Dopo Antonio Perrotta, serve più presenza dello Stato fuori dalle discoteche?
Una moglie, dei figli, i genitori, due fratelli. Una famiglia che da un momento all'altro si trova costretta a fare i conti con un'assenza definitiva
La morte del 34enne del Tirreno cosentino riapre una questione che non può essere liquidata con il dolore del momento. Locali affollati, alcol, tensioni e controlli: una divisa può diventare un deterrente prima che sia troppo tardi?
Il dolore di una famiglia e gli interrogativi di un territorio
La morte di Antonio Perrotta lascia dietro di sé un dolore che nessuna parola può descrivere fino in fondo. Una moglie, dei figli, i genitori, due fratelli. Una famiglia che da un momento all'altro si trova costretta a fare i conti con un'assenza definitiva. E un intero territorio, quello del Tirreno cosentino, che continua a interrogarsi su quanto accaduto.
Ma accanto alla cronaca e all'accertamento delle responsabilità, che spetta esclusivamente alla magistratura e alle forze investigative, c'è una riflessione che sarebbe sbagliato evitare. Riguarda la sicurezza nei luoghi della movida, dentro e soprattutto fuori dalle discoteche, nei parcheggi, lungo le strade e negli spazi nei quali, una volta terminata la musica, possono trasferirsi tensioni nate pochi minuti prima.
La domanda è semplice: quanto potrebbe essere utile una maggiore presenza delle forze dello Stato nei pressi dei locali notturni?
La divisa come deterrente, non come militarizzazione della movida
Nelle stesse ore in cui la Calabria è rimasta scossa dalla morte di Antonio Perrotta, un gestore di un locale del Catanzarese ha posto pubblicamente una questione che merita attenzione: una maggiore vicinanza delle forze dell'ordine alle discoteche e ai luoghi maggiormente frequentati durante la notte.
Non significa immaginare pattuglie all'interno di ogni locale o trasformare una serata di divertimento in uno spazio sottoposto a controllo permanente. Significa chiedersi se, soprattutto nelle notti di maggiore affluenza, il semplice passaggio periodico di una pattuglia di Polizia, Carabinieri o delle altre forze impegnate nel controllo del territorio possa avere una funzione preventiva.
Una presenza visibile dello Stato può cambiare la percezione di chi, in un determinato momento, sta perdendo lucidità. È un aspetto da non sottovalutare. Gli addetti alla sicurezza dei locali svolgono un compito difficile e spesso sono i primi a intervenire quando nasce una discussione. Ma proprio perché rappresentano la sicurezza privata del locale, in momenti di forte agitazione possono essere percepiti da qualcuno come degli avversari.
Una divisa rappresenta qualcosa di diverso. Rappresenta lo Stato. Rappresenta immediatamente un limite che non dovrebbe essere superato. E potrebbe indurre chi sta per trasformare una discussione in violenza a fermarsi qualche secondo prima. A volte pochi secondi fanno la differenza.
Alcol, scarsa lucidità e quelle domande che non possiamo evitare
Chi frequenta i locali notturni sa perfettamente quanto sia aumentato il consumo di alcol durante determinate serate. Non riguarda certamente tutti e sarebbe scorretto criminalizzare i giovani o chi sceglie semplicemente di trascorrere qualche ora in discoteca. Ma negare ciò che è sotto gli occhi di tutti sarebbe altrettanto sbagliato.
Capita di incontrare ragazzi giovanissimi, ma anche uomini e donne decisamente più adulti, completamente alterati. Volti stravolti, difficoltà nel parlare e nel camminare, comportamenti aggressivi o incomprensibili. È legittimo chiedersi: è sempre e soltanto alcol?
Porre questa domanda non significa accusare qualcuno né sostenere che nei locali venga necessariamente fatto uso di sostanze stupefacenti. Significa affrontare senza ipocrisie un fenomeno che riguarda la società contemporanea e che impone prevenzione, controlli e responsabilità.
Quando la lucidità viene meno, anche una parola sbagliata può diventare una provocazione. Una spinta può trasformarsi in una rissa. Una discussione apparentemente banale può assumere proporzioni imprevedibili. Ed è precisamente prima di quel momento che dovrebbe intervenire la prevenzione. Non quando tutto è già successo.
La sicurezza non può fermarsi alla porta del locale
C'è poi un altro elemento fondamentale. La responsabilità di un gestore ha dei limiti fisici e giuridici. Un locale può organizzare il proprio servizio di sicurezza, controllare gli ingressi, intervenire all'interno della struttura e allontanare chi crea problemi. Ma cosa accade pochi metri più avanti?
Cosa succede nei parcheggi, sulle strade, nelle aree adiacenti o negli spazi pubblici in cui centinaia di persone si ritrovano contemporaneamente all'uscita? È proprio qui che emerge la necessità di ragionare su un modello di sicurezza più ampio.
Soprattutto d'estate, lungo le coste calabresi, sono numerosi i lidi che durante la notte diventano vere e proprie discoteche o ospitano eventi capaci di richiamare centinaia, talvolta migliaia, di persone. Possibile che in aree caratterizzate da una concentrazione così elevata di persone non sia possibile organizzare, nei giorni e negli orari maggiormente sensibili, un passaggio più frequente delle pattuglie impegnate sul territorio?
Non necessariamente una presenza fissa. Non necessariamente controlli invasivi. Anche soltanto sapere che una pattuglia potrebbe arrivare in qualsiasi momento rappresenta un deterrente.
Non si può intervenire soltanto dopo le tragedie
Ogni volta che accade qualcosa di grave si torna a parlare di sicurezza. È successo in passato e probabilmente accadrà ancora. Seguono giorni di indignazione, richieste di controlli, dibattiti sulla violenza giovanile, sull'alcol e sulle droghe. Poi il tempo passa. Ed è proprio questo il rischio.
La morte di Antonio Perrotta non deve diventare il pretesto per processi sommari o per conclusioni che soltanto le indagini potranno stabilire. Ma può e deve imporre una riflessione collettiva. La sicurezza non può essere affrontata soltanto quando una famiglia ha già perso un marito, un padre, un figlio o un fratello.
Bisogna ragionare prima. Servono istituzioni, gestori dei locali, amministrazioni comunali e forze dell'ordine attorno allo stesso tavolo per individuare le aree maggiormente frequentate, gli orari più delicati e le serate nelle quali concentrare maggiormente i controlli. Non per reprimere il divertimento, ma per permettere alle persone di divertirsi e tornare a casa.
Una società sempre più aggressiva
C'è, infine, un problema che va oltre le discoteche. Viviamo in una società nella quale sembra essere cresciuta l'aggressività nelle relazioni quotidiane. Basta osservare quello che accade per strada, sui social, nei luoghi pubblici. Una parola viene interpretata come un'offesa, uno sguardo come una provocazione, un intervento per dividere due persone come una presa di posizione.
Se a questa tensione si aggiunge l'abuso di alcol o di altre sostanze, la miscela può diventare pericolosa. Per questo chiedere una maggiore presenza dello Stato non significa invocare una società militarizzata. Significa esattamente il contrario: chiedere che lo Stato sia vicino ai cittadini prima che si verifichi l'emergenza.
La prevenzione non fa rumore. Una rissa evitata non finisce sui giornali. Una persona che, vedendo una pattuglia, decide di abbassare i toni non diventerà mai una notizia. Ed è proprio questo il risultato che dovrebbe interessare.
Antonio lascia una famiglia, ora resta una domanda
Dietro ogni vicenda di cronaca ci sono persone. Antonio Perrotta non è soltanto un nome comparso per giorni nei titoli dei giornali. Era un uomo con una famiglia, degli affetti, una quotidianità. Lascia persone alle quali nessuna indagine e nessuna sentenza potranno restituirlo.
Le responsabilità individuali saranno accertate nelle sedi competenti e ogni valutazione deve rispettare il lavoro degli investigatori e il principio di presunzione d'innocenza. Alla società, però, resta un'altra responsabilità: capire se qualcosa possa essere fatto per evitare che episodi del genere si ripetano.
Forse non esiste una soluzione capace di impedire ogni forma di violenza. Nessuna pattuglia può essere presente contemporaneamente in ogni luogo e nessun sistema di sicurezza può eliminare completamente il rischio. Ma tra l'impossibilità di controllare tutto e il non fare abbastanza esiste uno spazio enorme. È quello della prevenzione.
E allora la domanda rimane: nei luoghi dove centinaia di persone trascorrono la notte, dove l'alcol scorre in quantità importanti e dove può bastare poco perché una tensione degeneri, una maggiore e più visibile presenza delle forze dello Stato potrebbe salvare qualcuno?
Dopo quanto accaduto ad Antonio Perrotta, interrogarsi non soltanto è legittimo. È necessario.