prezzo calabria

Se c’è una lezione che questa inchiesta lascia sul tavolo, è semplice e scomoda: il prezzo non è mai solo un numero.

Il prezzo è un sistema. È una scelta collettiva. È una catena di passaggi che decide chi resta in piedi e chi chiude, chi investe e chi rinuncia, chi continua a presidiare i territori e chi li abbandona.

E in Calabria, più che altrove, questa dinamica avrebbe un effetto amplificato. Perché qui il cibo non è un settore qualunque: è economia reale, è lavoro, è identità, è sicurezza sociale. Se la filiera non remunera chi produce, non si impoverisce solo un’azienda: si impoverisce un pezzo di regione.

Questa quinta puntata serve a tirare le fila. Non con slogan, ma con un ragionamento che tenga insieme produttori, consumatori e istituzioni. Perché il paradosso che abbiamo raccontato – cibo calabrese che costa di più e rende di meno – non è un mistero. È la conseguenza di un equilibrio sbilanciato, dove il valore non sempre torna a chi lo crea.

La verità più semplice: se chi produce non regge, non esiste futuro di qualità

Un territorio può raccontarsi quanto vuole. Può promuovere marchi, eventi, sagre, narrazioni identitarie. Ma se chi produce non regge, tutto questo diventa una vetrina. E le vetrine, da sole, non tengono in piedi un’economia.

Il punto è che la qualità, senza sostenibilità, è fragile. E la Calabria, come tante altre regioni che producono qualità senza riuscire a trattenerne i benefici economici, rischierebbe di vivere una contraddizione strutturale: esportare reputazione e importare fragilità.

Quando un produttore chiude, non chiude solo un laboratorio. Si perde: presidio del territorio; competenze e tradizioni; posti di lavoro diretti e indiretti; filiere locali che mantengono viva l’economia nelle aree interne. La chiusura non è mai solo un fatto privato. È un fatto pubblico.

Il “costo Calabria” e la fatica di stare nel mercato

In Calabria la filiera spesso partirebbe in salita per ragioni che non sono ideologiche, ma concrete. Logistica più costosa, frammentazione produttiva, infrastrutture non sempre efficienti, distanze interne, minore forza contrattuale di molte micro-imprese.

Questo si tradurrebbe in un “costo Calabria” che grava su chi produce, soprattutto quando non ha: capacità di stoccaggio; canali diretti; rete commerciale strutturata; forza aggregata per contrattare.

Il risultato? Si lavora tanto, si vende comunque, ma con margini che non permettono di pianificare. E senza pianificazione, il futuro diventa un’attesa.

Il consumatore paga di più, ma non compra necessariamente “più Calabria”

Il consumatore, davanti allo scaffale, vede prezzi in crescita e pensa di pagare la qualità. Ma l’inchiesta ha mostrato che, spesso, l’aumento del prezzo finale potrebbe dipendere da fattori che nulla hanno a che fare con il produttore: costi di distribuzione, promozioni, packaging, logistica, rischio commerciale, margini.

Questo crea un cortocircuito pericoloso: il consumatore si sente “spremuto” e il produttore si sente “trascurato”. Entrambi sono scontenti, ma il sistema resta in piedi.

E allora la domanda diventa inevitabile: se paghiamo di più, chi sta incassando davvero il valore? E soprattutto, quel valore sta tornando al territorio?

Il nodo centrale: trasparenza di filiera e forza contrattuale

Questa serie, in fondo, ha girato intorno a due parole chiave: trasparenza e potere contrattuale. La trasparenza perché senza dati comprensibili il consumatore non sa cosa sostiene davvero e il produttore non può dimostrare il valore del proprio lavoro.

Il potere contrattuale perché, se a monte ci sono tanti piccoli e a valle pochi grandi, il prezzo tende a essere deciso da chi controlla il canale. Non è questione di buoni o cattivi. È questione di struttura.

E quando la struttura è sbilanciata, il risultato è quasi sempre lo stesso: chi produce assorbe i rischi, chi rivende difende i margini.

Il rischio più grande: la selezione naturale contro la qualità

Se questo meccanismo resta invariato, il mercato potrebbe selezionare non i migliori, ma i più resistenti. Chi è grande, chi è integrato, chi ha capitali, chi può sopportare tempi lunghi e oscillazioni.

I piccoli, anche se eccellenti, rischiano di scomparire. E quando scompaiono i piccoli, la Calabria perde: biodiversità produttiva; prodotti identitari; economia diffusa; presidio delle aree interne.

È qui che il paradosso diventa drammatico: una regione celebrata per la qualità rischierebbe di vederla erodersi dall’interno, non per mancanza di capacità, ma per mancanza di remunerazione.

Cosa potrebbe cambiare davvero

Questa inchiesta non può chiudersi con un “si dovrebbe”. Servono leve concrete. Senza promettere miracoli, ma indicando direzioni.

1) Aggregazione vera, non simbolica: Se i produttori restano frammentati, restano deboli. Aggregarsi non significa perdere identità, significa mettere forza contrattuale in comune: acquisti condivisi, logistica comune, contratti collettivi, strutture di vendita territoriali.

La Calabria, su questo, avrebbe un margine enorme: la qualità diffusa può diventare un vantaggio solo se diventa anche sistema.

2) Filiera più corta sul serio: Non basta dire “chilometro zero”. Bisognerebbe ridurre davvero i passaggi inutili. La filiera corta deve essere sostenibile: meno adempimenti inutili, più supporto a mercati locali, più infrastrutture leggere, più canali diretti moderni.

Se vendere diretto è un percorso a ostacoli, la filiera resterà lunga. E allora il valore continuerà a disperdersi.

3) Contratti e pagamenti più equi: Il tempo di pagamento è un’arma economica. Se chi produce incassa tardi, vive in affanno. Un sistema sano dovrebbe garantire tempi certi e condizioni trasparenti. Perché senza liquidità, non si investe, non si innova, non si resiste.

4) Trasparenza sui margini: Non per fare processi, ma per rendere il mercato più leggibile. Se il consumatore sapesse meglio dove va il suo euro, potrebbe scegliere più consapevolmente. E se il produttore potesse dimostrare il valore reale, potrebbe contrattare meglio. La trasparenza non è un attacco a qualcuno. È una tutela per tutti.

5) Politiche che premino il territorio reale: In Calabria non basterebbe promuovere il prodotto. Bisognerebbe premiare chi tiene in piedi la filiera locale: chi investe, chi assume, chi certifica, chi lavora rispettando standard alti. Se il premio va solo all’immagine, la sostanza si impoverisce.

Il ruolo del consumatore: scegliere, ma non da solo

Il consumatore può fare molto, ma non può fare tutto. Può premiare chi comunica chiaramente, chi vende in modo trasparente, chi mostra filiera e provenienze senza ambiguità.

Ma sarebbe ingiusto scaricare la responsabilità sul carrello della spesa. Serve un sistema che renda la scelta possibile, non una caccia al tesoro tra etichette e promozioni.

La scelta informata deve essere una condizione garantita. Non una competenza richiesta.

Il prezzo è un voto quotidiano

Alla fine, il prezzo è un voto quotidiano. Ogni euro speso decide quale filiera cresce e quale si spegne. Ma perché questo voto sia davvero libero, serve un sistema trasparente e un mercato più equilibrato.

La Calabria, come tante altre regioni che producono qualità senza raccoglierne i risultati, non avrebbe bisogno di essere raccontata di più. Avrebbe bisogno di essere trattenuta di più: trattenere valore, reddito, lavoro, futuro.

Perché se il cibo calabrese costa di più ma rende di meno, non è solo un problema di mercato. È una questione sociale. È un problema di territori. E, alla fine, è un problema di tutti.