Scarti alimentari e seconde produzioni, la Calabria può creare valore da bucce, semi e residui
Dal pastazzo di bergamotto alle bucce degli agrumi, dalla sansa ai residui di frutta e ortaggi: ricerca, nuovi investimenti e bioeconomia circolare possono trasformare ciò che oggi rappresenta un costo in nuove materie prime, ingredienti ed energia
Bucce, semi, polpe, residui di lavorazione, sansa e sottoprodotti dell’industria agroalimentare. Per molte imprese rappresentano ancora un materiale da gestire e, in alcuni casi, un costo. Ma proprio da questi residui può nascere una nuova filiera capace di generare valore.
La Calabria ha caratteristiche particolarmente favorevoli per sviluppare questo modello. Agrumi, olio, vino, ortaggi, frutta e trasformazioni alimentari producono infatti quantità significative di materiali secondari che possono essere recuperati per ottenere ingredienti destinati al settore alimentare, mangimi, fertilizzanti, biomolecole, energia e nuovi materiali.
La stessa strategia regionale per l’innovazione individua nella bioeconomia circolare uno degli ambiti di sviluppo dell’agroalimentare, indicando esplicitamente il recupero di scarti e sottoprodotti per produrre materie prime per food e feed, compost, biofertilizzanti, biocarburanti e ingredienti.
Dal bergamotto un potenziale ancora enorme
Uno degli esempi più evidenti arriva dalla filiera del bergamotto, produzione fortemente identificativa della provincia di Reggio Calabria.
La trasformazione industriale del frutto genera il cosiddetto pastazzo, costituito dalla parte solida che rimane dopo la lavorazione. Uno studio sviluppato all’Università Mediterranea di Reggio Calabria evidenzia come questo sottoprodotto possa rappresentare circa la metà del peso del frutto trasformato e come il suo smaltimento possa diventare un costo per le imprese.
La ricerca sta però dimostrando che proprio dal pastazzo è possibile recuperare composti bioattivi, in particolare sostanze fenoliche, utilizzando anche sistemi di estrazione compatibili con applicazioni alimentari.
Il cambio di prospettiva è radicale: quello che esce dalla linea di lavorazione come residuo può rientrare nel sistema produttivo come ingrediente ad alto valore.
Bucce e semi possono diventare nuovi ingredienti
Lo stesso principio vale per altri prodotti simbolo dell’agricoltura meridionale.
Una ricerca dell’Università Mediterranea ha analizzato scarti provenienti dalla trasformazione di agrumi e cipolla rossa, concentrandosi su bucce, polpa e semi di limone e sulle parti normalmente eliminate durante la lavorazione della cipolla. I risultati hanno evidenziato la presenza di sostanze bioattive con proprietà antiossidanti e antimicrobiche.
Queste componenti possono essere recuperate e utilizzate nella formulazione di nuovi alimenti, prodotti da forno funzionali o rivestimenti edibili capaci anche di contribuire alla conservazione degli alimenti.
Significa costruire una “seconda produzione” a partire dalla prima: il valore economico non termina necessariamente quando il prodotto principale lascia lo stabilimento.
La ricerca calabrese lavora già sulla valorizzazione degli scarti
Il tema non è soltanto teorico. All’Università Mediterranea di Reggio Calabria i laboratori del Dipartimento di Agraria studiano tecnologie “green” per recuperare valore aggiunto dai sottoprodotti delle lavorazioni alimentari. Tra le linee di ricerca figurano proprio l’utilizzazione dei prodotti secondari, le estrazioni, la stabilizzazione e nuove applicazioni per l’industria alimentare.
Anche l’Università della Calabria ha sviluppato progetti dedicati al recupero dei residui dell’industria alimentare. Tra le attività di ricerca risultano iniziative per utilizzare gli scarti della lavorazione lattiero-casearia nella produzione di alimenti proteici e progetti per trasformare residui alimentari in ingredienti destinati a nuovi prodotti funzionali.
La base scientifica, dunque, esiste. La sfida è portare una quota maggiore di queste tecnologie fuori dai laboratori e dentro le aziende.
Gli agrumi possono produrre anche energia
Una seconda strada riguarda la bioenergia. Una ricerca pubblicata nel 2026 da studiosi dell’Università Mediterranea ha valutato l’impiego dei residui della lavorazione degli agrumi per la produzione di biogas in un modello di economia circolare. Lo studio prende in considerazione in particolare le bucce d’arancia e il loro possibile utilizzo energetico.
Il limite principale è la stagionalità della disponibilità del residuo, che rende più complesso alimentare in maniera continuativa un impianto utilizzando una sola matrice. Proprio per questo la prospettiva più interessante è quella di combinare differenti sottoprodotti provenienti da diverse filiere.
Il CREA ha sperimentato, ad esempio, la codigestione di bucce e semi derivanti dalla trasformazione del pomodoro con reflui zootecnici, mostrando come residui di origini differenti possano entrare nello stesso ciclo di produzione di biogas e biometano.
Olio, anche il frantoio può diventare una piccola bioraffineria
La questione riguarda direttamente anche una delle principali produzioni calabresi: l’olio.
La trasformazione delle olive produce materiali secondari che richiedono una gestione specifica, ma che possono essere valorizzati attraverso differenti processi.
Nel 2026 Arsac ha inserito proprio la gestione e la valorizzazione dei sottoprodotti dell’industria olearia tra i temi della formazione destinata a frantoiani e tecnici del settore in Calabria.
Il principio è quello di superare una visione nella quale il frantoio produce soltanto olio. Residui solidi e liquidi possono diventare matrici per fertilizzanti, recupero energetico o altri utilizzi, purché vengano adottati processi tecnologici ed economicamente sostenibili e rispettati i vincoli normativi.
Un bando regionale finanzia proprio il riutilizzo degli scarti
Il passaggio dalla sperimentazione agli investimenti ha già trovato un primo sostegno nelle politiche regionali.
Nel luglio 2026 la Regione Calabria ha pubblicato la graduatoria del bando SRD13 dedicato alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli. Sono state ammesse domande per circa 14 milioni di euro e, tra gli interventi finanziabili, figurano espressamente quelli destinati al riutilizzo dei sottoprodotti e degli scarti di lavorazione secondo principi di economia circolare.
Parallelamente, il PR Calabria FESR FSE+ 2021-2027 ha messo a disposizione oltre 12,7 milioni di euro per sostenere filiere innovative dedicate al riutilizzo, riciclaggio e recupero di materia dai rifiuti.
Sono strumenti diversi, ma indicano la stessa direzione: ridurre la quantità di materiale che termina il proprio ciclo dopo la prima lavorazione.
Dal residuo alimentare alla cosmetica e ai prodotti funzionali
Le possibilità non si fermano al settore alimentare. Il CREA sta studiando da tempo la possibilità di estrarre dai residui agricoli molecole utilizzabili in comparti a maggiore valore aggiunto. Le bucce di patata, per esempio, possono contenere sostanze bioattive potenzialmente interessanti per agricoltura, salute e cosmetica.
Altri programmi di ricerca hanno lavorato sul recupero di proteine e biomolecole da sottoprodotti vegetali per applicazioni nel settore alimentare, chimico e cosmetico.
È questo uno dei passaggi economicamente più interessanti della bioeconomia: non utilizzare lo scarto soltanto per produrre energia a basso valore, ma estrarre prima le componenti più pregiate e destinare ciò che rimane ad altri utilizzi.
Il problema della scala
La trasformazione degli scarti in nuove produzioni, però, richiede quantità sufficienti.
Una piccola azienda agricola può generare residui troppo limitati per giustificare da sola un impianto di estrazione, essiccazione o produzione energetica.
Per questo la vera opportunità per la Calabria passa dalla costruzione di filiere condivise. Più frantoi, cantine, industrie agrumarie o imprese ortofrutticole potrebbero concentrare i sottoprodotti in piattaforme comuni, creando economie di scala e garantendo una disponibilità di materia prima più continua.
È probabilmente qui che si gioca la differenza tra un progetto sperimentale e una nuova attività industriale.
La logistica degli scarti è decisiva
C’è poi una questione spesso sottovalutata: lo scarto deve essere raccolto, conservato e trasportato.
Molti residui agroalimentari hanno un’elevata percentuale di acqua e possono deteriorarsi rapidamente. Trasportarli per lunghe distanze rischia quindi di rendere economicamente inutile il recupero.
Gli impianti devono essere costruiti vicino alle aree produttive o organizzati secondo modelli territoriali in grado di ridurre tempi e costi logistici.
Per una regione caratterizzata da produzioni fortemente localizzate, questa può rappresentare anche un’opportunità: poli agrumicoli, olivicoli e vitivinicoli possono diventare il punto di partenza per bioraffinerie territoriali di dimensioni compatibili con il tessuto produttivo locale.
Non tutto ciò che avanza è automaticamente un rifiuto
Il tema richiede inoltre attenzione alla normativa. La possibilità di utilizzare un materiale come sottoprodotto, invece di gestirlo come rifiuto, dipende da condizioni precise e dal processo nel quale viene successivamente impiegato. È quindi essenziale che le imprese costruiscano i nuovi cicli produttivi insieme a competenze tecniche e normative.
Il CREA dedica infatti parte delle proprie attività sulla valorizzazione agroindustriale non soltanto agli aspetti tecnologici, ma anche alla disciplina applicabile agli scarti e ai sottoprodotti.
La differenza è fondamentale perché può incidere direttamente sui costi e sulla fattibilità economica dell’intero progetto.
Da costo di smaltimento a nuova fonte di reddito
Per l’azienda agroalimentare il vantaggio potenziale è doppio. Da una parte si riduce il costo necessario per gestire un residuo. Dall’altra si può ottenere una nuova entrata dalla vendita del sottoprodotto o del materiale derivato dalla sua trasformazione.
Una buccia può diventare estratto. Un seme può fornire molecole o oli. Un residuo vegetale può entrare in un processo energetico. Una matrice organica può essere trasformata in compost o biofertilizzante.
Non tutte le soluzioni saranno economicamente convenienti per ogni impresa, ma il principio è ormai consolidato anche nelle politiche di innovazione regionali: utilizzare più volte la stessa materia prima prima di arrivare alla fase finale del ciclo.
Una nuova filiera può nascere accanto a quelle tradizionali
La Calabria dispone già delle materie prime necessarie. La concentrazione di produzioni agrumicole, olivicole, vitivinicole e ortofrutticole rende possibile immaginare una rete di seconde trasformazioni legata direttamente alle filiere più identitarie.
La ricerca regionale sta dimostrando che il valore tecnico esiste, mentre i bandi pubblici iniziano a sostenere gli investimenti.
Il passaggio decisivo sarà imprenditoriale: mettere insieme aziende, università, centri di ricerca e impianti di trasformazione per costruire sbocchi commerciali reali.
Solo allora bucce, semi, pastazzo, sansa e residui smetteranno definitivamente di essere considerati la parte meno importante di una produzione. Potrebbero diventare, invece, il punto di partenza di una seconda economia agroalimentare calabrese, capace di produrre reddito utilizzando ciò che fino a pochi anni fa veniva semplicemente scartato.