Cibo avariato, in Calabria sequestrate 2,7 tonnellate restano segreti i nomi di ristoranti, agriturismi e supermercati
Sequestri record in Calabria: la salute è a rischio, ma la trasparenza si ferma sulla soglia dei locali

In Calabria possiamo sapere quanti chili di carne erano conservati vicino ai rifiuti, quante confezioni di surgelati si erano scongelate dentro un supermercato, quanto pesce era privo di tracciabilità e persino l’importo delle multe. Possiamo conoscere il comune, il tipo di attività e tutte le violazioni contestate. C’è soltanto una cosa che non dobbiamo sapere: dove stavano vendendo quella roba. Il nome dell’attività scompare.
L'illusione delle informazioni e la condanna all'ignoranza
Ristorante, panificio, agriturismo, supermercato, stabilimento balneare, struttura ricettiva. Tutto viene raccontato, ma il cittadino che potrebbe aver mangiato o acquistato proprio lì resta condannato all’ignoranza. E magari il giorno dopo torna nello stesso locale, nello stesso supermercato o nello stesso agriturismo.
I numeri di un'emergenza alimentare regionale
Negli ultimi mesi, mettendo insieme soltanto le operazioni rese pubbliche, in Calabria sono stati sequestrati più di 2.700 chili di alimenti. Carne, pesce, salumi, formaggi, conserve, prodotti da forno e surgelati. In alcuni casi mancava la tracciabilità; in altri gli alimenti erano conservati in condizioni igieniche disastrose; in altri ancora sarebbero stati scongelati, tenuti tra muffa e condensa oppure sistemati vicino ai rifiuti.
Sappiamo tutto della merce. Non sappiamo chi la vendeva.
I controlli nei territori: dal Soveratese al Crotonese
In un agriturismo di Cirò Marina, i carabinieri e il Nas hanno sequestrato oltre 280 chili di insaccati, formaggi, conserve e bevande privi di tracciabilità o etichettatura. Sono state rilevate gravi carenze strutturali e igienico-sanitarie e persino la presenza di capi di bestiame non registrati. Conosciamo i chili sequestrati e il destino degli animali. Non il nome dell’agriturismo.
Tra Mesoraca e Petilia Policastro è stata sospesa un’attività di ristorazione nella quale sono stati trovati 17,6 chili di alimenti senza etichette e tracciabilità. In un panificio di Sellia Marina sono stati sequestrati 419 chili di dolci e prodotti da forno privi delle indicazioni necessarie. A Davoli altri 360 chili di impasti, prodotti da forno e materie prime sono finiti sotto sequestro in un panificio sospeso per gravi carenze igieniche.
Due panifici, quasi ottocento chili di alimenti sequestrati e nessun nome. Così tutti i panificatori di Sellia Marina e Davoli finiscono dentro una nuvola di sospetto, compresi quelli che rispettano le regole. L’anonimato garantito a uno diventa una condanna collettiva per tutti gli altri.
Nella provincia di Catanzaro i Nas hanno ispezionato 27 attività alimentari e di ristorazione. Diciannove sono risultate irregolari: sette su dieci. Sono stati sequestrati oltre 300 chili di alimenti, sospesa un’impresa che operava nella ristorazione scolastica, chiusi tre depositi abusivi ed elevate 38 sanzioni per più di 33mila euro.
Diciannove attività irregolari su ventisette non sono un incidente, ma un allarme. E quando compare anche la ristorazione scolastica le domande diventano inevitabili: quali scuole venivano servite? Quali bambini ricevevano quei pasti? Le famiglie sono state informate oppure hanno dovuto affidarsi al passaparola?
In un supermercato del Soveratese sono stati sequestrati 521 chili di carne, pesce e latticini. Nei frigoriferi sarebbero state trovate muffa e condensa; la carne sarebbe stata conservata vicino ai rifiuti. Il reparto macelleria è stato sospeso e il titolare denunciato. Il nome del supermercato, però, non è stato reso pubblico. Che cosa dovrebbe fare il consumatore del Soveratese? Entrare in ogni supermercato e domandare se sia quello con la muffa nei frigoriferi? Affidarsi alle voci del paese? Controllare se il banco macelleria sia aperto oppure continuare a comprare senza sapere nulla?
A Crotone sono stati sequestrati 81 chili di verdure, carne e pesce privi di tracciabilità in un’attività poi sospesa. In sei ristoranti tra Crotone e Isola Capo Rizzuto sono stati trovati 82 chili di prodotti ittici senza documentazione sulla provenienza. La località è indicata. I chili sono indicati. I ristoranti no.
Il picco estivo durante le vacanze
E proprio nel solo mese di agosto e nei primi dieci giorni di settembre, nel pieno delle vacanze estive, quando ristoranti, agriturismi, stabilimenti balneare e strutture ricettive registrano il maggior numero di clienti, in Calabria sono stati sequestrati oltre 650 chili di alimenti.
Sulla Costa degli Dei, all’interno di una struttura ricettiva di Ricadi, sono stati sequestrati 266 chili di alimenti in cattivo stato di conservazione. Due persone sono state segnalate alla Procura e le sanzioni hanno superato i 19mila euro.
Negli stabilimenti balneari e nei ristoranti di Soverato e Montepaone sono stati sequestrati circa 60 chili di carne, pesce e altri prodotti, con sanzioni complessive vicine ai 25mila euro.
A Isola Capo Rizzuto altri cinque chili di pesce sono stati sequestrati durante i controlli nei lidi e nelle attività commerciali.
In un ristorante di Marina di Gioiosa Ionica sono stati sequestrati 91 chili di prodotti ittici senza tracciabilità. Sono state segnalate anche gravi carenze igieniche nei locali di deposito e preparazione. Ancora una volta il consumatore viene informato del pericolo, ma non riceve l’unica informazione utile per difendersi.
In un supermercato di Crotone sono state trovate 769 confezioni di prodotti surgelati, per oltre cento chili, scongelate a causa del malfunzionamento di un banco frigorifero. La merce, secondo quanto comunicato dalla Polizia, era ancora accessibile ai clienti nonostante una segnalazione avesse già richiamato l’attenzione sul problema. L’attività è stata sospesa. Il cittadino che ha segnalato ha fatto il proprio dovere. Le forze dell’ordine hanno svolto il controllo. Ma tutti gli altri cittadini sono rimasti senza nome e senza indirizzo. Si chiede loro di collaborare, denunciare e fidarsi delle istituzioni; poi, quando quelle istituzioni scoprono qualcosa che riguarda direttamente ciò che mettiamo nel piatto, l’informazione decisiva viene nascosta.
Sempre a Isola Capo Rizzuto sono stati sequestrati 130 chili di pesce senza tracciabilità in un ristorante-pizzeria. Il locale è stato temporaneamente chiuso, il deposito sottostante chiuso definitivamente e sono state elevate sanzioni per circa cinquemila euro.
Diritto all'informazione contro il silenzio delle istituzioni
Non si pretende una gogna preventiva e non si sta dicendo che un sequestro equivalga automaticamente a una condanna. Ma tra la gogna e il silenzio esiste il diritto all’informazione. Basterebbe comunicare il nome dell’attività, la sede, le violazioni contestate e lo stato del procedimento. E, se le contestazioni dovessero cadere o le irregolarità essere sanate, comunicarlo con la stessa evidenza.
Il danno per i commercianti onesti
Oggi, invece, si tutela nei fatti chi è stato trovato con merce non tracciata o conservata irregolarmente e si lascia senza tutela chi potrebbe averla comprata, mangiata o fatta mangiare ai propri figli.
L’anonimato danneggia anche l’imprenditore onesto. Se si scrive che un panificio di Davoli, un supermercato del Soveratese o un ristorante di Marina di Gioiosa Ionica è stato sanzionato senza dire quale, il sospetto ricade su tutti. Chi rispetta le regole viene confuso con chi non le rispetta. Il nome non serve soltanto a individuare chi è stato controllato. Serve anche a liberare dall’ombra tutti gli altri.
La tracciabilità negata al consumatore
La tracciabilità non è una formalità inventata per complicare la vita ai ristoratori. Serve a sapere da dove arriva un alimento, chi lo ha prodotto e attraverso quali passaggi è giunto sul banco. Se quella catena viene spezzata, il consumatore compra al buio. E quando la merce è conservata tra muffa, condensa, frigoriferi guasti o rifiuti, non siamo più davanti a una dimenticanza burocratica: siamo davanti alla salute delle persone.
Se la tracciabilità serve a proteggere il consumatore, perché nascondere il nome di chi viene trovato a vendere alimenti senza provenienza? Il cibo deve avere un’origine, un’etichetta, un lotto e una scadenza. Chi lo mette in commercio, invece, può restare senza nome. In Calabria la trasparenza si ferma davanti alla porta del locale. Il consumatore può sapere che qualcuno ha imbrogliato. Non deve sapere chi.