Peschereccio

Ionio e Tirreno, una tradizione marinara radicata e porti nei quali la pesca continua a rappresentare una componente importante dell’economia locale. Eppure, quando il pesce arriva sui banchi della grande distribuzione, nelle pescherie e soprattutto nella ristorazione, la provenienza calabrese è tutt’altro che scontata.

Il paradosso è soltanto apparente. Avere un territorio circondato dal mare non significa produrre quantità sufficienti per alimentare ogni giorno l’intero mercato regionale. Nel 2024 la flotta calabrese ha pescato circa 3.728 tonnellate di prodotto, il 12,8% in meno rispetto all’anno precedente. Nello stesso anno il valore complessivo della produzione regionale di pesca e acquacoltura è stato stimato in circa 31 milioni di euro. Crea

Una flotta numerosa, ma fatta soprattutto di piccole barche

La Calabria contava nel 2024 circa 700 battelli, pari al 6,6% della flotta nazionale. Il numero può apparire consistente, ma racconta solo una parte della realtà. Le imbarcazioni calabresi sono mediamente più piccole rispetto alla media italiana e una quota importante dell’attività è rappresentata dalla pesca artigianale.

Proprio la piccola pesca genera oltre il 40% delle catture regionali e una quota analoga del loro valore. È un modello prezioso per i territori e per la qualità del prodotto, ma difficilmente può garantire gli stessi volumi, la stessa regolarità e la stessa capacità di approvvigionamento delle grandi filiere commerciali. Nel 2024 la flotta calabrese ha operato per poco più di 81 mila giornate di pesca e le catture sono diminuite in quasi tutti i principali sistemi utilizzati. Crea

Il mercato chiede pesce ogni giorno, il mare segue altre regole

Un ristorante non può mettere in carta una specie contando soltanto sul fatto che quella mattina sia stata pescata. Un supermercato deve rifornire decine di punti vendita con quantità prevedibili. Una pescheria deve riuscire a offrire assortimento anche quando il maltempo tiene le barche in porto.

È in questa distanza tra i tempi della pesca e quelli del commercio che il prodotto proveniente da altre regioni o dall’estero trova spazio. Il pescato locale dipende dalle stagioni, dalle condizioni meteorologiche, dai periodi di fermo, dalla disponibilità delle singole specie e dalle limitazioni necessarie per tutelare gli stock ittici.

Anche la composizione delle catture calabresi non coincide necessariamente con quella della domanda. Nel 2024 il nasello è stato la specie più pescata nella regione con 306 tonnellate, seguito da tombarello e biso, gambero rosa mediterraneo, boga, sardina e sugarello. Il pesce spada, uno dei prodotti maggiormente associati nell’immaginario gastronomico calabrese all’area dello Stretto, ha rappresentato 134 tonnellate. Crea

L’Italia importa più di un milione di tonnellate di prodotti ittici

La questione, in realtà, supera ampiamente i confini regionali. L’Italia è strutturalmente dipendente dall’estero per una parte consistente del pesce che consuma e trasforma.

Nel 2024 le importazioni italiane di prodotti ittici hanno superato 1,17 milioni di tonnellate, con una crescita del 7% rispetto all’anno precedente. Il loro valore ha raggiunto circa 7,6 miliardi di euro. Pesci rappresentano il 62% dei quantitativi importati, molluschi e altri invertebrati il 27% e crostacei l’11%. Oltre il 60% delle forniture arriva da altri Paesi dell’Unione europea, con la Spagna primo fornitore dell’Italia. Ismea Mercati

In questo enorme sistema commerciale entra inevitabilmente anche la Calabria. Salmone, merluzzi, crostacei, molluschi, orate e spigole provenienti da altre aree di pesca o da impianti di acquacoltura viaggiano attraverso piattaforme logistiche e mercati all’ingrosso prima di raggiungere ristoranti e punti vendita regionali.

Il problema non è il pesce che arriva da fuori

Importare prodotto ittico non significa automaticamente acquistare pesce di qualità inferiore. La provenienza geografica, da sola, non determina la qualità. Il punto per la Calabria è un altro: riuscire a far riconoscere e remunerare meglio quello che viene realmente pescato lungo le proprie coste.

Se una barca rientra con poche cassette di pesce fresco e il circuito commerciale non riesce a raccoglierle, conservarle, distribuirle rapidamente e comunicarne l’origine al consumatore, quel vantaggio territoriale rischia di perdersi.

È significativo che la Regione abbia destinato risorse del programma Feampa proprio al miglioramento dei porti pescherecci, dei luoghi di sbarco e delle infrastrutture per la vendita diretta. Nel 2026 sono stati finanziati interventi, tra gli altri, a Corigliano-Rossano, Roccella Jonica e Cariati. Il tema, dunque, non è soltanto aumentare le catture, ma rendere più efficiente il percorso che porta il pesce dalla barca al consumatore. Regione Calabria

Dal pescatore alla tavola, la filiera che ancora manca

Una delle possibilità per la pesca calabrese passa proprio dall'accorciamento della filiera. Vendita diretta nei porti, mercati ittici locali più efficienti, accordi con la ristorazione, tracciabilità e una comunicazione più chiara possono aumentare il valore del pescato senza necessariamente aumentare la pressione sul mare.

Perché il futuro non può essere semplicemente pescare di più. Deve essere riuscire a guadagnare di più da ciò che viene pescato, riducendo i passaggi e valorizzando specie che spesso hanno scarso spazio commerciale pur essendo presenti nei mari calabresi.

La domanda, allora, non è perché sulle tavole calabresi arrivi pesce da fuori: in un mercato che richiede enormi quantità e disponibilità costante, è inevitabile che accada. La vera domanda è un’altra: quanto del pesce pescato in Calabria riesce ad arrivare sulle tavole calabresi con un’origine riconoscibile e un prezzo capace di remunerare chi è uscito in mare per catturarlo?