Cosenza, i pentiti raccontano il racket delle estorsioni. Ma oggi si paga ancora il pizzo?
Concessionarie automobilistiche, distributori di carburante, ristoranti e attività commerciali nel mirino delle cosche. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia raccontano minacce, attentati, riscossioni e guerre per spartirsi il denaro

A Cosenza il pizzo ha colpito commercianti, ristoratori, imprenditori edili, titolari di concessionarie automobilistiche, distributori di carburante e numerose altre attività economiche. Un sistema di estorsioni costruito attraverso minacce, attentati intimidatori, richieste di denaro e accordi tra gruppi criminali per la spartizione degli incassi. Un sistema che non si è fermato ai confini della città, ma si è esteso a Rende e ai comuni dell'hinterland, coinvolgendo settori diversi dell'economia e trasformando le attività commerciali in fonti di finanziamento per le organizzazioni criminali. A raccontarlo dall'interno sono stati numerosi collaboratori di giustizia. Luca Pellicori, Luciano Impieri, Giuseppe Zaffonte, Vincenzo De Rose, Giuseppe Montemurro, Francesco Noblea, Celestino Abbruzzese e Adolfo Foggetti hanno fornito, in diverse inchieste, dichiarazioni sui gruppi criminali, sulle attività estorsive e sul controllo del territorio. Le loro testimonianze consentono di ricostruire non soltanto le richieste di denaro rivolte agli imprenditori, ma anche le modalità di riscossione, i rapporti tra le cosche, gli accordi per spartirsi il racket e i contrasti sfociati nella violenza. In questa serie di puntate ripercorreremo le dichiarazioni dei collaboratori, riportando gli episodi e le loro parole.Cominciamo da Luca Pellicori.
I 30mila euro per «stare tranquillo» e l'omicidio per il «portafoglio» del pizzo
Luca Pellicori, nato nel 1977, conosce dall'interno la criminalità organizzata cosentina. Uomo di fiducia del clan Perna, con il quale ha condiviso un lungo percorso negli ambienti criminali, ha ricoperto un ruolo importante nel gruppo attivo a Serra Spiga. Custodisce le armi, tiene il libro mastro dello spaccio, annota entrate e crediti e conosce gli equilibri tra le organizzazioni che si contendono gli affari illeciti della città. La sua collaborazione con la giustizia comincia nell'aprile del 2016. Pellicori racconta agli investigatori il funzionamento del gruppo Perna, i rapporti con le altre cosche e il sistema delle estorsioni. Una delle sue dichiarazioni descrive il metodo utilizzato dal clan per imporre il pizzo a Cosenza: «Nel nostro gruppo si occupava sia di stupefacente, cocaina, fumo e marijuana, sia delle estorsioni su Cosenza. In merito alle estorsioni provvedeva ad eseguire attentati intimidatori e poi ad avvicinare le vittime». Il meccanismo è semplice e brutale: prima l'attentato intimidatorio, poi il contatto con l'imprenditore o il commerciante. La violenza prepara la richiesta di denaro. Pellicori indica anche le attività economiche sottoposte al racket: concessionarie automobilistiche, distributori di carburante, ristoranti e altre imprese commerciali, tra Cosenza, Rende e i centri limitrofi. Il collaboratore riferisce di aver ricevuto conferme direttamente dai gestori di alcune attività: «Tutti questi soggetti che gestivano queste attività mi dissero che pagavano l'estorsione». Ma le dichiarazioni di Pellicori permettono di entrare ancora più a fondo nel funzionamento del racket. In particolare, il collaboratore racconta un episodio avvenuto alla fine del 2013, quando un imprenditore viene raggiunto da una richiesta di denaro particolarmente pesante.

Pellicori chiama in causa il suo gruppo, Maurizio Rango, un altro pentito eccellente, Adolfo Foggetti, e Tonino Abbruzzese. Secondo la sua ricostruzione, dopo essere usciti dal carcere di Rossano, alcuni elementi del suo clan decidono di estorcere denaro a un imprenditore legato da rapporti di amicizia proprio con il suo boss. Per evitare di comparire direttamente nella richiesta, si servono del gruppo di Maurizio Rango. Il collaboratore racconta: «Ricordo che una volta uscito dal carcere di Rossano, alcuni appartenenti al clan decisero di estorcere del danaro a […] facendolo contattare dal gruppo di RANGO Maurizio in modo da non figurare in prima persona». Poi precisa la somma e la ragione della richiesta: «La richiesta estorsiva consisteva in una quota una tantum di trentamila euro per “stare tranquillo”». Trentamila euro da versare in un'unica soluzione. «I soldi provento dell’estorsione furono poi portati nel magazzino dove attualmente vi è un autolavaggio che funge da base organizzativa». La sequenza descritta da Pellicori mostra un racket nel quale chi organizza la richiesta può servirsi di altri gruppi per contattare la vittima, mentre la riscossione può essere affidata a una persona diversa. Il denaro, alla fine, raggiunge chi ha imposto il pagamento.
Gli accordi tra le cosche per spartirsi le estorsioni
Pellicori racconta anche come cambiano gli equilibri criminali a Cosenza. Fino al 2014 il gruppo Perna conserva una propria autonomia. Successivamente deve fare i conti con la riorganizzazione degli altri gruppi criminali. Nell'interrogatorio del 14 aprile 2017, il collaboratore racconta degli accordi raggiunti tra i clan cosentini per la spartizione del racket e dei proventi delle altre attività illecite. Il controllo del territorio si estende anche a Rende. Nell'interrogatorio del 21 giugno 2018, Pellicori descrive il ruolo di un gruppo attivo nella zona di Saporito, facendo riferimento ai fratelli Michele e Umberto Di Puppo: «Loro in quella zona gestivano le estorsioni e lo spaccio della droga». Ogni zona ha i propri referenti. E chi pretende denaro in un territorio rivendicato da altri può provocare uno scontro.
Vittorio Marchio, ucciso per il «portafoglio» delle estorsioni
Il racconto più drammatico di Pellicori riguarda l'omicidio di Vittorio Marchio, assassinato il 26 novembre 1999 a Serra Spiga, a Cosenza. Marchio riscuote estorsioni da numerose attività economiche. Secondo il collaboratore, però, continua a chiedere denaro anche in zone sulle quali altri gruppi criminali rivendicano il controllo. A provocare lo scontro contribuisce soprattutto una richiesta di pizzo rivolta a un marmificio nella zona di Surdo. «Vittorio MARCHIO chiedeva estorsioni a tutti ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’estorsione ad un marmificio a Surdo...». A Marchio viene ordinato di rinunciare alle riscossioni. Pellicori utilizza un'espressione che descrive il modo in cui le organizzazioni criminali considerano le attività sottoposte al pizzo: un vero e proprio patrimonio economico. «... gli dissero di lasciare tutto il “portafoglio” delle estorsioni e per questo aveva paura e ha voluto la pistola da me; non seguì la loro richiesta e ha continuato a chiedere estorsioni; la pistola l’aveva voluta quando si è spaventato perché avevano saputo che ancora prendeva soldi delle estorsioni; lui era stato avvisato almeno due o tre volte prima». Pellicori racconta che Marchio, preoccupato per le minacce ricevute, gli aveva chiesto una pistola per difendersi. Nonostante gli avvertimenti, però, aveva continuato a riscuotere le estorsioni. La sera del 26 novembre 1999, Pellicori avrebbe dovuto accompagnare Marchio dal barbiere, in via Caloprese, a Cosenza. All'ultimo momento, però, cambia programma perché deve andare a prendere la fidanzata. Marchio viene accompagnato da un'altra persona. Terminato il taglio di capelli, viene riaccompagnato nei pressi di una sala giochi, vicino alla palazzina dove abita. È lì che scatta l'agguato. Due uomini armati aprono il fuoco e lo uccidono a colpi di pistola. Pellicori non assiste all'omicidio, ma ricostruisce agli investigatori quanto gli viene raccontato dalla persona presente sulla scena. Secondo quella testimonianza, il commando era composto da due uomini, entrambi armati, che avrebbero sparato contro Marchio. Uno dei due sarebbe stato riconosciuto, mentre l'altro non viene identificato. Il collaboratore racconta anche di essersi recato all'obitorio per vedere il cadavere di Marchio e le ferite provocate dai proiettili. Per quell'omicidio sono intervenute condanne definitive nei confronti di esponenti della criminalità organizzata cosentina. Il racconto di Pellicori collega il delitto alla contesa per il controllo del racket: Marchio riceve l'ordine di abbandonare le riscossioni, non obbedisce e continua a pretendere denaro. La sua morte rivela quanto possa essere feroce la competizione per gli incassi delle estorsioni. Da una parte ci sono commercianti e imprenditori costretti a pagare. Dall'altra ci sono organizzazioni criminali che considerano quelle attività economiche un patrimonio da amministrare, difendere e spartire. Un patrimonio che Pellicori chiama «portafoglio» delle estorsioni. E per il quale, nella Cosenza raccontata dal collaboratore, si arriva anche a uccidere. Questo è ciò che accadeva a Cosenza qualche anno fa. Commercianti e imprenditori costretti a pagare, clan che si spartivano gli incassi, minacce, attentati e persino omicidi per il controllo del racket. Ma oggi che cosa è cambiato? A Cosenza si continua a pagare il pizzo? Le estorsioni sono davvero scomparse oppure sono cambiate soltanto le modalità con cui vengono imposte e riscosse? E quanti commercianti e imprenditori trovano il coraggio di denunciare? Le dichiarazioni di Pellicori raccontano il passato. La domanda alla quale bisogna rispondere, adesso, riguarda il presente.