Ci sono messaggi che portano con sé il peso del dolore di un’intera famiglia. Quello inviato a Calabria News 24 da Imran Khan Sowaryan, fratello di Waseem Khan, è un grido di dolore che attraversa migliaia di chilometri, dal Pakistan alla Calabria. La frase più straziante è anche la più difficile da pronunciare: la madre di Waseem, gravemente malata di cuore, secondo quanto racconta il figlio non sarebbe stata ancora informata della sua morte.

La famiglia continua a dirle che il ragazzo è rimasto ferito e che presto guarirà. Una bugia pronunciata per proteggerla da una verità che, temono i figli, il suo cuore potrebbe non riuscire a sopportare. La donna continua così ad aspettarlo, aggrappata alla speranza di una telefonata, di una nuova videochiamata dall’Italia e di quei soldi che Waseem le aveva promesso per permetterle di curarsi.

Il più giovane e il beniamino della madre

Waseem Khan aveva 29 anni ed era il più giovane della famiglia. Imran lo descrive come un ragazzo buono, generoso e profondamente legato alla madre.

«Era il più giovane di tutti noi ed era il beniamino di nostra madre. Lei gli voleva molto bene», racconta il fratello.

Prima di partire per l’Italia, Waseem trascorreva gran parte delle sue giornate accanto alla donna. La aiutava nelle faccende domestiche, si occupava di lei e cercava di sostenerla durante i momenti più difficili della malattia.

«Waseem si prendeva cura di nostra madre e l’aiutava in ogni cosa. Stava a casa con lei tutto il giorno», scrive Imran.

Il giovane lavorava duramente anche in Pakistan, ma ciò che riusciva a guadagnare non era sufficiente a sostenere le spese familiari e a pagare le cure necessarie per la patologia cardiaca della madre. Anche il padre si era ammalato quando Waseem era ancora giovane, rendendo ancora più fragile la situazione economica della famiglia.

Il viaggio in Italia per salvarle la vita

Waseem aveva lasciato la propria casa, i fratelli, gli amici e tutto ciò che conosceva per cercare in Italia un futuro migliore. Non inseguiva la ricchezza. Cercava lavoro, pace e la possibilità di garantire cure adeguate alla madre.

Secondo quanto racconta Imran, il giovane sarebbe stato costretto dalle difficoltà economiche ad abbandonare la propria terra mentre la madre piangeva per la sua partenza.

Aveva scelto l’Italia portando con sé una promessa: lavorare, mettere da parte il denaro necessario e inviarlo a casa per affrontare le spese mediche.

«Lasciò sua madre in lacrime, in giovane età, solo per poterle garantire le migliori cure», scrive il fratello.

Secondo la testimonianza della famiglia, Waseem avrebbe ottenuto rapidamente i documenti necessari per iniziare a lavorare. Per circa tre o quattro mesi avrebbe prestato la propria attività per le persone successivamente coinvolte nell’inchiesta sulla strage.

Il fratello sostiene inoltre che al giovane sarebbero stati consegnati degli assegni bancari che non sarebbe però riuscito a incassare. Si tratta di circostanze riferite dalla famiglia, sulle quali spetterà agli accertamenti giudiziari fare piena chiarezza.

Le videochiamate ogni sera

Mentre Waseem lavorava in Calabria, le condizioni di salute della madre continuavano a peggiorare. La famiglia, priva di risorse economiche sufficienti, sarebbe stata costretta a chiedere denaro in prestito per affrontare le spese quotidiane e le cure.

Ogni sera, nonostante la fatica del lavoro, Waseem chiamava la madre in video. Le mostrava il proprio volto, cercava di tranquillizzarla e le ripeteva che presto avrebbe ricevuto il denaro guadagnato.

«La incoraggiava dicendole che avrebbe guadagnato dei soldi e che glieli avrebbe mandati per le sue cure», racconta Imran.

Quelle videochiamate erano diventate un appuntamento quotidiano, un filo sottile capace di tenere insieme due vite separate da migliaia di chilometri. Da una parte una madre malata, dall’altra un figlio piegato dalla fatica, ma ancora convinto che il proprio sacrificio avrebbe potuto salvarla.

La promessa spezzata ad Amendolara

Quella promessa è rimasta sospesa per sempre, spezzata all’alba del primo giugno nell’area di servizio lungo la Statale 106, ad Amendolara.

Waseem è morto insieme ad altri tre braccianti, gli afghani Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad. Un quinto lavoratore riuscì a fuggire dal minivan in fiamme, diventando il principale testimone dell’indagine.

Secondo la ricostruzione al centro dell’inchiesta, la tragedia sarebbe maturata nel contesto delle richieste avanzate dai lavoratori per ottenere il pagamento delle spettanze e la regolarizzazione della loro posizione.

«Il primo giugno è arrivata la notizia che Waseem era stato ucciso per il denaro frutto del suo duro lavoro», scrive il fratello.

Per la famiglia è iniziato un dolore impossibile da descrivere. Non soltanto la perdita del figlio e del fratello più giovane, ma anche la necessità di nascondere la verità alla donna per la quale Waseem aveva affrontato il viaggio verso l’Italia.

«Le diciamo che è ferito, ma le stiamo mentendo»

Quando la notizia della morte di Waseem è arrivata in Pakistan, i familiari non hanno avuto il coraggio di comunicarla alla madre.

Le hanno detto che il ragazzo è rimasto ferito e che si trova ancora in cura. Continuano a ripeterle che guarirà, mentre ogni giorno diventa più difficile sostenere quella speranza.

«Abbiamo continuato a consolarla dicendole che era ferito e che sarebbe guarito, ma le stavamo mentendo», ammette Imran.

Una menzogna dettata dalla paura. La donna soffre di una grave malattia cardiaca e i familiari temono che la morte del figlio possa esserle fatale.

Non sa che Waseem non chiamerà più. Non sa che il ragazzo partito per consentirle di curarsi non tornerà a casa. Non sa che il figlio che ogni sera le prometteva un futuro migliore ha perso la vita prima di poter mantenere quella promessa.

«Waseem non è più in questo mondo. Aveva lasciato casa proprio per garantire le migliori cure a nostra madre. Ora non c’è più», scrive il fratello.

Il dolore di una famiglia povera e lontana

«Siamo persone molto povere e fragili. Non posso descrivervi la sofferenza che stiamo provando dopo questo tragico evento. È indescrivibile a parole», racconta Imran.

Parole semplici, che restituiscono la disperazione di chi ha perso non soltanto una persona amata, ma anche il giovane sul quale erano state riposte le speranze di sopravvivenza dell’intera famiglia.

Imran parla di Waseem come di un ragazzo consumato dal lavoro e dalla fatica. Un giovane che aveva affrontato un viaggio lungo e difficile per guadagnarsi onestamente il pane e aiutare una madre malata.

Nella lunga lettera inviata alla redazione, il fratello utilizza parole durissime. Parla di una morte che «fa vergognare l’umanità» e definisce gli autori del crimine «bestie in sembianze umane».

È la rabbia di chi si trova lontano, senza mezzi economici, senza assistenza e senza sapere a chi rivolgersi per ottenere giustizia.

«Aiutateci, siate la nostra voce»

La famiglia chiede al Governo italiano che venga fatta piena luce sulla tragedia e che gli eventuali responsabili, una volta definitivamente accertate le responsabilità, siano puniti con la massima severità prevista dalla legge.

Domanda inoltre un sostegno concreto, sia economico sia legale, per affrontare le conseguenze della morte di Waseem e garantire assistenza alla madre.

«Vi preghiamo di far sentire la nostra voce e di rivolgere un appello al Governo affinché organizzi aiuti e cure per nostra madre», scrive Imran.

Poi l’appello diventa ancora più disperato: «Mia madre morirà. Per favore, aiutateci. Siate la nostra voce per Dio e per l’umanità. Siate la voce degli oppressi. Pregheremo Dio per voi e per le vostre famiglie».

Per la strage di Amendolara due uomini sono accusati di omicidio plurimo aggravato e restano sottoposti a custodia cautelare in carcere. Il procedimento è ancora in corso e ogni responsabilità dovrà essere definitivamente accertata nelle sedi giudiziarie.

Una madre continua ad aspettare

Intanto, in una casa povera del Pakistan, una madre malata continua ad aspettare.

Forse guarda la porta. Forse tende l’orecchio quando squilla un telefono. Forse osserva lo schermo dal quale ogni sera compariva il volto di Waseem.

Forse pensa che suo figlio sia ancora in ospedale, ferito ma vivo. Forse immagina che stia lentamente guarendo e che, appena possibile, tornerà a chiamarla.

Continua ad aspettare quei soldi promessi per le cure, senza sapere che Waseem non potrà più inviarli.

Secondo il racconto del fratello Imran, non sa ancora che il viaggio della speranza di suo figlio si è concluso tra le fiamme. Non sa che Waseem, il più giovane, il suo beniamino, il ragazzo che aveva lasciato tutto per salvarle la vita, non tornerà mai più a casa.