Cassano, il sangue torna a scorrere nella famiglia Pepe: trent'anni di mafia, omicidi e alleanze nella Sibaritide
Damiano Pepe, detto “Tripolino”, sopravvive all'agguato in cui viene uccisa la moglie Silvana Sibarelli. Dal delitto Lanzillotta alla morte del fratello Eduardo, dalla guerra con i Forastefano ai legami familiari con gli Abbruzzese: la storia di un u

Per capire chi volevano ammazzare nella notte tra venerdì e sabato a Cassano allo Ionio bisogna tornare indietro di oltre trent'anni. A quando nella Sibaritide le cosche si contendevano il territorio a colpi di lupara, gli omicidi si susseguivano e le guerre di mafia coinvolgevano intere famiglie. Damiano Pepe, 64 anni, conosciuto negli ambienti criminali come “Tripolino”, quella stagione l'ha vissuta da protagonista. Ha conosciuto il carcere, ha perso un fratello ammazzato nella faida e, dopo oltre vent'anni di detenzione, è tornato in libertà. Nella notte del 24 ottobre 2026 qualcuno ha cercato di ucciderlo. I proiettili hanno invece stroncato la vita di sua moglie, Silvana Sibarelli, 60 anni.
L'agguato è avvenuto in contrada Lattughelle, nel territorio di Cassano allo Ionio, al confine con Corigliano-Rossano. Almeno due persone, secondo le prime ricostruzioni, avrebbero raggiunto la zona dell'abitazione e aperto il fuoco. Silvana Sibarelli è morta sotto i colpi dei sicari. Il marito, ferito alle spalle, è stato soccorso e trasportato prima all'ospedale di Rossano e successivamente all'Annunziata di Cosenza. Le sue condizioni sono serie, ma secondo gli ultimi aggiornamenti non sarebbe in pericolo di vita.
Chi ha sparato, chi ha ordinato l'agguato e soprattutto perché sono ancora interrogativi senza risposta. Ma il passato di Damiano Pepe racconta molto del mondo nel quale gli investigatori stanno cercando quelle risposte.
Pepe appartiene alla vecchia generazione della criminalità organizzata della Sibaritide. Il suo nome compare nelle ricostruzioni giudiziarie della cosca Pepe-Abbruzzese, una delle organizzazioni protagoniste delle sanguinose contrapposizioni mafiose tra Cassano e Corigliano. Prima ancora dell'alleanza con gli Abbruzzese, il suo percorso criminale si intreccia con quello di Santo Carelli, figura di primo piano della criminalità coriglianese.
Uno degli episodi che segnano la sua storia giudiziaria risale al gennaio 1993. Luigi Lanzillotta, imprenditore di Cassano, viene assassinato all'interno di una barberia allo Scalo di Corigliano. Secondo la ricostruzione giudiziaria, l'omicidio viene ordinato da Santo Carelli. Damiano Pepe sarà condannato per avervi partecipato. Nel 1994 finisce in carcere. Vi trascorrerà gran parte dei successivi venticinque anni, scontando condanne per associazione mafiosa e omicidio.
Mentre lui è detenuto, fuori dal carcere la guerra continua. A guidare il gruppo criminale viene indicato il fratello minore Eduardo Pepe. Il 3 ottobre 2002 anche Eduardo viene assassinato, insieme a Fioravante Abruzzese. Eduardo ha appena 33 anni. È uno degli omicidi della lunga contrapposizione tra i gruppi Pepe-Abbruzzese e Forastefano.
Il 3 novembre 2002, appena un mese dopo l'assassinio di Eduardo Pepe, viene ucciso anche Carmine Pepe, un ragazzo di appena sedici anni, figlio di un cugino di Damiano ed Eduardo. I sicari lo raggiungono in contrada Timpone Rosso, a Cassano allo Ionio, mentre viaggia su uno scooter insieme a Sergio Benedetto, che rimane ferito. Secondo le successive ricostruzioni investigative, i due erano sospettati di aver avuto un ruolo nell'omicidio di Eduardo Pepe e Fioravante Abbruzzese. Carmine viene assassinato con tre colpi alla nuca. Sergio Benedetto sopravvive a quell'agguato, ma sarà ucciso nel giugno 2003.
Per Damiano Pepe la morte del fratello Eduardo rappresenta una frattura nella storia familiare. Lui è dietro le sbarre mentre il gruppo che porta il suo cognome continua a essere coinvolto negli scontri per il controllo del territorio.
La lunga detenzione termina nel 2019. Pepe torna in libertà dopo circa un quarto di secolo. Nel frattempo la Sibaritide è cambiata, almeno negli equilibri tra le organizzazioni. Le vecchie inimicizie hanno lasciato spazio anche a nuove alleanze. E il cognome Pepe continua a comparire nelle indagini antimafia, questa volta attraverso la generazione successiva.
Sua figlia Finizia Pepe è infatti legata a Nicola Abbruzzese, detto “Semiasse”, esponente della famiglia mafiosa cassanese. Il legame tra i due si inserisce in una storia di rapporti tra le famiglie Pepe e Abbruzzese che risale a molti anni prima. Gli Abbruzzese, conosciuti anche come il clan degli Zingari, hanno rappresentato per decenni uno dei principali gruppi criminali dell'area di Cassano.
La famiglia conta personaggi dai soprannomi diventati familiari nelle cronache giudiziarie: Celestino Abbruzzese, detto “Asso di bastoni”, Nicola “Semiasse”, Marco “U palumm”, Franco “Dentuzzu”, Fiore “Ninuzzu”. Alcuni hanno riportato condanne pesantissime, anche all'ergastolo. Sono nomi che attraversano le inchieste della Dda di Catanzaro e raccontano la continuità di un'organizzazione capace di sopravvivere agli arresti, alle condanne e alle guerre interne.
Nel maggio 2025 una nuova operazione antimafia porta all'arresto di Finizia Pepe. L'inchiesta, coordinata dai magistrati Alessandro Riello e Stefania Paparazzo della Dda di Catanzaro, sotto la direzione del procuratore Salvatore Curcio, ricostruisce le attività economiche e organizzative della cosca.
Evoluzione giudiziaria, legami familiari e dinamiche criminali
Secondo l'accusa, Finizia non sarebbe stata una semplice componente della famiglia. Avrebbe avuto un ruolo nella gestione del denaro e nei collegamenti tra gli affiliati. Gli investigatori le contestano, tra l'altro, la gestione di somme destinate al sostentamento di appartenenti al gruppo e delle loro famiglie.
Nelle carte dell'inchiesta compare il nome di Gianluca Maestri, successivamente diventato collaboratore di giustizia. Secondo la ricostruzione investigativa, Finizia avrebbe provveduto a pagamenti mensili inizialmente di 1.500 euro, poi aumentati a 2.000. Dopo l'arresto di Maestri, le somme sarebbero state consegnate alla sua compagna. Le intercettazioni avrebbero inoltre documentato conversazioni con Nicola Abbruzzese sulla distribuzione del denaro e sulle comunicazioni interne all'organizzazione.
Il 14 settembre 2026, nel processo Last Bird, Finizia Pepe viene condannata in primo grado a 8 anni e 4 mesi di reclusione. La sentenza rappresenta un ulteriore passaggio giudiziario nella ricostruzione delle attività della cosca, ma non costituisce ancora un accertamento definitivo delle sue responsabilità.
Le indagini offrono uno spaccato significativo del funzionamento attribuito dagli investigatori alle cosche della Sibaritide: non soltanto armi e omicidi, ma una struttura economica capace di sostenere detenuti, familiari e affiliati, mantenendo rapporti e gerarchie anche quando i capi sono in carcere.
La situazione è ulteriormente complicata da un altro elemento. Secondo le più recenti ricostruzioni della Dda, le organizzazioni che per anni si erano combattute, compresi gli Abbruzzese e i Forastefano, avrebbero successivamente trovato forme di collaborazione. Una trasformazione degli equilibri criminali che rende ancora più difficile leggere l'agguato di oggi utilizzando soltanto le categorie della vecchia faida.
L'agguato contro Pepe arriva a un anno quasi esatto da un altro attentato che ha colpito una famiglia storicamente rivale. Il 23 ottobre 2025, Domenico Forastefano, padre di Pasquale, detto “l'Animale”, detenuto al 41-bis, viene raggiunto da alcuni colpi di fucile. Sopravvive. Dodici mesi dopo, nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 2026, tocca a Damiano Pepe. Anche lui sopravvive, ma questa volta a morire è sua moglie.
La coincidenza delle date è impressionante. Non dimostra, da sola, che i due attentati siano collegati, ma riporta l'attenzione su un territorio nel quale gli omicidi e i tentati omicidi continuano a scandire la storia dei rapporti tra le cosche.
Il 4 aprile 2022, a Castrovillari, vengono assassinati Maurizio Scorza e la compagna Hanene Hendli. Successivamente viene ucciso a Lauropoli anche Giuseppe Scorza, figlio di Maurizio. A Schiavonea viene assassinato Salvatore Aquino, un delitto per il quale soltanto pochi giorni fa la Corte d'Assise di Cosenza ha pronunciato una sentenza di primo grado. Episodi diversi, sui quali sono state condotte indagini e celebrati processi distinti, ma che restituiscono la dimensione della violenza criminale nella Sibaritide.
Il pubblico ministero della Dda di Catanzaro Alessandro Riello, durante la requisitoria in uno dei processi sulla criminalità organizzata del territorio, aveva definito la Sibaritide una polveriera. Una definizione che torna drammaticamente d'attualità dopo quanto accaduto a Lattughelle.
L'agguato contro Pepe presenta poi una circostanza particolarmente grave: a perdere la vita è stata Silvana Sibarelli. Una donna della quale, al momento, le cronache raccontano soprattutto il legame matrimoniale con un uomo dal pesante passato criminale. Non risultano, nelle informazioni finora disponibili, elementi che consentano di attribuirle responsabilità nelle vicende giudiziarie del marito. È stata raggiunta dai proiettili di chi ha fatto irruzione nella loro vita e nella loro casa.

Indagini in corso e il persistere della violenza nella Sibaritide
Gli investigatori dovranno accertare se l'obiettivo fosse soltanto Damiano Pepe, se l'attentato sia maturato all'interno dei nuovi equilibri criminali o se abbia radici in contrasti precedenti. Dovranno soprattutto individuare chi ha sparato e chi eventualmente ha ordinato l'esecuzione.
A occuparsi delle indagini sono i carabinieri della Compagnia di Cassano allo Ionio e del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Cosenza, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.
Damiano Pepe è sopravvissuto a una lunga stagione di guerre mafiose, ha trascorso oltre venticinque anni in carcere, ha visto il proprio cognome attraversare tre generazioni di cronache giudiziarie. Ora, a 64 anni, è ricoverato in un letto dell'ospedale di Cosenza. Sua moglie è morta.
Nella Sibaritide cambiano le generazioni, cambiano le alleanze, i nemici di ieri possono diventare i soci di oggi. Ma i conti continuano a essere regolati con le armi. E questa volta il conto lo ha pagato Silvana Sibarelli.