. Nel frattempo, però, il riesame di quelle 28 assoluzioni è bloccato da una questione procedurale, non da una valutazione delle prove.

Due vicende giudiziarie diverse, un problema di rigore

Due vicende diverse, certo. Ginestra è ancora nella fase delle indagini e le revoche cautelari non equivalgono ad assoluzioni. In Reset, invece, la questione riguarda le modalità di presentazione degli appelli. Ma il risultato, almeno per ora, è sotto gli occhi di tutti: da una parte arresti revocati pochi giorni dopo essere stati eseguiti, dall'altra 28 assoluzioni il cui riesame è fermo per un problema di deposito.

La credibilità dell'azione antimafia passa dal rispetto delle regole

La Dda di Catanzaro ha il compito di contrastare organizzazioni criminali potenti e radicate nel territorio. Proprio per questo dovrebbe essere la prima a pretendere rigore assoluto dal proprio lavoro. Perché non basta combattere la mafia. Bisogna anche saper condurre le indagini, valutare correttamente gli indizi e rispettare le regole del processo.

L'approssimazione, quando entra in un'inchiesta antimafia, non danneggia soltanto gli indagati. Rischia di compromettere anche la credibilità dell'azione giudiziaria. E a beneficiarne, alla fine, non è certo la giustizia.