Stasi, la gip fa marcia indietro: otto giorni per scoprire quello che aveva già sotto gli occhi. Chi voleva fermare il sindaco?
Una diversa lettura ha contribuito alla scarcerazione, nonostante il parere contrario della Procura. Intanto cresceva la mobilitazione popolare a sostegno del sindaco di Corigliano-Rossano

Otto giorni per arrestare un sindaco. Otto giorni per liberarlo. E, soprattutto, otto giorni per scoprire che gli elementi sui quali era stato arrestato potevano essere letti in maniera completamente diversa. Non da un altro giudice, non dal Tribunale della Libertà, ma dalla stessa gip che aveva firmato l'ordinanza. Fabiana Giacchetti ha smentito Fabiana Giacchetti. E adesso qualcuno dovrebbe spiegare che cosa sia successo davvero.
Perché Flavio Stasi non è stato liberato grazie a una clamorosa intercettazione scoperta all'ultimo momento, a un testimone piovuto dal cielo o a un documento segreto ritrovato in qualche cassetto. Il materiale investigativo era già a disposizione della Procura e della giudice quando è stato deciso l'arresto. Sono stati gli interrogatori e le contestazioni della difesa a metterne in discussione la lettura. E allora perché quegli elementi erano stati ritenuti sufficienti per mandare Stasi ai domiciliari e otto giorni dopo non lo erano più?
L'ordinanza iniziale e la difesa del sindaco
La gip aveva esaminato gli atti e condiviso l'impostazione della Dda di Catanzaro, ritenendo che esistessero gravi indizi di scambio elettorale politico-mafioso. Aveva disposto gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Il sindaco era stato privato della libertà e sospeso dalla carica.
Poi Stasi ha parlato. Ha negato di conoscere Annibale Matalone, indicato dagli investigatori come soggetto vicino alla criminalità organizzata. Ha spiegato i rapporti con Vincenzo Curia. E ha scritto personalmente una memoria difensiva, accompagnata da una trentina di atti amministrativi che documentano, secondo la difesa, iniziative del Comune contro interessi riconducibili ad ambienti criminali.
Il nodo delle intercettazioni e dei tempi
Ma la questione più imbarazzante riguarda proprio le intercettazioni. Il 16 maggio 2024 una telecamera riprende Stasi mentre attraversa la strada alle 17.32 e 55 secondi. Alle 17.33 e 28 secondi parte una telefonata tra Curia e Matalone. Trentatré secondi di differenza. La difesa li ha utilizzati per contestare la ricostruzione secondo cui Curia avrebbe parlato al telefono in presenza del sindaco. E la gip ha considerato quella sequenza un possibile riscontro alla tesi difensiva.
Quegli orari, però, non sono stati scoperti dopo l'arresto. Erano ricavabili dalle registrazioni già acquisite dagli investigatori e sottoposte alla valutazione della magistratura. Non è cambiato il filmato. Non è cambiata la telefonata. È cambiata l'interpretazione. E chi avrebbe dovuto valutare correttamente quegli elementi prima di privare della libertà un sindaco? La Procura che ha chiesto l'arresto e la giudice che lo ha autorizzato.
Gli interrogatori e la crepa nell'impianto accusatorio
Ancora più significativo è il caso di Curia. Secondo l'accusa avrebbe fatto da intermediario tra Stasi e Matalone per ottenere sostegno elettorale in cambio di promesse di lavoro. Durante l'interrogatorio ha invece sostenuto di essersi vantato di una vicinanza al sindaco che non corrispondeva alla realtà. In sostanza, avrebbe parlato a nome di Stasi senza averne ricevuto alcun incarico.
La gip ha ritenuto credibile questa spiegazione, pur rilevando alcune contraddizioni nelle dichiarazioni di Curia. E ha scritto che gli interrogatori hanno creato un vulnus nelle indagini, mettendo in dubbio la correttezza dell'impostazione accusatoria e compromettendo la gravità degli indizi. Parole pesantissime. Perché non è venuta meno soltanto la necessità di tenere Stasi agli arresti. È stata messa in discussione la stessa ricostruzione del presunto accordo politico-mafioso.
E qui arriva un altro particular che rende questa vicenda ancora più difficile da digerire. La Procura non voleva liberare Stasi. Interpellata dalla gip dopo gli interrogatori, ha espresso parere contrario alla revoca della misura cautelare. Per i magistrati inquirenti, dunque, gli elementi raccolti continuavano a giustificare gli arresti. La giudice ha deciso il contrario, riconoscendo nell'impianto accusatorio una falla tale da imporre la revoca.
E allora bisogna chiedersi come siano state condotte queste indagini. Come sia stato possibile arrivare all'arresto di un sindaco sulla base di conversazioni nelle quali il presunto accordo veniva raccontato da altri, senza che emergesse una promessa direttamente formulata da Stasi nelle intercettazioni richiamate. E perché sia stato necessario aspettare che l'indagato finisse ai domiciliari per affrontare seriamente quelle contraddizioni.
Le ombre della politica e la mobilitazione popolare
Ma c'è anche una questione politica enorme. Flavio Stasi è il sindaco di una delle città più importanti della Calabria. Il suo arresto ha prodotto immediatamente un risultato: lo ha tolto dalla guida del Comune. Senza aspettare un processo, senza una sentenza, senza un accertamento definitivo delle responsabilità. Per otto giorni Corigliano-Rossano è rimasta senza il sindaco eletto dai cittadini, il cui nome è stato associato all'accusa di aver stretto un patto elettorale con ambienti mafiosi. È difficile ignorare che qualcuno possa aver avuto interesse a fermarlo, a interrompere la sua esperienza amministrativa e a colpirne la credibilità attraverso un'accusa tanto devastante. Il sospetto di un'operazione politica contro Stasi acquista forza proprio alla luce della rapidità con cui è stato rimesso in discussione l'impianto cautelare.
Ma a mandare all'aria quella che potrebbe essere stata un'operazione di delegittimazione politica è arrivata una reazione che probabilmente nessuno aveva previsto in quelle dimensioni. La solidarietà dei cittadini, la mobilitazione popolare, le prese di posizione di una parte significativa della politica calabrese hanno trasformato l'arresto in un caso regionale. Ed è proprio mentre cresceva questa protesta, con una manifestazione già convocata a Rossano Scalo, che la gip ha fatto marcia indietro.
La coincidenza temporale è politicamente significativa, anche se non dimostra che la mobilitazione abbia determinato la decisione giudiziaria. Resta il fatto che l'operazione cautelare che aveva allontanato Stasi dal Comune è stata smentita dalla stessa giudice che l'aveva autorizzata. E con la scarcerazione è venuto meno anche il risultato politico immediato dell'arresto: l'estromissione del sindaco dalla guida della città.
Un impianto accusatorio colpito al cuore
Non stiamo parlando di un provvedimento annullato da un giudice superiore dopo mesi di battaglia giudiziaria. Stiamo parlando di una magistrata che ha ritenuto necessario correggere la propria decisione sulla base di spiegazioni e di una diversa lettura di elementi in larga parte già disponibili. La giustizia deve poter correggere i propri provvedimenti. Ma questo non cancella la responsabilità di spiegare perché siano stati adottati.
La scarcerazione, inoltre, non riguarda soltanto Stasi. La gip ha revocato la misura anche a Curia e ha fatto cadere, limitatamente alla contestazione elettorale, quella nei confronti di Matalone. È dunque l'intera ricostruzione cautelare del presunto patto politico-mafioso a essere stata colpita. Eppure la Procura, fino all'ultimo, ha continuato a difenderla.
A questo punto non basta celebrare la liberazione del sindaco. Occorre fare luce sulle modalità con cui sono stati valutati gli elementi investigativi e sugli eventuali interessi politici che potrebbero aver tratto vantaggio dal suo arresto. Perché il vero scandalo non sono soltanto gli otto giorni trascorsi ai domiciliari. È che, per mandare Stasi agli arresti, erano bastati elementi che la stessa giudice ha poi considerato insufficienti a mantenerlo privato della libertà. Le registrazioni erano le stesse. Le telefonate erano le stesse. I 33 secondi erano gli stessi. È cambiata la decisione. E resta da scoprire chi voleva davvero Flavio Stasi fuori dai giochi.