Lo staff del Festival del lamento (foto Ornella Martino e Michele Canino)
Lo staff del Festival del lamento (foto Ornella Martino e Michele Canino)

C’è vita sotto i 5000 abitanti? A quanto pare sì e anche parecchio activa. Sembra testimoniare proprio questo il Festival del Lamento, giunto alla sua quarta edizione a Soveria Mannelli, un paese che di abitanti ne conta meno di tremila e che si sente però di levare un grido o, meglio, un lamento: “Guaaai”!

Dal lamento individuale alla comunità

Ma cosa succede quando la lamentela non è più solo una vicenda privata e coinvolge anche il vicino di casa, lo sconosciuto arrivato pieno di aspettative da altri luoghi, l’anziano che sfoggia un’ironia inaspettata, il ragazzo che siede in prima fila in religioso silenzio? Succede che la materia cambia stato e un raduno di persone in una sera d’agosto diventa una comunità sveglia, animata e presente, che si rigenera attraverso il rituale collettivo più antico del mondo: stare insieme ad ascoltare storie.

Marco Cappato e il valore della disobbedienza civile

Le storie di quest’edizione chiamano in causa autori di spicco, ad iniziare da Marco Cappato, attivista e politico impegnato per la libertà della ricerca scientifica e l’introduzione dell’eutanasia, che ha animato la piazza con parole appassionate sull’importanza dell’autodeterminazione e della disobbedienza civile, indirizzando anche una riflessione più profonda sulla direzione che sta prendendo oggi il modello democratico e su come noi europei possiamo tornare a fare la differenza contro le autocrazie contemporanee.

Il lamento dalla Grecia antica alla Calabria

Il giorno seguente è la volta della professoressa Giovanna De Sensi Sestito, ordinaria di Storia Greca all’Università della Calabria da qualche anno in pensione, autrice e studiosa di prestigio, che ha deliziato l’uditorio con una disamina del lamento dal Peloponneso fino alla Magna Grecia. Tale rito infatti esiste dalla notte dei tempi, in particolare nel mondo ellenico era caratterizzato da una fase di pianto funebre, spesso in onore dell’eroe morto, per poi trasformarsi in rito collettivo di ritrovata unità e coesione sociale. A tal proposito la professoressa ne ritraccia esempi in Calabria, citando il promontorio di Capo Lacinio e quello di Punta Stilo che celebravano al tempo delle colonie greche rispettivamente il lamento per Achille e quello per Pentesilea. La cerimonia iniziava col lamento funebre ed evolveva in festa e giochi, a riprova del fatto che piangere insieme è il modo per una comunità di riconoscersi nel mito e rigenerarsi.

Filippo Ceccarelli (foto Ornella Martino e Michele Canino)
Filippo Ceccarelli (foto Ornella Martino e Michele Canino)

Filippo Ceccarelli e il pianto della politica

Arriva poi il turno di un ospite molto atteso, presente da oltre quarant’anni nel panorama dell’informazione italiana e ospite fisso di Propaganda Live, Filippo Ceccarelli, che al grido di “Poveri noi, poveri loro, poveri tutti” fa una carrellata dei pianti che la classe politica ha riversato sugli italiani, facendone una strategia comunicativa che ci accompagna da oltre un secolo. Abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda.

Filippo Ceccarelli benvenuto a Soveria Mannelli, che come saprà rientra nella categoria tanto bistrattata delle aree interne, quelle che spesso si lamentano (e a ragione); crede che ci sia una via alla narrazione di questi luoghi e un tentativo di tenerli in vita che non passi necessariamente per il marketing? Il lamento del “qui non c’è mai niente” può essere arginato da una via che non passi per la mercificazione dei territori?

No assolutamente, la gratuità è uno degli elementi di virtù che può suscitare quel sentimento tenuto un po’ in disparte in questo tempo che è la curiosità. La curiosità è la chiave di volta per entrare nella geografia, nel turismo, nelle diversità. Da questo punto di vista i territori, la Calabria, non hanno bisogno di questo, se la parola poi è quella del linguaggio delle merci e dei consumi è possibile che acchiappi qualcuno ma è una cosa molto effimera, nel senso che dà una sensazione quasi di fastidio l’idea che si possa vendere tutto: i sentimenti, l’interesse, il piacere, le relazioni umane, lo sguardo. Direi che alla base della scoperta c’è proprio la casualità, il gioco e, ripeto, la curiosità come elemento che travolge la dimensione commerciale. I desideri indotti, tipici della logica commerciale sono da “una botta e via” rimane invece impresso nella memoria un luogo scoperto, e da luogo poi nasce altro luogo: uno si trova a Soveria Mannelli e dice: ma com’è Decollatura?

La Calabria è un luogo unico in Europa, a capriccio e avendo voglia, tempo e a condizione che regga il fisico, la mattina puoi andare a farti il bagno nel Tirreno, il pomeriggio farti un bel piatto di funghi in Sila e poi dopo scendere a farti un ultima spiaggiata sullo Jonio, in quale altro posto esiste? E questo è senza prezzo.

Secondo lei il lamento delle aree interne è ascoltato dalla politica oppure resta spesso invisibile? Queste aree finiscono per diventare delle periferie permanenti mentre le risorse e le opportunità continuano ad essere concentrate nelle grandi città?

E’ possibile che il potere lo dia per scontato e che quindi gli attribuisca un’attenzione di tipo intermittente: prima delle elezioni è sicuramente ascoltato con maggiore intensità, dopo le elezioni non gliene frega più niente a nessuno probabilmente, nel frattempo chi si lamenta si deve lamentare... Ma ci lamentiamo tutti, io abito nel cuore del cuore di Roma e ci si lamenta anche lì, credo che ci si lamenti da due, tremila anni!

Siamo abituati a considerare il lamento qualcosa di negativo, ma non crede che alcuni lamenti siano un segno di cittadinanza attiva, il rifiuto di accettare passivamente ciò che non funziona? Dove si colloca secondo lei il confine tra vittimismo e una sorta di disobbedienza civile, vista come risorsa democratica?

Beh certo il lamento è una spinta, una propulsione, la politica in teoria sarebbe la trasformazione delle cose negative, che generano lamento, in cose positive e quindi è implicito all’azione politica. Lamentarsi qualsiasi sia il suo esito fa parte della natura umana e oltretutto ti sfoghi!

Dopo cinquant’anni passati a osservare il potere, ha imparato a diffidare di più di chi si lamenta o di chi non si lamenta mai?

Di chi si lamenta, decisamente! Soprattutto quando il lamento viene dal potere, i “vittimissimi” del “Povero me!” che è cifra dell’oggi, è quello il nuovo eroe. Davanti a tutto questo la nostra alleata è la commedia, l’ironia: non prenderla e non prenderci troppo sul serio.

Tanta gente al festival (foto Ornella Martino e Michele Canino)
Tanta gente al festival (foto Ornella Martino e Michele Canino)

Vito Teti e il pianto ribelle dei calabresi

A concludere il festival per l’ultima giornata, l’antropologo Vito Teti, autentica risorsa culturale per il territorio che da anni conduce indagini sul Meridione, l’abbandono e la rigenerazione dei luoghi, guida quella che è a tutti gli effetti una grande seduta di autocoscienza collettiva, un viaggio catartico che porta il pubblico dal planctus Calabriae, all’homo melancholicus, la tipizzazione del calabrese cupo e triste, il legame con una geografia instabile, convulsionaria, fino a decostruire e rovesciare lo sguardo della cultura osservante. Il sud visto come rovina dopo grandi catastrofi e invasioni appare redento nell’Utopia campanelliana e la ricorrenza funebre- che non è arretratezza ma un modo per superare il cordoglio collettivamente- si leva con un lamento, certo, ma che diventa canto, poesia. Il pianto dei calabresi, conclude Teti, è atto ribelle contro i potenti, beffati dal nostro sorriso carnevalesco.

Spettacoli, musica e comicità

A completamento del Festival hanno arricchito le serate lo show delle drag queen Sorellarse, a supporto del Calabria Pride, Daniele Gattano e Yoko Yamada con la stand-up comedy, il duo indie-tronico Inude con “Malencunia Tour” dal salento gracanico, Alot con lo spettacolo musicale corale “Veni, a goodbye” e i loro canti polifonici dal Mediterraneo.

Una comunità felice di stare insieme

“Al peggio non c’è mai fine” recita il claim del festival che il direttore artistico Gaetano Moraca porta a compimento assieme all’associazione Deda Aps anche quest’anno con una grande partecipazione, a riprova che un programma ricco, onesto e inclusivo porta il risultato di una comunità felice di stare insieme (a lamentarsi).