L’agricoltura calabrese non può costruire la propria competitività sullo sfruttamento della manodopera. La capacità di offrire prodotti di qualità, raggiungere nuovi mercati e attrarre investimenti dipende anche dalle condizioni nelle quali vengono raccolti agrumi, olive, ortaggi e frutta. Quando il lavoro è irregolare, sottopagato o organizzato attraverso intermediari illegali, il vantaggio economico è soltanto apparente: nel medio periodo aumentano concorrenza sleale, insicurezza, marginalità sociale e danni reputazionali per l’intero comparto.

Il caporalato non riguarda soltanto il reclutamento illecito. Lo sfruttamento può manifestarsi attraverso salari inferiori ai contratti, giornate lavorative eccessive, mancato riposo, violazioni della sicurezza, trasporti imposti a pagamento e sistemazioni abitative degradate. Il Ministero del Lavoro ricorda che il tasso di irregolarità stimato dall’Istat raggiunge il 17,6 per cento in agricoltura, un livello superiore alla media complessiva dell’economia.

Il lavoro stagionale è indispensabile alle filiere

Molte produzioni calabresi concentrano in poche settimane una parte decisiva delle attività. Raccolta, selezione e confezionamento richiedono un numero elevato di addetti, spesso superiore alla manodopera stabilmente disponibile nei territori.

I lavoratori stagionali, italiani e stranieri, non sono quindi una presenza marginale, ma una componente essenziale delle filiere agricole. Senza di loro, numerose aziende non riuscirebbero a rispettare i tempi della raccolta, con il rischio di perdere il prodotto nei campi e compromettere i rapporti con trasformatori e distributori.

Proprio la concentrazione della domanda di lavoro favorisce però sistemi informali di reclutamento. Quando non esistono canali pubblici efficienti, trasporti organizzati e un incontro trasparente tra aziende e lavoratori, lo spazio viene occupato da intermediari capaci di controllare spostamenti, assunzioni e accesso agli alloggi.

La concorrenza sleale penalizza le imprese corrette

Un’azienda che applica i contratti collettivi, versa contributi, garantisce dispositivi di protezione e rispetta orari e riposi sostiene costi superiori rispetto a chi utilizza lavoro nero o sottopagato. La mancata applicazione delle regole altera quindi il mercato e penalizza proprio gli imprenditori che operano legalmente.

La repressione del caporalato non deve essere interpretata come un’azione contro il settore agricolo, ma come una forma di tutela delle aziende sane. Eliminare dal mercato chi riduce artificialmente i costi attraverso lo sfruttamento significa ristabilire condizioni di concorrenza più equilibrate.

I dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro confermano la rilevanza del problema. Nel 2025 sono state avviate 10.044 ispezioni in agricoltura, il 13,5 per cento in più rispetto all’anno precedente. Considerando tutti i comparti, INL, Carabinieri, INPS e INAIL hanno riscontrato irregolarità nel 74 per cento delle ispezioni definite attraverso una programmazione mirata verso le situazioni a maggiore rischio.

La qualità di un prodotto comprende anche il lavoro

Il valore di un alimento non deriva esclusivamente dalle caratteristiche organolettiche, dalla provenienza o dal metodo di coltivazione. Per consumatori, distributori e mercati internazionali conta sempre di più anche il rispetto dei diritti lungo la filiera.

Una produzione presentata come sostenibile perde credibilità quando dietro la confezione emergono paghe irregolari, alloggi fatiscenti o lavoratori costretti a dipendere da intermediari. La sostenibilità ambientale non può essere separata da quella sociale.

Per la Calabria, che punta sulla riconoscibilità delle proprie eccellenze, la legalità può diventare un elemento competitivo. Tracciabilità del lavoro, certificazioni credibili e rapporti trasparenti con i fornitori permettono di rafforzare la reputazione delle imprese e di rispondere alle richieste sempre più rigorose della grande distribuzione e dei mercati esteri.

Reclutamento trasparente e trasporti pubblici

Una delle principali misure preventive riguarda l’organizzazione dell’incontro tra domanda e offerta. Centri per l’impiego, enti bilaterali, organizzazioni agricole e amministrazioni locali dovrebbero conoscere con anticipo i fabbisogni delle campagne e costruire elenchi aggiornati di lavoratori disponibili.

Un sistema pubblico efficiente ridurrebbe la dipendenza dai caporali, garantendo alle aziende manodopera regolarmente assunta e ai braccianti informazioni certe su datore di lavoro, mansioni, retribuzione e durata del contratto.

Altrettanto importante è il trasporto. Molti lavoratori vivono lontano dai campi e non dispongono di mezzi propri. Navette autorizzate, fermate definite e collegamenti organizzati dalle istituzioni o dalle reti di imprese possono sottrarre agli intermediari uno dei principali strumenti di controllo sulla manodopera.

Alloggi dignitosi per superare gli insediamenti informali

La vulnerabilità lavorativa è spesso collegata a quella abitativa. Chi vive in insediamenti precari, isolati dai centri urbani e privi di servizi essenziali ha maggiori difficoltà a conoscere i propri diritti, trovare un’occupazione alternativa o denunciare gli abusi.

Le politiche contro il caporalato devono quindi comprendere sistemazioni temporanee dignitose, assistenza sanitaria, mediazione culturale e orientamento legale. Non basta demolire un insediamento se, subito dopo, i lavoratori non dispongono di una soluzione abitativa e di un collegamento con i luoghi di lavoro.

Il Programma regionale Calabria FESR-FSE+ 2021-2027 contempla interventi per realizzare soluzioni alloggiative destinate ai lavoratori agricoli, coerentemente con la strategia nazionale contro sfruttamento e caporalato.

L’impegno della Regione Calabria

La Regione ha rafforzato la propria azione attraverso il Tavolo regionale anticaporalato, concepito come sede stabile di confronto tra istituzioni, parti sociali, organizzazioni agricole, terzo settore e territori. Nell’aprile 2026 l’assessore al Welfare Pasqualina Straface ha indicato nel coordinamento tra i diversi soggetti la condizione necessaria per costruire inclusione, legalità e lavoro dignitoso.

La Calabria partecipa inoltre al sistema Su.Pr.Eme., nato dalla collaborazione tra cinque regioni del Mezzogiorno per promuovere l’integrazione sociale e lavorativa dei migranti e prevenire lo sfruttamento in agricoltura. Il progetto coinvolge Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Sicilia e agisce su servizi, accompagnamento, protezione e inserimento socio-lavorativo.

La nuova fase Su.Pr.Eme. 2 è sostenuta dal Fondo Asilo, migrazione e integrazione 2021-2027. Nei documenti contabili regionali risultano assegnate alla Calabria risorse per oltre 2,8 milioni di euro destinate alla prevenzione e al contrasto del lavoro sommerso e del caporalato.

Controlli più intensi durante le campagne di raccolta

La prevenzione deve essere accompagnata da controlli mirati. Nel giugno 2026 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha avviato una campagna straordinaria estiva contro il caporalato in agricoltura, condivisa con INPS, INAIL e Comando Carabinieri per la tutela del lavoro.

Le verifiche dovrebbero concentrarsi non soltanto nei campi, ma anche sui trasporti, sui luoghi di alloggio, sui centri di confezionamento e sui rapporti tra aziende appaltatrici e committenti. Lo sfruttamento può nascondersi dietro cooperative fittizie, false prestazioni autonome, registrazioni incomplete delle giornate e differenze tra quanto indicato in busta paga e quanto effettivamente corrisposto.

È fondamentale, però, che le ispezioni siano accompagnate da una capacità di protezione delle vittime. Un lavoratore difficilmente denuncia quando teme di perdere immediatamente reddito, alloggio e possibilità di soggiorno. Servono quindi percorsi che consentano l’emersione senza lasciare la persona sola dopo il controllo.

Il prezzo agricolo non può comprimere i diritti

La responsabilità non ricade esclusivamente sulle aziende che impiegano direttamente la manodopera. Anche i rapporti commerciali lungo la filiera incidono sulle condizioni di lavoro. Quando il prezzo riconosciuto al produttore non copre i costi reali, aumenta la pressione sulle componenti più deboli, a partire proprio dai salari.

Contrastare il caporalato significa quindi affrontare anche le pratiche commerciali sleali, rafforzare il potere contrattuale dei produttori e favorire accordi di filiera capaci di garantire una remunerazione adeguata. La legalità non può essere richiesta soltanto all’ultimo anello, lasciando che a monte continuino dinamiche di prezzo insostenibili.

Consorzi, organizzazioni di produttori e cooperative autentiche possono aiutare le aziende più piccole a condividere servizi di reclutamento, trasporto, formazione e gestione amministrativa. In questo modo il rispetto delle regole diventa economicamente più accessibile anche per chi dispone di dimensioni ridotte.

Formazione e sicurezza contro i nuovi rischi climatici

Il lavoro agricolo stagionale è esposto anche a rischi fisici crescenti. Temperature estreme, esposizione prolungata al sole, macchinari e prodotti fitosanitari richiedono formazione, dispositivi adeguati e una corretta organizzazione degli orari.

Nel luglio 2026 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha diramato indicazioni operative specifiche per la vigilanza sui danni da calore. La tutela deve comprendere pause, disponibilità d’acqua, aree ombreggiate e rimodulazione delle attività nelle ore più pericolose.

Risparmiare sulla sicurezza non rende un’impresa più efficiente. Aumenta infortuni, assenze, contenziosi e perdita di produttività. Al contrario, lavoratori formati e tutelati riescono a garantire maggiore continuità, qualità della raccolta e affidabilità nei momenti decisivi della campagna.

La legalità come investimento di filiera

La lotta al caporalato non può ridursi a interventi emergenziali o a controlli concentrati soltanto dopo i casi più gravi. Deve diventare una politica ordinaria che unisca repressione, prevenzione, servizi e responsabilità economica.

La Calabria ha bisogno di aziende capaci di competere attraverso qualità, innovazione e organizzazione, non comprimendo il costo del lavoro sotto la soglia della dignità. Contratti regolari, trasporti sicuri, alloggi adeguati e prezzi equi rappresentano un investimento nella stabilità delle produzioni.

La legalità non è un costo aggiuntivo imposto all’agricoltura, ma la condizione per difendere le imprese corrette, attrarre lavoratori, consolidare la reputazione dei prodotti calabresi e costruire filiere realmente sostenibili. Senza diritti, la competitività dura il tempo di una raccolta; con un lavoro dignitoso, può diventare sviluppo per l’intero territorio.