La Calabria agricola continua ad avere bisogno di braccia, ma il bacino di manodopera si sta restringendo.

Secondo i dati CREA elaborati su base INPS, nel 2024 gli operai agricoli attivi nella regione erano 84.994, ben 3.021 in meno rispetto all’anno precedente. Sono diminuite anche le giornate lavorate, scese a 8,7 milioni, quasi 300mila in meno rispetto al 2023.

È un dato che non significa automaticamente che domani i campi resteranno senza lavoratori, ma indica una tendenza che le imprese non possono ignorare. In molte filiere la raccolta si concentra in finestre temporali brevi e la disponibilità di personale diventa decisiva.

Un lavoratore su quattro è straniero

La componente straniera è ormai strutturale. Nel 2024 gli operai agricoli stranieri in Calabria erano 21.888, pari al 25,8% del totale. Le giornate di lavoro svolte da lavoratori stranieri hanno sfiorato i due milioni.

Coldiretti Calabria aveva già evidenziato nel 2025 come oltre 19mila lavoratori stranieri fossero impiegati stabilmente o stagionalmente nelle campagne regionali, sottolineando il ruolo del decreto flussi per garantire continuità alle produzioni.

La questione, quindi, non riguarda più una presenza marginale. Senza manodopera straniera, alcune campagne di raccolta avrebbero difficoltà ancora maggiori a essere portate a termine.

La raccolta estiva coinvolge decine di migliaia di persone

Nei periodi di punta il bisogno di personale cresce rapidamente. Nel giugno 2026 Coldiretti stimava oltre 32mila addetti impegnati nelle campagne calabresi per la raccolta estiva di frutta, ortaggi e cereali, con circa un quarto dei lavoratori di origine straniera.

È proprio questa concentrazione stagionale a rendere il sistema fragile: un ritardo nelle assunzioni, una difficoltà nell’alloggio dei lavoratori o una carenza improvvisa di personale può compromettere raccolti che non possono essere rinviati.

Non è più soltanto un problema di salario

Il costo del lavoro conta, ma non spiega tutto. Il nuovo contratto nazionale degli operai agricoli e florovivaisti 2026-2029 ha introdotto strumenti specifici proprio per rispondere alle difficoltà delle imprese nel reperire e fidelizzare manodopera: contratti a tempo determinato più lunghi, convenzioni per programmare le assunzioni e integrazioni retributive per chi rinnova il rapporto con la stessa azienda.

Segno che il problema è ormai riconosciuto anche a livello nazionale.

Il lavoro agricolo deve competere con altri settori che offrono maggiore continuità, orari più prevedibili e condizioni meno faticose. Per un giovane, accettare poche settimane di lavoro stagionale può essere meno conveniente rispetto a un impiego nella logistica, nella ristorazione o nei servizi.

Il caldo estremo complica ulteriormente il quadro

A rendere più difficile il reclutamento c’è anche il cambiamento climatico.

Nelle campagne calabresi le attività estive coincidono sempre più spesso con periodi di temperature molto elevate. Nel 2026 sono state rafforzate le possibilità di sospendere il lavoro nelle ore più pericolose e accedere agli ammortizzatori sociali per proteggere gli addetti dal caldo estremo.

È una tutela necessaria, ma modifica anche l’organizzazione delle aziende: meno ore disponibili nelle giornate più calde significano maggiore necessità di programmare turni, raccolte e personale.

Il ricambio generazionale resta insufficiente

Qualche segnale positivo arriva dai giovani. Nel secondo trimestre del 2025, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, gli occupati agricoli under 35 in Calabria erano cresciuti del 15% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma il dato non basta da solo a risolvere il problema.

L’agricoltura moderna richiede sempre più spesso competenze che vanno oltre il lavoro manuale: utilizzo di macchine, sistemi digitali, irrigazione di precisione, gestione dei dati e manutenzione degli impianti. La carenza riguarda quindi non soltanto il numero dei lavoratori, ma anche la disponibilità di profili specializzati.

Senza stabilità è difficile fidelizzare le persone

Uno dei nodi centrali è la continuità. Un lavoratore che viene chiamato per poche settimane all’anno difficilmente costruisce un rapporto stabile con l’azienda. Se trova un impiego continuativo altrove, è probabile che non torni nella stagione successiva.

Per questo le imprese più strutturate cercano sempre più di allungare i calendari produttivi, combinare colture differenti o affiancare trasformazione e confezionamento alla produzione agricola.

Più mesi di lavoro significano maggiore possibilità di trattenere personale formato.

Serve organizzare meglio domanda e offerta

Il problema non è sempre la totale assenza di lavoratori. In molti casi è la difficoltà di far incontrare rapidamente aziende e persone disponibili.

Le procedure di ingresso dei lavoratori stranieri, i tempi amministrativi e la stagionalità possono creare sfasamenti tra il momento in cui l’impresa ha bisogno di personale e quello in cui il lavoratore può effettivamente essere assunto.

È anche per questo che le organizzazioni agricole hanno chiesto negli ultimi anni di superare meccanismi troppo rigidi come il click day e di rendere più programmabili gli ingressi stagionali.

Il tema della legalità non può essere separato dal lavoro

La carenza di manodopera non può però diventare una giustificazione per abbassare le tutele.

Nel giugno 2026 la Commissione Agricoltura del Consiglio regionale ha dedicato un’audizione specifica allo sfruttamento del lavoro nel comparto agricolo, coinvolgendo sindacati e organizzazioni datoriali.

Il punto è costruire un mercato del lavoro regolare e organizzato, capace di contrastare intermediazione illecita e caporalato senza mettere in difficoltà le aziende che rispettano le regole.

Anche le imprese sono sotto pressione

Il problema della manodopera arriva inoltre in una fase economica già complessa.

Cia Calabria ha denunciato nel 2026 una crisi legata all’aumento dei costi di produzione e alla debolezza dei prezzi riconosciuti agli agricoltori, mentre il rinnovo del contratto territoriale per quadri e impiegati agricoli ha previsto un aumento salariale complessivo del 5,3%.

Per le aziende la sfida diventa quindi duplice: offrire condizioni sufficientemente attrattive per trovare lavoratori e, contemporaneamente, sostenere costi che continuano a crescere.

Meccanizzare dove possibile

Una parte della risposta arriverà inevitabilmente dalla tecnologia.

Robot, macchine per la raccolta, sistemi automatici e agricoltura di precisione possono ridurre il fabbisogno di lavoro in alcune operazioni.

Ma non tutte le colture sono facilmente meccanizzabili. Frutta delicata, ortaggi e produzioni di qualità continuano a richiedere una componente importante di lavoro umano.

La tecnologia può quindi alleggerire la carenza, non cancellarla.

Il rischio è lasciare prodotto nei campi

La conseguenza estrema della mancanza di personale è semplice: non riuscire a raccogliere in tempo.

Un frutto può essere perfetto, l’azienda può aver investito per mesi in irrigazione e trattamenti, ma se nel momento della raccolta non trova abbastanza lavoratori il valore dell’intera produzione può andare perduto.

Per questo la manodopera deve essere considerata una vera infrastruttura produttiva, al pari dell’acqua, della logistica e dei magazzini.

La Calabria deve rendere il lavoro agricolo più attrattivo

La sfida dei prossimi anni sarà quindi costruire un sistema capace di trattenere lavoratori, attrarne di nuovi e qualificare quelli già presenti.

Servono contratti regolari, maggiore continuità, alloggi e trasporti adeguati per gli stagionali, formazione professionale e procedure di assunzione più semplici.

La Calabria continuerà ad avere campi da coltivare e prodotti da raccogliere. Il problema è capire chi farà quel lavoro.

Perché senza persone, anche l’agricoltura più innovativa e produttiva rischia di fermarsi proprio nell’ultimo metro: quello che separa il frutto dalla pianta e il raccolto dal mercato.