Per una nuova antropologia dell'emigrazione calabrese: tra chi sceglie di andare, chi cerca di restare e chi decide di tornare
Dalla mobilità dei giovani alla riscoperta dei piccoli centri: nuove idee per trasformare il ritorno in una risorsa

L’estate calabra possiede una fisica precisa, un’accelerazione improvvisa del tempo che culmina nei trenta giorni di agosto per poi crollare vertiginosamente al sopraggiungere di settembre. È un respiro profondo che gonfia i paesi, spalanca le imposte rimaste chiuse per undici mesi, riempie le piazze di voci, accenti sovrapposti, automobili con targhe straniere o del Settentrione. Poi, quasi di colpo, il silenzio riprende il sopravvento. La quotidianità torna ad appropriarsi dello spazio geografico e umano, restituendo alla regione la sua forma abituale: una terra suspended tra chi sceglie di restare e chi, per necessità o vocazione, ha dovuto spingere il proprio orizzonte altrove.
Il cambio di volto: la tradizione domestica che si intreccia con i nuovi riti collettivi
Per decenni, il ritorno estivo è stato scandito da una ritualità prevalentemente domestica e familiare. Agosto era il mese della ricomposizione dei nuclei affettivi attorno ai gesti antichi della sussistenza e della memoria condivisa: la preparazione collettiva della conserva di pomodoro, i vasi di salsa allineati ad asciugare al sole, le interminabili tavolate del Quindici Agosto dove il cibo diventava il veicolo primario di un’appartenenza mai interrotta.
Oggi la Calabria di agosto mostra una metamorfosi profonda. I vecchi riti non sono scomparsi, ma si intrecciano inestricabilmente con nuove forme di socialità contemporanea. Le nuove generazioni che vivono il resto dell'anno immerse nei ritmi frenetici e nelle architetture verticali delle grandi capitali occidentali, tra i reticoli urbani delle città industriali del Nord Italia o in metropoli come Roma e Milano, rientrando nei luoghi d'origine animano concerti, festival sul mare e spazi aggregativi diurni e notturni. Questi giovani portano con sé linguaggi e bisogni differenti, trovando nei paesaggi calabresi scenari naturali e incantevoli, radicalmente diversi da quelli grigi o cementificati in cui trascorrono la propria quotidianità lavorativa e universitaria. Le piazze e le calette non ospitano solo la festa patronale, ma diventano laboratori a cielo aperto dove la tradizione domestica dialoga con eventi culturali diffusi, trasformando il territorio in un palcoscenico vibrante di incontri e riappropriazione simbolica del paesaggio.
Oltre il problema della desertificazione: la generazione che parte e l'opportunità della transmondanza
I numeri tratteggiano una realtà inequivocabile: dal 2010 sono emigrati dalla Calabria duecentomila giovani tra i 18 e i 35 anni. Sono i nuovi protagonisti di un'emorragia demografica che svuota interi paesi e pone interrogativi drammatici sul futuro della regione. Il tema della migrazione e della progressiva desertificazione umana dei territori interni rappresenta una delle emergenze sociali più complesse del nostro tempo. Tuttavia, addentrarsi in questo fenomeno richiede uno sguardo non semplicistico. Se da un lato è doveroso interrogarsi sulle carenze strutturali che costringono molti a scappare per mancanza di opportunità, dall'altro occorre porsi una domanda di fondo: un giovane laureato, nel pieno della propria formazione universitaria o professionale, non sente forse il bisogno fisiologico di muoversi, scoprire nuove culture, abitare spazi complessi e misurarsi nel passaggio dalle periferie ai grandi centri del mondo?
La mobilità non è solo una condanna o una fuga, ma anche una spinta legittima verso la crescita personale e conoscitiva. In questo contesto s'innesta il concetto di transmondanza, coniato dall'antropologo ed etnomusicologo Antonio Bevacqua, che ci invita a leggere il fenomeno oltre la retorica del puro spopolamento. La transmondanza suggerisce di fare tesoro dell'esperienza del distacco, del lasciare temporaneamente la propria terra per mettere in connessione mondi differenti. Chi parte non recide il cordone ombelicale, ma diventa un ponte vivente: porta la propria matrice culturale nei contesti globali e restituisce periodicamente stimoli, visioni e competenze al territorio natio. Non si tratta più del vecchio "mito del ritorno" inteso come rientro definitivo, ma di un modo nuovo, fluido e dinamico di abitare la contemporaneità e ridefinire il concetto stesso di emigrazione.
La fluidità del ritorno tra smart working e aree interne
Durante una riflessione condivisa nei boschi della Sila, in un sabato di fine agosto con il giornalista Alfredo Sprovieri, è emersa un’intuizione interessante: le persistenti crisi economiche e la saturazione dei modelli urbani contemporanei potrebbero rappresentare l’inaspettato volano per riabitare i piccoli centri delle aree interne. L’emigrazione, storicamente vissuta come un viaggio di sola andata, sta cedendo il passo a un’esperienza di ritorno ben più fluida e articolata.
Da un lato, la spinta economica rende insostenibile il costo della vita nelle grandi metropoli; dall’altro, l’esigenza di ritmi umani e aria pulita orienta la ricerca di un rifugio lontano dalla frenesia cittadina. Un ritorno dettato dalla congiuntura economica si intreccia così con l’evoluzione del lavoro intellettuale, sempre più svincolato dalla presenza fisica in ufficio. La possibilità di operare da remoto trasforma i borghi interni da meri scenari di nostalgica vacanza estiva in veri e propri presidi di produzione culturale e professionale. La permanenza, anche solo intermittente o stagionale, trasforma così la periferia geografica in una culla di idee, dove l'alta qualità della vita si sposa con la riscoperta del territorio.
Il caso linguistico dell'insilienza: una nuova forma del restare
Proprio da questa dinamica di riappropriazione e presenza consapevole nasce la necessità di dotarsi di un vocabolario nuovo, capace di interpretare il mutamento in corso. È in questa direzione che si muove la nuova edizione del festival letterario Laudomia, in programma a Cosenza dal 10 al 12 settembre, che proporrà di ragionare e riflettere attorno al neologismo insilienza. Si tratta di un caso linguistico fecondo, capace di dischiudere un approccio al restare finalmente affrancato dal mito del martirio o della pura sopportazione stoica.
Se la resilienza rimanda all'idea di un urto subito passivamente e a un adattamento difensivo di fronte all'avversità, l'insilienza propone un movimento interiore, un salto verso l'interno, una scelta di presenza attiva che ribalta la narrativa tradizionale della rassegnazione. In questo orizzonte, tanto chi parte quanto chi rimane condivide una medesima postura etica: il rifiuto netto del vittimismo. Chi va e chi resta lo fa in modo lucido, guidato da uno sguardo che non è più viziato dalla rassegnazione o dal piagnisteo del margine. Ciò che anima il sentimento di chi parte è il desiderio di affermazione senza rinnegamento; ciò che sprona chi resta è la volontà di trasformare i luoghi da semplici contenitori di nostalgie a spazi di azione, elaborazione e reinvenzione quotidiana.
Andare o restare: la politica calabrese non può chiamarsi fuori
Rifiutare la retorica del piagnisteo non significa affatto concedere uno sconto alla classe dirigenziale. Riconoscere la maturità di chi parte o la determinazione di chi rimane non può e non deve nascondere una verità amara: una regione che non riesce a offrire motivi concreti, garanzie e prospettive per restare a chi vorrebbe farlo si trova irrimediabilmente di fronte a un fallimento politico e sociale.
Non si può accettare la desertificazione come un destino ineluttabile né liquidare l'esodo come una semplice scelta individuale. Occorre andare oltre la cultura della delega e comprendere che la risposta non arriverà dall'alto. La sfida prioritaria consiste nell'inventare spazi nuovi, liberi e creativi, capaci di attivare energie civiche e rovesciare decenni di malgoverno, incuria e clientele. Il passaggio da un'antropologia della rassegnazione a un'antropologia dell'insilienza richiede un atto di responsabilità collettiva. In partenza, con le valigie di nuovo pronte e la quotidianità dell'autunno alle porte, non si tratta di trattenere a tutti i costi chi deve muoversi, ma di trasformare il vuoto lasciato da settembre in un cantiere aperto di partecipazione e riscatto.