Ginestra si smonta ancora: dopo Stasi anche Lucisano libero, la gip scopre le falle dell'inchiesta dopo averlo arrestato
Un appunto elettorale sequestrato dagli investigatori mette in crisi un altro capitolo dell'inchiesta della Dda di Catanzaro

L'operazione Ginestra continua a perdere pezzi. Dopo Flavio Stasi, anche Pietro Lucisano torna libero. E ancora una volta non è il Tribunale della Libertà a smontare un'ordinanza cautelare, ma la stessa giudice che l'aveva firmata. Fabiana Giacchetti prima dispone gli arresti domiciliari e poi li revoca, riconoscendo che il quadro indiziario non regge più. La Procura, invece, continua a difendere l'impianto accusatorio e si oppone alla scarcerazione. Due arresti revocati nello stesso giorno, due distinti episodi di presunto scambio elettorale politico-mafioso ridimensionati e una domanda che diventa sempre più pesante: come sono state condotte queste indagini e, soprattutto, come sono stati valutati gli elementi prima di privare della libertà due rappresentanti delle istituzioni?
Il ruolo dell'appunto elettorale e il patto contestato
Perché anche nel caso di Lucisano, consigliere comunale di Corigliano-Rossano eletto nelle file di Fratelli d'Italia e dimessosi dopo l'arresto, a far vacillare l'accusa non è una nuova intercettazione o un testimone comparso improvvisamente. È un appunto elettorale sequestrato dalla polizia giudiziaria durante l'esecuzione dell'ordinanza cautelare. Un documento che ha finito per mettere in discussione il significato attribuito alle conversazioni intercettate. Secondo la Dda, Lucisano avrebbe stretto un accordo con Antonio Mingrone, indicato dagli investigatori come soggetto appartenente ad ambienti mafiosi, per ottenere sostegno elettorale alle amministrative dell'8 e 9 giugno 2024. In cambio avrebbe promesso di interessarsi per trovargli un lavoro. Un presunto patto politico-mafioso, dunque. Talmente grave, secondo la Procura e inizialmente anche secondo la gip, da giustificare gli arresti domiciliari. Poi arriva l'interrogatorio di garanzia. Lucisano, assistito dall'avvocato Aldo Zagarese, respinge la ricostruzione accusatoria e spiega di non conoscere la presunta appartenenza criminale di Mingrone. Ma soprattutto viene rivalutato quel documento sequestrato dagli stessi investigatori.
La sproporzione tra le accuse e il peso delle preferenze
Si tratta di un elenco di potenziali elettori nel quale Lucisano aveva annotato, accanto a ciascun nominativo, una previsione delle preferenze che avrebbe potuto raccogliere. Tre le categorie utilizzate: «base», «medio» e «max». Accanto al nome di Mingrone compariva un numero: uno. Una sola preferenza, anche nella previsione più favorevole. E qui l'inchiesta comincia a fare acqua. Perché secondo l'accusa Lucisano avrebbe cercato l'appoggio di un soggetto ritenuto vicino alla criminalità organizzata per ottenere voti. Ma nel suo elenco personale quello stesso soggetto valeva appena una preferenza. Un voto soltanto. Non un pacchetto elettorale, non decine di consensi, non una forza capace di condizionare il risultato delle urne.
Il cortocircuito investigativo tra gip e Procura
La gip ha ritenuto che questo elemento modificasse sostanzialmente la lettura del rapporto tra Lucisano e Mingrone. La promessa di interessarsi per un lavoro rimane, ma viene meno, nella valutazione cautelare, la gravità degli indizi necessari a sostenere l'ipotesi dello scambio elettorale politico-mafioso. Ed ecco il punto. Quel documento non è stato scritto dopo l'arresto per costruire una difesa. È stato sequestrato dagli investigatori mentre eseguivano l'ordinanza. Non faceva dunque parte degli elementi disponibili quando la gip aveva firmato il provvedimento, ma era già nelle mani della polizia giudiziaria prima dell'interrogatorio che ha portato alla revoca. La differenza temporale è importante. Ma non rende meno pesante il problema investigativo. Perché una volta acquisito quel documento, il quadro accusatorio è cambiato radicalmente. E allora resta da capire quanto fosse stata approfondita, prima dell'arresto, la reale capacità elettorale attribuita a Mingrone. Su quali riscontri concreti si fondasse l'ipotesi che Lucisano avesse cercato proprio un sostegno mafioso. E perché il peso delle conversazioni intercettate sia risultato tanto diverso alla luce di un semplice elenco di preferenze. Ma soprattutto colpisce il comportamento della Procura.
Anche davanti a quel documento, i magistrati inquirenti hanno espresso parere contrario alla revoca della misura. Per loro gli arresti dovevano continuare. La gip, che li aveva autorizzati, ha invece deciso che non c'erano più i presupposti per mantenerli. È lo stesso copione già visto con Stasi. Con una differenza: nel caso del sindaco gli elementi decisivi comprendevano registrazioni e immagini già acquisite prima dell'arresto; nel caso di Lucisano è stato un documento sequestrato durante l'esecuzione della misura a provocare la nuova valutazione. Ma il risultato è identico. Prima la privazione della libertà personale, poi il riconoscimento che gli indizi non erano sufficienti a giustificarne il mantenimento.
Le dimissioni e gli effetti sugli equilibri politici locali
E intanto i danni sono stati fatti. Lucisano si è dimesso dal Consiglio comunale. Non è stato condannato, non è stato processato, non è stata accertata alcuna sua responsabilità penale. Ma la sua esperienza istituzionale è stata interrotta dopo l'arresto. Quando è arrivata la scarcerazione, le dimissioni erano già state presentate.
Per Stasi la conseguenza era stata la sospensione dalla carica di sindaco. Per Lucisano l'uscita dal Consiglio comunale. Due esponenti politici di schieramenti diversi, colpiti da misure cautelari nell'ambito della stessa inchiesta, con effetti immediati sugli equilibri amministrativi di Corigliano-Rossano. E questo rende ancora più grave ciò che sta accadendo.
Il bilancio di un'inchiesta fragile
L'operazione Ginestra aveva provocato un terremoto politico e giudiziario. L'accusa di scambio elettorale politico-mafioso aveva investito amministratori eletti dai cittadini e proiettato sulla città l'ombra di presunti accordi tra politica e criminalità organizzata. Adesso, nel giro di poche ore, la stessa giudice che aveva disposto gli arresti ha revocato le misure in due distinti filoni dell'inchiesta. E lo ha fatto contro il parere della Procura, che continua a sostenere la validità delle proprie contestazioni. Anche nei confronti di Mingrone è stata revocata la misura relativa all'ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso, pur restando ferme le altre contestazioni cautelari a suo carico. Non è una sentenza di assoluzione. Ma è una bocciatura pesante della tenuta cautelare di una parte dell'inchiesta.
E non basta liquidarla con la formula secondo cui il contraddittorio ha consentito di chiarire meglio i fatti. Il contraddittorio serve proprio a questo, ma la libertà personale non può diventare il prezzo da pagare per arrivare a una valutazione più accurata degli indizi.
Nel caso di Stasi, la gip ha rivalutato elementi investigativi che erano già sotto i suoi occhi. Nel caso di Lucisano, un documento acquisito dagli stessi investigatori ha fatto emergere una contraddizione decisiva nella ricostruzione accusatoria. In entrambi i casi la Procura ha continuedo a chiedere il mantenimento delle misure. Ginestra, dunque, non si sta semplicemente ridimensionando. Sta mostrando quanto possano essere fragili alcune ricostruzioni sulle quali erano stati disposti arresti capaci di sconvolgere la vita delle persone e gli equilibri politici di una città.
Prima gli arresti, poi le scarcerazioni. Prima le accuse di patti con la mafia, poi le falle negli indizi. Nel frattempo un sindaco è stato sospeso e un consigliere comunale si è dimesso. E a pagare le conseguenze di queste decisioni non sono stati né la Procura né la gip, ma gli indagati e la città.