Semi e varietà contadine, chi custodisce la biodiversità agricola della Calabria
Agricoltori custodi, centri sperimentali, ricercatori e comunità rurali difendono un patrimonio di cereali, ortaggi, legumi e fruttiferi locali. La sfida è trasformare la conservazione in opportunità economica per i territori
La biodiversità agricola calabrese non vive soltanto nelle banche del germoplasma o nei cataloghi scientifici. Continua a esistere soprattutto nei piccoli appezzamenti, negli orti familiari e nelle aziende che riproducono da generazioni semi adattati ai diversi ambienti della regione.
Sono varietà selezionate nel tempo dalle comunità contadine in base al clima, ai terreni, alle necessità alimentari e alle tecniche di coltivazione locali. Fagioli, grani, pomodori, peperoni, melanzane, cipolle e fruttiferi custodiscono quindi non soltanto caratteristiche genetiche, ma anche saperi, ricette e identità territoriali.
La perdita di queste risorse non sarebbe facilmente reversibile. L’Arsac ricorda che alcune varietà frutticole censite in passato sono già scomparse, insieme a diversi tipi di frumento abbandonati con il passaggio dall’agricoltura tradizionale a sistemi produttivi più standardizzati.
Il ruolo degli agricoltori custodi
I protagonisti principali della conservazione sul territorio sono gli agricoltori custodi. La normativa nazionale e la legge regionale calabrese riconoscono questa figura a chi si impegna a mantenere nella propria azienda risorse genetiche vegetali o animali a rischio di estinzione e di erosione genetica.
Il loro compito non consiste soltanto nel conservare un campione di seme, ma nel continuare a coltivarlo nel luogo d’origine, riprodurlo correttamente e mantenerne il legame con l’ambiente e con le pratiche locali. Per entrare nell’elenco regionale è necessario dimostrare un’attività di conservazione svolta nel tempo oppure la riscoperta di una varietà o di una razza locale.
Questa funzione assume un valore particolare nelle aree interne, dove la presenza di poche aziende può determinare la sopravvivenza o la scomparsa definitiva di un ecotipo.
Il Registro regionale della biodiversità
La Calabria dispone di un Registro regionale della biodiversità agraria e alimentare, previsto dalla legge regionale numero 14 del 2018. L’iscrizione consente di riconoscere ufficialmente le risorse genetiche locali meritevoli di tutela e di attivare misure per la conservazione, il recupero e la valorizzazione.
Nel 2025 sono entrati nel Registro sei prodotti vegetali: il Grano Secria, il Fagiolo Pappaluni, il Fagiolo Poverello Bianco, la Lenticchia di Mormanno, il Pomodoro di Belmonte Calabro e la Melanzana di Longobardi. Il riconoscimento apre anche alla possibilità di inserimento nell’Anagrafe nazionale e di accesso a progetti di ricerca, formazione e promozione.
Nel Registro risultano inoltre altre risorse legate ai diversi territori calabresi, con indicazioni sulla conservazione in campo, sui soggetti responsabili e sul livello di rischio genetico.
L’Arsac e la rete dei centri sperimentali
Accanto agli agricoltori opera l’Arsac, che svolge attività di ricerca, individuazione, raccolta, moltiplicazione e conservazione delle varietà locali. I suoi centri sperimentali rappresentano una rete pubblica di sicurezza per materiali genetici che rischierebbero di scomparire dai campi.
Il Centro sperimentale dimostrativo di Molarotta, nel Cosentino, conserva e riproduce una vasta collezione di ortaggi provenienti da tutta la regione. Nei campi vengono coltivati ecotipi di pomodoro, peperone, melanzana, patata, anguria e melone, oltre a una raccolta di circa cento tipologie di fagiolo.
Il lavoro non si limita alla conservazione. Le sementi vengono moltiplicate, selezionate e in alcuni casi restituite agli agricoltori custodi, affinché tornino a essere coltivate nei territori dai quali provengono. È quanto avvenuto, per esempio, con il fagiolo Merulla.
Dalla conservazione alla verifica in campo
Difendere una varietà significa anche comprenderne le caratteristiche produttive e verificarne l’adattabilità all’agricoltura contemporanea. L’Arsac ha condotto prove sui fagioli nani autoctoni per valutarne resa, maturazione, facilità di sgranatura e possibilità di raccolta meccanizzata.
Le sperimentazioni hanno indicato come particolarmente interessanti varietà quali Nera di Calabria, Nera di Montagna, Borlotto Spaddrera, Surjaca pa pasta, Murisca e altre tipologie locali. I risultati dimostrano che la biodiversità può dialogare con l’innovazione, purché la selezione non cancelli le caratteristiche originarie delle risorse genetiche.
La ricerca è decisiva anche per assicurare sementi sane, quantità sufficienti e tecniche colturali adatte ai diversi ambienti regionali.
Piccoli produttori contro l’estinzione
Molte varietà sono arrivate fino a oggi grazie alla tenacia di singole famiglie e piccole aziende. La Cipolla Bianca di Castrovillari, per esempio, è stata preservata da produttori che hanno continuato a coltivarla e a conservarne il seme su superfici limitate, mantenendo viva una produzione ormai legata a un mercato di nicchia.
Un percorso simile riguarda il Fagiolo Poverello Bianco. A partire dagli anni Novanta, attività di ricerca e valorizzazione realizzate con il coinvolgimento di Arsac, università ed enti scientifici hanno favorito una maggiore attenzione da parte degli agricoltori e un aumento delle superfici coltivate.
Queste esperienze mostrano che la conservazione diventa più solida quando il seme trova anche uno sbocco commerciale e garantisce un reddito a chi lo coltiva.
Scuole e comunità per tramandare i saperi
La tutela della biodiversità agricola passa anche dalla formazione. Arsac collabora con istituti scolastici per coinvolgere studenti e docenti nello studio, nella moltiplicazione e nella conservazione di antiche varietà.
A Corigliano-Rossano, un progetto con l’Istituto Majorana ha riguardato semi locali di peperone, pomodoro e fagiolo conservati nel Centro di Molarotta. Gli studenti hanno partecipato alla classificazione delle varietà attraverso le schede descrittive previste dalle linee guida nazionali.
Nel 2026 i centri Arsac hanno inoltre aperto le porte a cittadini, tecnici e agricoltori durante la Settimana della biodiversità, con percorsi dedicati alle specie autoctone e alle tecniche di tutela.
Il rischio di una conservazione senza mercato
Registrare e custodire una varietà è fondamentale, ma non sufficiente. Senza una domanda stabile, molti agricoltori non possono sostenere i maggiori costi legati alle piccole quantità, alla lavorazione manuale e alle rese spesso inferiori rispetto alle produzioni standard.
Occorre quindi costruire filiere locali che colleghino i semi agli agricoltori, ai trasformatori, ai mercati contadini, alla ristorazione e alle mense. Le comunità del cibo previste dalla normativa nazionale possono mettere insieme produttori, scuole, università, centri di ricerca, esercizi commerciali ed enti pubblici intorno alla tutela e all’utilizzo della biodiversità agricola.
Il valore economico deve però rimanere nei territori e riconoscere il lavoro di chi conserva le risorse genetiche, evitando che le denominazioni tradizionali diventino soltanto strumenti di marketing.
Semi locali per affrontare il cambiamento climatico
La biodiversità delle sementi può offrire anche strumenti utili per rispondere alle variazioni climatiche. Una base genetica ampia aumenta infatti le possibilità di individuare piante capaci di adattarsi a condizioni ambientali differenti, alla scarsità d’acqua o alla diffusione di nuove fitopatie.
Il CREA sottolinea l’importanza di sistemi sementieri più diversificati, delle varietà da conservazione, delle popolazioni evolutive e delle case delle sementi, strutture che rendono disponibili agli agricoltori piccole quantità di risorse genetiche locali.
Per la Calabria, segnata da aree montane, ambienti costieri e territori interni molto diversi tra loro, questa ricchezza può diventare una risorsa strategica per il futuro dell’agricoltura.
Custodire significa continuare a coltivare
La biodiversità agricola calabrese è affidata a una rete composta da agricoltori, tecnici, ricercatori, istituzioni e comunità locali. La sua tutela non può essere immaginata come una semplice conservazione museale.
Un seme rimane vivo quando viene coltivato, selezionato, scambiato nel rispetto delle regole e trasformato in alimento. La sfida è quindi riportare le varietà contadine nei campi e nei mercati, garantendo identità, tracciabilità e reddito.
Solo così il patrimonio genetico costruito nei secoli potrà continuare a evolversi e diventare una risposta concreta allo spopolamento rurale, alla crisi climatica e alla progressiva uniformità delle produzioni agricole.