Un controllo definito dagli investigatori “asfissiante” sulla gestione di villaggi turistici e una strategia intimidatoria per influenzare aste giudiziarie e rientrare in possesso di immobili. Sono queste, in sintesi, le accuse contestate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro alle sette persone arrestate dai carabinieri del Comando provinciale di Crotone.

Gli indagati sono ritenuti dagli inquirenti vicini alla cosca Arena e ad alcune famiglie satelliti di Isola Capo Rizzuto. L’indagine ipotizza, a vario titolo, i reati di estorsione, turbata libertà degli incanti e incendio doloso, tutti aggravati dal metodo mafioso.

La misura cautelare in carcere è stata disposta dal giudice per le indagini preliminari Fabiana Giacchetti nei confronti di Pasquale Arena, Giuseppe Bruno, Domenico Muraca, Michele Nicoscia, Rosario Scerbo, Vincenzo Scerbo e Carmine Antonio Timpa. Le accuse sono al momento oggetto di contestazione e dovranno essere valutate nelle successive fasi del procedimento.

L’indagine partita da un atto vandalico

L’inchiesta, coordinata dalla Dda, ha preso avvio da un episodio di danneggiamento avvenuto in una struttura turistica della fascia ionica. Da quell’episodio gli investigatori hanno sviluppato accertamenti più ampi, basati su intercettazioni ambientali, analisi documentali e testimonianze.

Un elemento significativo emerso nel corso delle indagini riguarda il crescente numero di vittime che, negli ultimi anni, hanno deciso di denunciare, contribuendo a ricostruire un quadro investigativo ritenuto dagli inquirenti particolarmente rilevante.

Il presunto controllo del complesso turistico

Al centro degli accertamenti figura il complesso turistico Seleno-Margheritissima. Secondo l’ipotesi accusatoria, all’interno della struttura sarebbe stato imposto un sistema di gestione parallelo che riguardava diversi servizi condominiali, dalla guardiania alla manutenzione del verde, fino alla gestione delle spiagge e delle navette.

Sempre secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’amministrazione dei condomini sarebbe stata costretta ad assumere persone indicate dagli indagati, mentre le decisioni assembleari sarebbero state di fatto aggirate per favorire interessi legati al gruppo criminale.

Si tratta di circostanze che, come previsto dalla legge, dovranno essere verificate nel corso del processo.

Il filone sulle aste giudiziarie e gli immobili

Un altro filone dell’indagine riguarda il fallimento della società I.G.B. Immobiliare. Alcuni degli indagati, secondo la ricostruzione della Procura, avrebbero cercato di rientrare in possesso degli appartamenti finiti all’asta attraverso prestanome, scoraggiando potenziali acquirenti con intimidazioni e pressioni.

Dalle intercettazioni emergerebbero minacce esplicite e, in almeno un episodio documentato dagli investigatori, si sarebbe passati ai fatti con l’incendio dell’auto di un aggiudicatario, avvenuto all’interno del villaggio subito dopo l’acquisto dell’immobile.

Il contesto e il contrasto alla criminalità

L’operazione si inserisce in un quadro più ampio di attività investigative condotte negli ultimi anni nel Crotonese, territorio in cui le forze dell’ordine e la magistratura continuano a concentrarsi sul contrasto alle attività delle cosche e alle infiltrazioni nell’economia locale.

L’indagine evidenzia, secondo gli inquirenti, come settori legati al turismo e al mercato immobiliare possano rappresentare ambiti particolarmente esposti a tentativi di condizionamento da parte della criminalità organizzata.

Sarà ora il percorso giudiziario a stabilire le responsabilità individuali, mentre le attività investigative proseguono per chiarire tutti gli aspetti della vicenda.