Rinascita Scott, il conto (4.217.069,67 euro) dopo il boato: 334 arresti, 154 condanne in appello e una giustizia che deve ancora spiegare molto
Dal blitz del 2019 annunciato come una “giornata storica” alle 50 assoluzioni del giudizio d’appello. Nel mezzo un’aula bunker costata milioni, processi lunghissimi, pene ridotte, prescrizioni, annullamenti e casi di ingiusta detenzione

La notte del 19 dicembre 2019 la Calabria si svegliò prima dell’alba. Lampeggianti, uomini del Ros, caserme in fermento, elicotteri, centinaia di nomi, porte bussate quando fuori era ancora buio. L’operazione era talmente grande che per eseguirla furono mobilitati circa tremila militari. Trecentotrentaquattro persone vennero arrestate. Gli atti erano monumentali: il provvedimento arrivava a 13.500 pagine e, secondo quanto raccontato all’epoca, per preparare le copie da notificare erano stati stampati più di cinque milioni di fogli.
La frase che rimase impressa fu quella pronunciata dall’allora procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri: «Abbiamo azzerato i vertici della ’ndrangheta nella provincia di Vibo Valentia». Parlò degli spazi liberati che adesso spettava alla società civile occupare. Era il linguaggio di una giornata che veniva presentata come storica, e per dimensioni investigative certamente lo era.
Sette anni dopo, però, bisogna avere il coraggio di tornare davanti a quei numeri.
Non per sostenere che Rinascita Scott sia stata inutile. Sarebbe falso. Non per affermare che la ’ndrangheta non sia stata colpita. Sarebbe altrettanto falso. Ma per fare ciò che dovrebbe essere normale in una democrazia: controllare il risultato dopo che sono passati gli applausi, le conferenze stampa e i titoli a caratteri cubitali.
Perché lo Stato non può chiedere di essere giudicato soltanto all'alba degli arresti. Va giudicato anche al tramonto dei processi.
Dalle manette alle sentenze: i numeri cambiano parecchio
È qui che la fotografia del 2019 comincia inevitabilmente a cambiare. Il troncone principale celebrato con rito ordinario arrivò in primo grado davanti al Tribunale di Vibo Valentia con 338 imputati. La Procura aveva chiesto 322 condanne per complessivi 4.744 anni e 10 mesi di carcere, oltre a 13 assoluzioni e tre declaratorie di nullità.
Il 20 novembre 2023 arrivò la sentenza. Le condanne furono 207. Le assoluzioni 131.
Duemilacentoventi anni circa di carcere inflitti, una montagna di pene e la conferma giudiziaria di una struttura mafiosa pesantissima nel Vibonese. Ma anche 131 persone per le quali il primo grado non accolse l'ipotesi accusatoria. Non è un dettaglio.
Non significa che l'inchiesta sia “crollata”. Duecentosette condanne sono un numero enorme. Significa però che tra una misura cautelare, una richiesta dell'accusa e una responsabilità riconosciuta da un giudice esiste uno spazio che si chiama processo.
Ed è proprio quello spazio che troppo spesso, nel dibattito pubblico italiano, viene divorato dalla cronaca delle manette.
All'arresto sei già un nome. All'assoluzione, spesso, sei una riga.
Poi arriva l'appello: 154 condanne, 50 assoluzioni e 11 prescrizioni
Passano altri due anni. Il 18 dicembre 2025 si arriva alla sentenza di secondo grado del troncone ordinario. Le posizioni giudicate risultano 215 e il quadro cambia ancora: 154 condanne, 50 assoluzioni e 11 prescrizioni. Alcune pene vengono confermate, altre ridotte, altre posizioni vengono completamente ribaltate.
Facciamo una cosa poco spettacolare ma utile: fermiamoci sui numeri. Nel 2019 avevamo 334 arresti. Nel primo grado del troncone ordinario abbiamo avuto 338 imputati e 207 condanne. In appello, sulle 215 posizioni giudicate, abbiamo 154 condanne. E attenzione alla parola: condanne in appello, non necessariamente definitive. Perché in uno Stato di diritto la responsabilità penale diventa irrevocabile quando il percorso delle impugnazioni si conclude.
Al gennaio 2026, nel percorso processuale di Rinascita Scott, erano state annunciate le prime cinque condanne divenute definitive dopo il rigetto da parte della Cassazione dei ricorsi di imputati che avevano concordato la pena in appello: 19 anni, 16 anni, 12 anni e 2 mesi, 12 anni, 10 anni e 8 mesi.
Questo non significa che soltanto cinque persone siano state ritenute responsabili nei vari gradi. Sarebbe una manipolazione opposta e altrettanto sbagliata. Significa che bisogna distinguere condanne di primo grado, condanne di appello e sentenze irrevocabili.
Una distinzione che nei titoli delle retate raramente trova spazio.
Anche il rito abbreviato ha perso pezzi lungo la strada
C'è poi l'altro grande troncone, quello celebrato con rito abbreviato. Nel novembre 2021 il primo grado si concluse con 70 condanne, 20 assoluzioni e una prescrizione. Anche quello fu presentato come un risultato importante dell'impianto accusatorio. Poi il processo continuò.
Nel maggio 2025 intervenne la Cassazione. Per vari imputati dispose annullamenti con rinvio; per altri arrivarono annullamenti senza rinvio. In particolare, per quattro persone il verdetto fu “perché il fatto non sussiste” e per altre tre “per non avere commesso il fatto”. Per uno degli imputati assolti fu disposta la scarcerazione dopo anni di detenzione.
Nel maggio 2026 è stato necessario un nuovo giudizio d'appello per rideterminare 29 pene, dopo che la Cassazione aveva escluso una specifica aggravante collegata all'articolo 416-bis. Non è scomparso il reato associativo per quelle posizioni: in diversi casi si è trattato di ricalcolare la pena dopo la caduta dell'aggravante. Ma ancora una volta i numeri originari sono cambiati. È questo il punto. Un maxiprocesso non è una fotografia. È un film di anni. E giudicarlo dal primo fotogramma significa fare propaganda, non informazione.
L'aula bunker: milioni per costruire il simbolo del maxiprocesso
Per celebrare Rinascita Scott serviva una struttura fuori dall'ordinario. Nacque così l'aula bunker di Lamezia Terme, nell'area ex Sir della Fondazione Terina. Una struttura di circa 3.300 metri quadrati, lunga oltre cento metri, con centinaia di postazioni, sistemi di videoconferenza, percorsi separati per magistrati, imputati, difensori e pubblico.
Invitalia curò progettazione, affidamento ed esecuzione degli interventi. I lavori furono realizzati in tempi rapidissimi, anche per rispondere alle esigenze sanitarie dell'epoca Covid.
E qui arriva la prima domanda sul conto. Quanto è costata? Le fonti dell'epoca indicano cifre non perfettamente coincidenti. ANSA, quando raccontò successivamente i problemi della struttura, parlò di 4 milioni e mezzo di euro; altre cronache dell'inaugurazione indicarono una riqualificazione costata circa cinque milioni. Documentazione tecnica relativa all'opera riporta un importo di 4.217.069,67 euro.
Quindi chiamarla “un'aula da quattro soldi” sarebbe certamente impossibile. Era un investimento milionario. E non finisce lì.
Gli atti pubblici del Ministero della Giustizia documentano successivamente contratti e pagamenti per manutenzione e presidio tecnologico. Un contratto relativo alla manutenzione e al presidio on site della multivideoconferenza aveva, nel 2022, un valore complessivo impegnato di 146.320,70 euro IVA compresa. Per il solo bimestre gennaio-febbraio 2023 risultano pagamenti nell'ordine dei 17 mila euro.
Per il sistema di videoconferenza, inoltre, documentazione pubblica relativa agli affidamenti indica un importo superiore a 721 mila euro e qualifica la procedura come “affidamento diretto”. Questo, va precisato, è un tipo di procedura amministrativa e non costituisce di per sé alcuna irregolarità, tanto più nel contesto emergenziale e accelerato in cui la struttura fu realizzata. Ma i soldi sono soldi. E quando sono pubblici bisogna contarli.
Poi arrivò la pioggia
Il 10 ottobre 2022 il simbolo della grande macchina giudiziaria ebbe un problema molto più banale. Pioveva. E l'aula bunker si allagò.
L'acqua penetrò dal pavimento durante un forte temporale. I tombini interni non riuscirono a smaltire il flusso e una parte dei locali fu invasa dall'acqua. Il rischio ch e raggiungesse i cavi elettrici costrinse il collegio a interrompere la deposizione di un testimone e a sospendere l'udienza.Il processo riprese il giorno successivo.
Non risultò quindi una dichiarazione di inagibilità permanente. Ma la scena fu abbastanza surreale: il luogo costruito con milioni di euro per ospitare uno dei più grandi processi antimafia d'Europa fermato dall'acqua che attraversava il pavimento.
E non era neppure il primo problema.
Le cronache riferirono di infiltrazioni dal tetto, presenza di topi, impianto di condizionamento fuori uso durante l'estate, riscaldamento più volte in tilt, umidità alle pareti, problemi di pulizia e sterpaglie all'esterno. Uno potrebbe liquidare tutto come folklore calabrese. Sarebbe un errore.
Perché dietro quella struttura ci sono denaro pubblico, organizzazione pubblica e responsabilità pubbliche. E dunque domande pubbliche.
E poi ci sono quelli che innocenti lo erano davvero
La questione diventa molto più seria quando si lascia il cemento dell'aula bunker e si entra nelle vite delle persone. Tra i casi documentati c'è quello di Matteo Famà, coinvolto nel blitz del 2019, sottoposto agli arresti domiciliari e successivamente assolto nel rito abbreviato.
Nel 2026 il Tribunale civile di Salerno ha accolto la sua domanda risarcitoria nei confronti dello Stato ritenendo, secondo quanto riportato dalla stampa sulla sentenza, che nella vicenda vi fossero profili di colpa grave nella gestione della misura cautelare. Per gli stessi fatti a Famà era stata inoltre riconosciuta dalla Corte d'Appello di Catanzaro la riparazione per ingiusta detenzione. Ed ecco il punto sul quale bisogna essere rigorosi.
Non abbiamo trovato un prospetto pubblico ufficiale che consenta di sommare tutti gli eventuali risarcimenti pagati esclusivamente agli imputati di Rinascita Scott. Inventare oggi un totale sarebbe esattamente il contrario di ciò che questo articolo sta chiedendo alla giustizia: precisione.
Il problema generale, però, esiste ed è enorme. In un intervento parlamentare con dati forniti dal Governo è stato riferito che, nel periodo considerato del 2025, la Corte d'Appello di Reggio Calabria aveva 77 indennizzi liquidati per circa 5,486 milioni di euro e Catanzaro 126 per circa 4,311 milioni. A livello nazionale, nel 2024 erano stati liquidati 26,9 milioni di euro per ingiuste detenzioni.
La stessa Corte d'Appello di Catanzaro, nella relazione per l'anno giudiziario 2026, riferiva che al 30 giugno 2025 erano ancora pendenti 348 procedimenti per richieste di indennizzo per ingiusta detenzione, scesi dai 446 dell'anno precedente.
Numeri che non autorizzano a criminalizzare i magistrati. Ma certamente vietano di dire che va tutto bene.
«Sono stati arrestati e poi li vediamo fuori»: la frase che va spiegata
C'è una frase che in Calabria si sente continuamente: “Li arrestano e dopo un po' sono di nuovo fuori”. Fa rabbia. Ma giornalisticamente va spiegata bene.
La custodia cautelare non è una pena anticipata. Può essere revocata, sostituita o cessare quando vengono meno i presupposti previsti dalla legge. Una condanna non definitiva, inoltre, non comporta necessariamente che l'imputato debba attendere la Cassazione in carcere.
Quindi dire che qualcuno “esce senza alcun procedimento” sarebbe sbagliato. Il procedimento c'è. Sono proprio i giudici, applicando le norme, a decidere sulla libertà personale. La domanda più seria è un'altra: quanto tempo impiega il sistema per arrivare a una verità definitiva?
Se una persona è colpevole, una giustizia che impiega sette, otto o dieci anni per rendere irrevocabile la responsabilità indebolisce la pena.
Se è innocente, quegli stessi sette, otto o dieci anni possono distruggergli la vita.
In entrambi i casi il cittadino perde. E la ’ndrangheta che doveva essere “azzerata”? Resta infine la domanda più scomoda.
Rinascita Scott ha colpito duramente la ’ndrangheta vibonese. Le sentenze lo dimostrano. Numerose responsabilità sono state riconosciute e le condanne sono pesantissime.
Ma “azzerare” una struttura criminale con un blitz è un'immagine potente per una conferenza stampa. La realtà è più ostinata.
Nel solo 2026 le procure calabresi hanno continuato a coordinare operazioni enormi. Ad aprile 54 misure cautelari in un'inchiesta della Dda di Catanzaro. A luglio, a Reggio Calabria, 79 arresti contro soggetti accusati a vario titolo di appartenere o agevolare le storiche cosche De Stefano, Tegano e Condello. Il 7 settembre un'altra operazione ha portato a cinque misure cautelari e a un sequestro preventivo superiore ai 35 milioni nell'ambito di un'indagine che, secondo gli investigatori, coinvolge interessi riconducibili anche ad ambienti mafiosi. Tutte accuse, naturalmente, da verificare nei rispettivi processi.
La ’ndrangheta non è andata “a riposo”. Perché le mafie non timbrano il cartellino dopo una retata.
Si riorganizzano, sostituiscono uomini, cambiano interlocutori, spostano denaro, modificano linguaggi.
La domanda finale: quanto ci è costata davvero Rinascita Scott?
Ed eccoci al conto. Conosciamo il costo milionario dell'aula bunker. Conosciamo alcuni affidamenti per le dotazioni tecnologiche e la manutenzione. Conosciamo migliaia di udienze e ore di lavoro di magistrati, cancellieri, forze dell'ordine, personale amministrativo e avvocati. Conosciamo i costi della custodia cautelare, dei trasferimenti, delle videoconferenze e della sicurezza. Conosciamo anche almeno un caso direttamente collegato a Rinascita Scott nel quale lo Stato è stato chiamato a risarcire una persona poi assolta. Ma non esiste, almeno tra i documenti pubblicamente reperibili consultati per questo articolo, un rendiconto unico intitolato “Costo complessivo di Rinascita Scott”.
E forse sarebbe proprio questo il primo atto di trasparenza da pretendere. Quanto abbiamo speso? Quanto abbiamo sequestrato e confiscato definitivamente? Quante delle persone arrestate sono state condannate con sentenza irrevocabile? Quante sono state assolte definitivamente? Quante hanno trascorso periodi di detenzione per i quali è stata successivamente riconosciuta una riparazione? Quanto ha pagato lo Stato? Non sono domande contro l'antimafia. Sono domande a favore di un'antimafia credibile.
Perché combattere la ’ndrangheta significa avere investigatori forti, magistrati indipendenti e tribunali messi nelle condizioni di lavorare. Ma significa anche pretendere che ogni arresto sopporti la prova del processo, che ogni errore venga riconosciuto, che ogni euro pubblico venga rendicontato e che ogni condanna arrivi in tempi compatibili con la parola “giustizia”.
Il 19 dicembre 2019 ci dissero che erano stati liberati degli spazi. Sette anni dopo quegli spazi vanno guardati di nuovo. Senza tifoserie. Senza santini. Senza nemmeno l'alibi comodissimo secondo cui porre domande sulla giustizia significherebbe fare un favore alla ’ndrangheta. È esattamente il contrario.
Uno Stato è più forte della mafia non quando arresta più persone. È più forte quando arresta i colpevoli, assolve rapidamente gli innocenti, porta le condanne definitive fino in fondo e sa rendere conto ai cittadini persino dell'ultimo euro speso.
Rinascita Scott ha prodotto condanne pesanti e ha raccontato pagine profonde della ’ndrangheta calabrese. Ma il suo bilancio, nel 2026, non può essere ancora quello della notte delle sirene. Adesso è il momento dei conti.