Mohamed tornerà in Tunisia accanto al padre, la madre chiede verità e giustizia
Il dolore di Nabila, i ricordi del figlio e le gravi dichiarazioni sulle visite domiciliari: accuse ancora da verificare nell’ambito delle indagini
Riceviamo e pubblichiamo le parole di Emilia Corea, Garante dei detenuti del Comune di Cosenza, in merito alla vicenda di Mohamed Amin Bessioud. Oggi a Cosenza si terrà una manifestazione in cui si chiederà verità e giustizia per lui.
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Mohamed andrà in Tunisia. Sarà sepolto accanto a suo padre, l'uomo che chiamava "il mio adorato papà", il punto fermo della sua vita, il faro che si era spento due anni fa, quando la morte glielo aveva portato via.
Pochi giorni prima di morire aveva scritto a sua sorella: “Prima o poi tornerò dal mio adorato papà”. Nessuno poteva sapere che quelle parole avrebbero avuto il peso di un congedo. Oggi quel ritorno è diventato una tragedia e viene da pensare che certe promesse la vita le mantiene nel modo più crudele.
Alcuni dolori non hanno bisogno di essere raccontati, perché basta guardarli. Il dolore di Nabila, sua madre, è nella sua voce spezzata, nelle mani che non smettono di tremare, nel corpo fragile disteso su una barella del pronto soccorso, nei ricordi che affiorano senza tregua. È il dolore di una madre che continua a parlare del figlio per paura che il silenzio lo cancelli.
"Chiudo gli occhi e lo rivedo", racconta. "Mi dice: 'Non ce la faccio più, mamma'. Poi è volato giù".
Lei era sull'uscio della porta. Troppo lontana per riuscire a trattenerlo. Chi avrebbe potuto impedirlo, lo avrebbe invece guardato precipitare senza intervenire.
Poi arrivano gli aneddoti, quelli che soltanto una madre conserva. Mohamed amava i Pokémon e Dragon Ball. Collezionava le figurine, divorava libri, soprattutto quelli di filosofia. La matematica era il suo orgoglio.
Da bambino le aveva confidato di avere un compagno di classe, figlio di una famiglia benestante, che prendeva sempre dieci in matematica. Anche lui voleva arrivare a quel livello. Nabila, con il suo stipendio da collaboratrice domestica, aveva deciso di pagargli delle lezioni private. Ricorda ancora il giorno in cui Mohamed era rientrato da scuola correndo. Sorrideva. Stringeva il foglio come fosse un trofeo. “Mamma, ho preso dieci anch'io”.
Era la felicità semplice delle famiglie operaie: un voto, un sacrificio ripagato, un futuro che sembrava possibile. Per certe famiglie la felicità non fa rumore. Entra dalla porta con un quaderno sotto il braccio e si siede a tavola insieme al pane.
All'università aveva scelto Informazione Scientifica del Farmaco. Poi era arrivata la depressione. Quella malattia che non lascia lividi ma svuota le giornate, che spegne lentamente perfino i desideri. Eppure qualcosa stava cambiando.
Qualche sera prima della tragedia aveva detto a sua madre:
“Mamma, voglio ricominciare a vivere. Voglio tornare all'università. Voglio riprendere gli studi”. Aveva persino comprato un camice bianco da farmacista. Ogni tanto lo indossava in casa, quasi a ricordare a se stesso la persona che desiderava ancora diventare. Combatteva contro un buio che sembrava non lasciargli tregua.
La sera precedente alla sua morte era seduto sul balcone. Sulla stessa sedia dalla quale, poche ore dopo, sarebbe precipitato. Accanto c'era Nabila. Le raccontava il libro che aveva appena finito di leggere, spiegandole la trama. Oggi quella madre piange anche l'ultima pagina sfiorata dalle mani di suo figlio.
Stringe al petto tre fotografie. Ritraggono un bambino di sette o otto anni, con il viso paffuto e gli occhi pieni di vita. "Guarda com'era bello mio figlio". Poi il racconto cambia tono.
Nabila tiene a precisare un particolare che, per lei, fa tutta la differenza. Racconta che le visite dei carabinieri si erano sempre svolte con regolarità. Entravano, eseguivano i controlli previsti e poi andavano via. Erano momenti vissuti con il disagio che ogni controllo può portare, ma senza episodi che lei descriva come violenti. “La paura vera”, dice, “cominciava quando arrivava quel carabiniere”.
Secondo il suo racconto, ogni volta che si presentava, l'atmosfera in casa cambiava radicalmente. Lei e Mohamed, racconta, vivevano quei momenti con terrore. Racconta che andava al lavoro con l'angoscia che quella persona potesse arrivare mentre lei era fuori casa, lasciando il figlio da solo. Racconta di avere pensato più volte di denunciare quella situazione, ma di essersi fermata davanti alle parole di Mohamed. “No, mamma. Non farlo. Non possiamo metterci contro lo Stato”.
Durante alcune di quelle visite Mohamed era stato umiliato e aggredito. Descrive un episodio in cui era stato picchiato e spinto a terra, bagnato con una pentola d'acqua e trascinato dalla camicia lungo il corridoio fino alla sua stanza. Racconta anche che, in altre occasioni, la porta della stanza veniva chiusa a chiave e lei rimaneva fuori, incapace di proteggere il figlio, mentre Mohamed veniva picchiato e torturato. Sono dichiarazioni gravi e l’auspicio è che vengano verificate nell'ambito delle indagini.
La tortura è uno dei più gravi crimini contro la dignità della persona. La Convenzione delle Nazioni Unite la definisce come l'inflizione intenzionale di gravi sofferenze fisiche o psichiche da parte di un pubblico ufficiale, o di chi agisce a titolo ufficiale, con finalità di punire, intimidire, ottenere informazioni o esercitare pressioni.
Perché giuridicamente si possa parlare di tortura devono concorrere tre elementi precisi: l'intenzionalità del dolore inflitto, il coinvolgimento di soggetti che agiscono per conto dello Stato e una finalità di punizione, intimidazione o coercizione.
Nel caso di Mohamed, secondo quanto emerge dal racconto della madre, questi tre elementi sembrano emergere: il dolore fisico e psicologico inflitto, il ruolo attribuito alla persona indicata nei racconti della madre e la finalità di intimidire e punire descritta nei suoi racconti. Sarà ora il compito delle indagini stabilire la verità dei fatti e accertare eventuali responsabilità.
Ma davanti a un racconto di questa gravità, il dovere di chi indaga è uno solo: arrivare fino in fondo.
Mohamed non è morto soltanto quando il suo corpo ha colpito il suolo. Se sarà accertato che qualcuno ha contribuito, con violenze, abusi e tortura, a spingerlo verso quel punto di non ritorno, allora la sua morte non potrà essere raccontata come il gesto di un uomo solo. Per questo la verità non è un dettaglio giudiziario ma è l'unica cosa che resta da consegnargli.
Oggi il suo corpo sarà sottoposto all'autopsia. Poi lascerà questo paese per sempre. Tornerà da suo padre, accanto all'uomo che aveva continuato a cercare anche dopo la sua morte, come si cerca una casa quando il mondo è diventato troppo freddo. Lo ritroverà nel silenzio di un cimitero, dove il dolore non fa più rumore e dove, forse, le ferite che la vita gli ha lasciato troveranno finalmente pace. Lascia una madre che continua a stringere fotografie invece di mani, ricordi invece di futuro.
Chi resta, invece, ha il dovere di non distogliere lo sguardo. Di pretendere che ogni fatto venga accertato, che ogni responsabilità venga riconosciuta. Perché la giustizia non restituisce un figlio, ma almeno impedisce che il suo nome venga sepolto insieme al suo corpo.
Il resto appartiene al silenzio. Quello delle madri quando finiscono le parole. Quello delle stanze rimaste vuote. Quello di un ragazzo che aveva scritto di voler tornare da suo padre e che, senza saperlo, stava già salutando il mondo.
Sui social scorrono parole d'odio, giudizi affrettati e cattiverie, ma intanto Mohamed vola altrove. Più in alto dell'odio, più in alto delle offese, più in alto dell'indifferenza. Il suo corpo ha toccato terra in un istante. La coscienza di chi ha smarrito ogni pietà continua ancora a cadere!