Un uomo fa il pieno di carburante in un distributore di strada San Mauro, Torino, 03 gennaio 2023.  ANSA/JESSICA PASQUALON
Un uomo fa il pieno di carburante in un distributore di strada San Mauro, Torino, 03 gennaio 2023. ANSA/JESSICA PASQUALON

Non sono soltanto le fiammate geopolitiche nel Medio Oriente o il peso strutturale delle accise a spingere al rialzo i listini dei carburanti alla pompa. Esiste una componente industriale e regolatoria che viene costantemente sottovalutata nel dibattito pubblico: la drammatica contrazione della capacità di raffinazione europea. Un fenomeno che non è figlio del caso, ma il risultato diretto di un quindicennio di regolamentazione ambientale penalizzante, strutturata su un approccio ideologico e priva di una vera strategia di tutela industriale.

I numeri elaborati dall’associazione europea di settore Concawe e rilanciati dalle recenti prese di posizione parlamentari delineano un quadro di evidente deindustrializzazione. Nel 2009 l’Europa continentale contava 117 raffinerie operative; oggi se ne censiscono appena 94. 

Una sforbiciata che ha ridotto la capacità produttiva continentale di oltre il 20%, pari a un taglio stimato in circa 2 milioni di barili al giorno nell'arco del ventennio 2005-2025. L’Italia, insieme alla Francia, ha pagato uno dei tributi più alti a questa ritirata strategica: gli impianti operativi sul territorio nazionale sono scesi da 16 a 11, con un crollo della produzione da 94,2 a 64 milioni di tonnellate di prodotti raffinati, segnando la perdita netta di un terzo della nostra capacità manifatturiera energetica.

Il Paradosso dell'EU ETS e il "Carbon Leakage"

La causa primaria di questo ridimensionamento risiede nell'impostazione dell'European Union Emissions Trading System (EU ETS). Con il pretesto di tassare le emissioni di carbonio per spingere la transizione ecologica, l'Unione Europea ha sovraccaricato di costi indiretti un settore ad alta intensità energetica. Il risultato non è stato l'azzeramento del fabbisogno di carburanti – che restano indispensabili per la logistica pesante, il trasporto marittimo, l'agricoltura e la mobilità privata – bensì il semplice trasferimento della produzione al di fuori dei confini comunitari.

Si tratta del classico fenomeno del carbon leakage: le regole europee hanno soffocato i margini delle raffinerie locali, mentre nei Paesi asiatici e mediorientali la capacità di raffinazione è cresciuta di oltre il 50%, passando da 25,8 a 38,5 milioni di barili al giorno. Persino gli Stati Uniti, presi d'atto i rischi di una dipendenza estera, hanno invertito la tendenza alla dismissione, sostenendo la resilienza della propria catena del valore. L'Europa, al contrario, ha scelto la via del disarmo industriale preventivo.

L'impatto sui prezzi e la vulnerabilità strategica

Questo vuoto produttivo genera una conseguenza economica immediata per consumatori e imprese. Quando la capacità di raffinazione interna si riduce sotto il livello di guardia, il bilancio energetico continentale diventa strutturalmente deficitario, in particolare sul gasolio. Per coprire il fabbisogno, l'Europa è costretta a importare prodotti finiti o semilavorati da raffinatorie estere. Tale dinamica espone il prezzo finale della benzina e del diesel non soltanto alle fluttuazioni del greggio grezzo (Brent o WTI), ma anche ai premi di margine applicati dai raffinatori extra-UE e ai costi logistici di trasporto marittimo.

La miopia di Bruxelles si rivela doppiamente dannosa: mentre da un lato rifiuta interventi strutturali comunitari per perequare l'impatto dei costi energetici sugli Stati membri, dall'altro finge di non vedere che la rigidità dei prezzi al consumo è la diretta conseguenza delle proprie direttive. Chiudere 35 raffinerie in quindici anni senza che esistesse una tecnologia matura e accessibile in grado di sostituire integralmente la domanda chimica e carburantistica ha significato consegnare la sovranità energetica dell'Unione a player extra-comunitari.

La necessità di un cambio di passo

Se l'obiettivo di una transizione pragmatica deve rimanere la de-carbonizzazione, l'errore metodologico commesso finora è stato confonderla con la de-industrializzazione. Senza una capacità di raffinazione e lavorazione interna – idonea peraltro a essere progressivamente riconvertita per la lavorazione dei biofuel e dei carburanti sintetici (e-fuels) – l'Europa si ritrova oggi più vulnerabile agli shock geopolitici e con un costo della vita strutturalmente più elevato. È indispensabile che le istituzioni europee superino le rigidità ideologiche del Green Deal, rivedano i meccanismi di penalizzazione fiscale sulle industrie strategiche e restituiscano centralità alla sicurezza delle forniture. Senza sovranità industriale, la transizione verde si trasforma soltanto in un salatissimo trasferimento di ricchezza verso l'esterno.