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Nelle aree interne della Calabria l’abbandono dell’agricoltura produce conseguenze che vanno ben oltre la perdita di reddito.

Quando un terreno non viene più coltivato, quando un pascolo viene lasciato a se stesso o quando un’azienda familiare chiude senza ricambio generazionale, diminuisce anche la presenza umana che per decenni ha garantito manutenzione, sorveglianza e cura quotidiana del territorio.

La Strategia nazionale per le aree interne riconosce proprio nello spopolamento e nella marginalizzazione alcuni dei problemi centrali dei territori più fragili, collegandoli alla necessità di rafforzare servizi essenziali e valorizzare le risorse locali. In Calabria questo tema riguarda una parte molto ampia del territorio regionale.

L’abbandono aumenta la vulnerabilità delle montagne

Il legame tra presenza agricola e sicurezza del territorio è tutt’altro che teorico.

Nel Piano attuativo regionale 2026 viene indicato esplicitamente lo spopolamento delle zone collinari e montane come una delle cause che favoriscono la vulnerabilità agli incendi boschivi. La scomparsa di pratiche come ripuliture, pascolo controllato, coltivazioni e manutenzione dei terreni lascia infatti maggiore quantità di materiale combustibile sul territorio.

Lo stesso documento ricorda come, in passato, la presenza costante di agricoltori e pastori costituisse anche un elemento di sorveglianza e di intervento rapido in caso di incendio.

È una funzione che difficilmente può essere sostituita soltanto da controlli occasionali o tecnologie di monitoraggio.

L’agricoltura è anche manutenzione

Un’impresa agricola di montagna non produce soltanto latte, carne, ortaggi, castagne, olio o cereali.

Tiene aperta una strada poderale, ripulisce un fosso, gestisce un pendio, controlla una sorgente, mantiene accessibile un fondo e rallenta l’avanzata dell’abbandono.

Sono attività che raramente compaiono nel prezzo finale del prodotto, ma che generano un beneficio per l’intera collettività.

Per questo, nelle aree interne, la redditività dell’agricoltura dovrebbe essere valutata anche per il servizio ambientale e territoriale che garantisce.

Il rischio dei borghi senza campagna

Un borgo può essere restaurato, illuminato, promosso sui social e inserito nei circuiti turistici. Ma se il territorio agricolo che lo circonda viene progressivamente abbandonato, perde una parte essenziale della propria identità.

Il paesaggio calabrese non è nato spontaneamente. È il risultato di secoli di lavoro umano.

Terrazzamenti, uliveti, vigneti, castagneti, pascoli e piccoli appezzamenti sono stati costruiti e mantenuti attraverso generazioni di agricoltori.

Senza quella presenza, il rischio è conservare i centri storici come scenografie mentre scompare il sistema economico e sociale che li ha generati.

La Regione prova a contrastare lo spopolamento

Negli ultimi anni la Calabria ha rafforzato diversi strumenti rivolti proprio ai territori rurali e montani.

Nel 2025 è stato finanziato un programma da 40 milioni di euro per infrastrutture nelle aree rurali, comprendendo viabilità, reti idriche, energia, comunicazioni e strutture destinate anche alla fruizione turistica. Successivamente quasi 37 milioni sono stati assegnati a 247 Comuni per interventi destinati a migliorare i servizi e contrastare marginalità e spopolamento.

A queste misure si aggiunge “Abita Borghi Montani Calabria”, che ha ammesso 89 Comuni con l’obiettivo di favorire ripopolamento e riqualificazione dei piccoli centri montani.

Le aree interne entrano nella nuova programmazione

Nel 2026 sono state approvate anche le strategie SNAI dell’Alto Ionio Cosentino e del Versante Tirrenico Aspromonte, con una dotazione di 12 milioni di euro per ciascuna area.

La programmazione regionale comprende inoltre l’Alto Tirreno cosentino-Pollino e conferma l’attenzione verso territori caratterizzati da distanza dai servizi, fragilità demografica e difficoltà economiche.

Il punto, però, è capire quanto di queste strategie riuscirà a tradursi in condizioni concrete per chi vuole continuare a vivere e lavorare in quei territori.

Servono aziende, non soltanto contributi

Il problema delle aree interne non può essere affrontato esclusivamente attraverso incentivi una tantum.

Un giovane può ricevere un contributo per avviare un’azienda, ma poi deve avere strade percorribili, acqua, connessione internet, servizi sanitari, scuole e mercati sui quali vendere.

La Calabria ha destinato oltre 44 milioni di euro nel 2026 alle domande ammissibili per l’insediamento dei giovani agricoltori, nell’ambito di una dotazione complessiva dell’intervento pari a 70 milioni.

È un investimento importante, ma il vero risultato si misurerà tra dieci o vent’anni: quanti di quei giovani saranno ancora nei territori e quanti avranno costruito aziende economicamente sostenibili?

La montagna deve produrre reddito

Chiedere agli agricoltori di restare per “custodire il territorio” non basta.

La custodia deve essere compatibile con un reddito dignitoso.

Se allevare in montagna costa di più, se portare i prodotti ai mercati è più difficile, se la logistica è costosa e se i servizi sono distanti, la sola retorica delle radici non può compensare gli svantaggi economici.

Servono quindi filiere capaci di valorizzare maggiormente le produzioni delle aree interne, dalla trasformazione locale alla vendita diretta, dall’agriturismo ai marchi territoriali.

Pagare anche i servizi ecosistemici

Una possibile evoluzione riguarda il riconoscimento economico dei servizi ambientali svolti dalle aziende agricole.

Un agricoltore che mantiene un pascolo, cura terrazzamenti, riduce il rischio di incendi o presidia un’area fragile produce un beneficio pubblico.

Premiare queste attività significherebbe riconoscere che una parte del lavoro agricolo non genera soltanto prodotti, ma sicurezza territoriale.

È un approccio sempre più importante in una regione dove incendi, dissesto idrogeologico e cambiamenti climatici stanno aumentando la pressione sulle aree rurali. Il Piano antincendio regionale 2026 insiste proprio sulla prevenzione e sulla necessità di intervenire prima che gli incendi inizino.

Turismo e agricoltura devono sostenersi a vicenda

Il turismo dei borghi può funzionare soltanto se incontra territori ancora vivi.

Chi visita un paese dell’Aspromonte, della Sila, del Pollino o delle Serre cerca anche prodotti, paesaggi, aziende agricole, tradizioni e comunità.

L’agricoltura mantiene proprio quella autenticità che il turismo delle aree interne prova a vendere.

Se scompare l’attività produttiva, anche l’offerta turistica rischia di perdere consistenza e trasformarsi in una semplice visita a luoghi progressivamente vuoti.

Il ricambio generazionale è la vera emergenza

La domanda decisiva è chi prenderà il posto degli agricoltori più anziani.

Non basta salvare l’azienda esistente. Serve costruire le condizioni perché un ragazzo possa considerare razionale scegliere di restare in un paese montano.

Significa reddito, infrastrutture, servizi e possibilità di costruire una famiglia.

Il futuro delle aree interne dipenderà proprio dalla capacità di rendere l’agricoltura una scelta imprenditoriale e non un sacrificio permanente.

Un territorio senza persone costa di più

Lo spopolamento ha anche un costo pubblico. Più terreni abbandonati significano maggiore necessità di interventi contro incendi, dissesto e degrado. Strade e infrastrutture senza manutenzione diventano più vulnerabili. I borghi perdono popolazione e attività economiche.

Mantenere una comunità agricola attiva può quindi essere meno costoso, nel lungo periodo, rispetto a intervenire continuamente sulle conseguenze dell’abbandono.

Custodire significa permettere di restare

La domanda «chi custodirà montagne e borghi della Calabria?» ha una risposta molto semplice: continueranno a farlo le persone che ci vivono.

Ma potranno restare soltanto se avranno condizioni economiche e sociali sufficienti.

L’agricoltore delle aree interne non deve essere trasformato in un guardiano gratuito del paesaggio.

Deve poter essere un imprenditore che produce reddito e, proprio attraverso il proprio lavoro, mantiene vivo il territorio.

Perché senza agricoltura non rischiamo soltanto di perdere aziende. Rischiamo di perdere sentieri, paesaggi, comunità e una parte enorme della Calabria che ancora oggi esiste perché qualcuno continua, ogni giorno, a prendersene cura.