Dalle aziende familiari del Pollino alle produzioni del Cosentino, una coltura che unisce reddito, biodiversità e presidio delle aree rurali. Mormanno, Laino Borgo e Laino Castello tra i territori dove il borlotto conserva una presenza significativa

Dai campi del Pollino una produzione che racconta la Calabria rurale

Ci sono produzioni agricole che difficilmente entrano nelle grandi statistiche, ma che raccontano meglio di altre il rapporto tra una comunità e la propria terra. Il fagiolo borlotto è una di queste. In Calabria continua a essere coltivato soprattutto all’interno di aziende agricole di dimensioni contenute, dove la produzione orticola convive spesso con altre colture e dove il lavoro dell’imprenditore e della famiglia resta determinante. Un esempio significativo arriva dal Cosentino e, in particolare, dal versante calabrese del Pollino. Nei territori di Mormanno, Laino Borgo e Laino Castello si è sviluppata negli anni un’orticoltura tipica e a basso impatto ambientale nella quale trovano spazio sia il borlotto ceroso nano sia quello rampicante. L’Arsac indica proprio queste varietà tra le colture diffuse nell’area, insieme ad altri prodotti caratteristici del territorio. È un’agricoltura che non punta sui grandi numeri, ma sulla qualità e sul legame con i luoghi: appezzamenti spesso limitati, conoscenze tramandate nel tempo e un prodotto che può arrivare ai consumatori attraverso mercati locali, negozi di prossimità e ristorazione.

Piccole e medie imprese agricole, un valore economico che rimane sul territorio

Dietro un sacchetto o una cassetta di borlotti calabresi non c’è soltanto un prodotto alimentare. Ci sono imprese che acquistano sementi e attrezzature, impiegano manodopera, mantengono produttivi i terreni e alimentano piccole economie locali. I dati elaborati dall’Arsac mostrano anche come questa coltura possa conservare una propria sostenibilità economica: per il borlotto ceroso nano irriguo viene indicata una resa media di circa 70 quintali per ettaro, con una produzione lorda vendibile stimata in 7 mila euro per ettaro; per il borlotto ceroso rampicante la resa arriva mediamente a 80 quintali, con una PLV di circa 9.600 euro per ettaro. Numeri che assumono un significato particolare nelle aree interne della Calabria, dove anche una piccola produzione può contribuire alla permanenza delle famiglie, al ricambio generazionale e alla sopravvivenza delle attività agricole. Nel Pollino, le iniziative di assistenza tecnica e valorizzazione dell’orticoltura locale hanno contribuito negli anni anche alla nascita di realtà cooperative e di nuove esperienze imprenditoriali condotte da giovani agricoltori. È qui che il borlotto diventa qualcosa di più di una semplice coltura: un tassello di un’economia diffusa che genera valore senza separarlo dal territorio in cui nasce.

Filiera corta e identità, la sfida per dare più valore al borlotto calabrese

La vera partita, però, si gioca sul mercato. Le piccole e medie aziende calabresi devono confrontarsi con produzioni provenienti da grandi filiere nazionali e internazionali, dove i volumi consentono prezzi difficilmente sostenibili per chi lavora pochi ettari e punta maggiormente sulla qualità. Per questo il futuro del borlotto calabrese passa dalla capacità di distinguere il prodotto, raccontarne l’origine e ridurre la distanza tra produttore e consumatore. Vendita diretta, mercati contadini, ristorazione locale, trasformazione e reti tra aziende possono rappresentare strumenti decisivi. Anche la ricerca sugli ecotipi regionali conferma le potenzialità di questo patrimonio: nelle prove condotte dall’Arsac figurano diverse varietà di fagiolo legate alla biodiversità calabrese, tra cui il Borlotto Spaddrera, mentre le valutazioni economiche indicano margini per rendere sostenibile la coltivazione quando il prodotto viene adeguatamente valorizzato. Difendere queste produzioni significa allora difendere anche i campi coltivati, il lavoro agricolo e la presenza umana nei piccoli centri. Da Mormanno a Laino Borgo e Laino Castello, il borlotto racconta una Calabria fatta di aziende che forse non occupano grandi superfici, ma che svolgono una funzione enorme: mantenere viva la terra e trasformare la biodiversità agricola in economia, identità e futuro.