Start up

Creare una startup è una cosa. Fare in modo che cresca, assuma personale qualificato e rimanga in Calabria è molto più difficile.

È qui che si concentra una delle principali sfide per il sistema regionale dell’innovazione. Negli ultimi anni sono aumentati programmi, incentivi e strumenti rivolti alle imprese tecnologiche, ma la Calabria continua a mostrare un ritardo significativo rispetto alle aree italiane ed europee nelle quali startup, università, investitori e grandi aziende riescono a costruire un ecosistema stabile.

La questione non riguarda soltanto il numero delle nuove società. Il vero indicatore è quante riescono a superare i primi anni di attività e a trasformarsi in aziende capaci di competere sui mercati nazionali e internazionali.

Quindici milioni per startup e spin-off

Uno degli interventi più importanti messi in campo dalla Regione è l’avviso dedicato alla nascita e al consolidamento delle startup innovative ad alta intensità di conoscenza e agli spin-off della ricerca.

La misura dispone di 15 milioni di euro nell’ambito del Programma Calabria FESR-FSE+ 2021-2027 e prevede contributi in conto capitale fino al 75% delle spese ammissibili. L’intervento è articolato in due linee: una destinata all’avvio di nuove startup e l’altra al rafforzamento di quelle già esistenti.

Nel corso del 2026 sono stati pubblicati diversi elenchi di beneficiari e graduatorie, segnale di una domanda significativa proveniente dal territorio.

L’interesse esiste, ora bisogna trasformarlo in crescita

Il numero delle domande dimostra che in Calabria esiste una base imprenditoriale interessata all’innovazione.

Ma l’incentivo pubblico rappresenta soltanto l’inizio del percorso.

Una startup ad alta conoscenza ha bisogno di tempi lunghi, investimenti continui, personale specializzato, accesso ai mercati e possibilità di raccogliere capitale anche dopo la conclusione del finanziamento iniziale.

È proprio nel passaggio dalla fase finanziata alla crescita autonoma che molte realtà rischiano di incontrare le difficoltà maggiori.

La Banca d’Italia: innovazione ancora troppo debole

Il punto di partenza rimane infatti complesso. La Banca d’Italia rileva che la capacità innovativa e l’intensità brevettuale della Calabria continuano a collocarsi tra le più basse del Paese. Anche nel rapporto sull’economia regionale relativo al 2025 viene evidenziato come il tasso di innovazione del tessuto produttivo rimanga contenuto. È un elemento determinante.

Una startup tecnologica cresce più facilmente quando si trova circondata da altre imprese innovative, clienti industriali, fornitori specializzati e investitori. Quando questo ecosistema è più debole, anche una buona idea imprenditoriale deve cercare altrove una parte delle relazioni necessarie per svilupparsi.

Università forti, trasferimento tecnologico ancora da consolidare

La Calabria possiede però una risorsa fondamentale: il sistema universitario.

Università della Calabria, Mediterranea di Reggio Calabria, Magna Graecia di Catanzaro e gli altri centri di ricerca presenti sul territorio producono conoscenza, ricercatori e competenze altamente qualificate.

La stessa Banca d’Italia sottolinea come, in una regione caratterizzata da un livello di innovazione ancora basso, il contributo delle università al trasferimento delle conoscenze scientifiche assuma un'importanza particolare. Viene indicato, tra gli esempi, il polo informatico sviluppatosi nell’area cosentina e le possibilità legate all’intelligenza artificiale.

Il problema è trasformare con maggiore frequenza la ricerca in impresa.

Lo spin-off deve diventare un’impresa vera

La nascita di uno spin-off universitario rappresenta spesso il primo passo.

Ma per diventare un’azienda strutturata servono competenze che vanno oltre la ricerca scientifica: gestione finanziaria, marketing, internazionalizzazione, tutela della proprietà intellettuale e capacità commerciale.

È anche per questo che la Regione ha istituito un elenco di incubatori e acceleratori qualificati, destinati ad accompagnare le startup beneficiarie delle misure pubbliche attraverso servizi specialistici di consulenza e sviluppo.

È un passaggio importante, perché una buona tecnologia non coincide automaticamente con un buon modello di impresa.

Il vero nodo è il capitale

Per molte startup innovative il contributo pubblico può finanziare la nascita, ma difficilmente è sufficiente a sostenere tutte le successive fasi di crescita.

Le imprese tecnologiche spesso hanno bisogno di investimenti consistenti prima ancora di generare ricavi significativi. È il momento nel quale entrano normalmente in gioco business angel, fondi di venture capital e investitori istituzionali.

In Calabria questa rete è ancora meno sviluppata rispetto ai principali ecosistemi italiani dell’innovazione.

Il rischio è che una startup nata con un incentivo regionale, una volta raggiunta una fase più avanzata, scelga di spostare parte dell’attività verso città dove è più semplice incontrare investitori, partner e grandi clienti.

Milano, Roma o l’estero diventano così una calamita

Il trasferimento non avviene necessariamente perché la Calabria sia incapace di produrre idee.

Può accadere perché un’impresa raggiunge una dimensione nella quale ha bisogno di trovarsi vicino ai mercati finanziari e industriali.

Se per incontrare un investitore, assumere determinate professionalità o partecipare a un network internazionale bisogna spostarsi continuamente fuori regione, a un certo punto trasferire la sede operativa può diventare una scelta razionale.

Ed è questo uno dei paradossi più delicati: utilizzare risorse pubbliche per far nascere un’impresa che, quando comincia realmente a crescere, trova altrove l’ambiente più favorevole.

Anche trovare personale può diventare difficile

Le imprese ad alta conoscenza competono inoltre per profili professionali molto specifici.

Ingegneri, sviluppatori, ricercatori, data scientist, esperti di cybersecurity e professionisti con competenze scientifiche avanzate sono richiesti anche da aziende nazionali e internazionali che possono offrire retribuzioni e percorsi di carriera molto competitivi.

La Calabria deve quindi affrontare contemporaneamente due problemi: trattenere le imprese e trattenere le persone necessarie a farle crescere.

Se molti giovani altamente qualificati si trasferiscono fuori regione, una startup calabrese può trovarsi costretta a cercare personale altrove o a organizzarsi interamente da remoto.

L’internazionalizzazione può aiutare

Un segnale interessante arriva dalle iniziative che cercano di portare le imprese calabresi direttamente negli ecosistemi internazionali.

Nel maggio 2026 la Regione ha selezionato cinque startup e Pmi innovative calabresi per partecipare a SMAU Stoccolma: Intendo, Tod System, KIWI3D, DielTech e Dom-ino Labs. L’obiettivo era metterle in contatto con investitori, acceleratori, grandi imprese e potenziali partner commerciali. È una direzione importante.

Per una startup calabrese, internazionalizzarsi non deve necessariamente significare trasferirsi. Può voler dire vendere e raccogliere capitale fuori mantenendo in Calabria ricerca, sviluppo e occupazione.

Essere periferici non significa necessariamente essere isolati

Il lavoro digitale ha in parte modificato le regole. Una società che sviluppa software, intelligenza artificiale o servizi tecnologici può teoricamente operare da Rende, Catanzaro o Reggio Calabria servendo clienti in tutta Europa.

Ma questa possibilità funziona soltanto se il territorio garantisce infrastrutture digitali efficienti, collegamenti veloci, servizi e un ambiente professionale capace di facilitare gli incontri.

L'innovazione continua ad avere bisogno di prossimità, anche nell’epoca delle videoconferenze.

Le idee nascono spesso dall’incontro tra ricercatori, imprenditori, studenti, investitori e imprese. Costruire luoghi nei quali queste figure possano incrociarsi regolarmente è parte essenziale di una politica per le startup.

Serve anche una domanda di innovazione

C’è poi un altro problema meno visibile. Le startup hanno bisogno di clienti.

Se le imprese tradizionali investono poco in digitalizzazione, ricerca e nuove tecnologie, il mercato locale per una startup innovativa rimane inevitabilmente ristretto.

È uno dei motivi per cui il basso livello di innovazione generale del tessuto produttivo può diventare un ostacolo anche per le imprese più avanzate.

Una politica efficace dovrebbe quindi lavorare su entrambi i lati: finanziare chi produce innovazione e contemporaneamente aiutare le aziende tradizionali ad acquistare e utilizzare quelle soluzioni.

Il settore pubblico può diventare il primo cliente

Anche la pubblica amministrazione può giocare un ruolo. Sanità digitale, gestione dei rifiuti, protezione civile, mobilità, turismo, agricoltura e monitoraggio ambientale sono tutti ambiti nei quali la Calabria può diventare un terreno di sperimentazione per tecnologie sviluppate localmente.

Per una startup poter testare una soluzione sul proprio territorio e ottenere un primo cliente istituzionale può rappresentare un passaggio decisivo prima di affrontare altri mercati.

Il sostegno alle startup, quindi, non dovrebbe limitarsi ai bandi per acquistare macchinari o pagare personale. Dovrebbe includere occasioni concrete nelle quali le imprese possano dimostrare che la propria tecnologia funziona.

Dall’incentivo all’ecosistema

I 15 milioni destinati alle startup innovative rappresentano una misura importante, ma il successo non potrà essere valutato soltanto contando quante aziende hanno ottenuto un contributo.

Bisognerà capire quante saranno ancora attive tra cinque anni, quanti dipendenti avranno assunto, quanti brevetti avranno prodotto, quanto capitale privato saranno riuscite a raccogliere e quante avranno mantenuto in Calabria la parte principale della propria attività.

È questa la differenza tra finanziare startup e costruire un ecosistema dell’innovazione.

La Calabria produce conoscenza, deve imparare a trattenerne il valore

La regione possiede università, giovani qualificati e alcune esperienze imprenditoriali capaci di confrontarsi anche con mercati esteri. Le politiche regionali stanno aumentando le risorse dedicate alle startup e al trasferimento tecnologico.

Ma il divario innovativo rimane ancora significativo e la stessa Banca d’Italia continua a collocare la capacità brevettuale calabrese tra le più basse del Paese.

La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi evitare che il percorso si interrompa proprio quando un’impresa comincia a diventare interessante.

Farle nascere non basta, bisogna dare loro un motivo per restare

Una startup può essere creata grazie a un bando. Un ecosistema, invece, richiede anni.

Servono capitale privato, università collegate alle aziende, incubatori di qualità, infrastrutture, professionisti, clienti, amministrazioni capaci di acquistare innovazione e imprese tradizionali disposte a sperimentare.

Solo così una società tecnologica calabrese potrà crescere senza considerare il trasferimento fuori regione come una conseguenza quasi inevitabile del proprio successo.

Perché il problema della Calabria non è dimostrare di saper generare idee innovative. È riuscire a fare in modo che quelle idee, una volta diventate imprese, trovino qui le condizioni per diventare grandi.