Il Morrison's Irish Pub
Il Morrison's Irish Pub

Un pub comincia dalla birra, ma la sua storia si costruisce attorno alle persone. La parola deriva da public house, casa pubblica: un nome che conserva il senso di un luogo aperto all’incontro, dove fermarsi dopo il lavoro, ritrovare gli amici, discutere e passare una serata senza avere fretta di andarsene. Nella tradizione britannica, tra antiche taverne, locande e mescite di birra, il pub è diventato parte della vita dei quartieri e dei paesi. Un posto dove, insieme al bicchiere, conta la compagnia.Trasportata alle nostre latitudini, questa abitudine ha incontrato altri gusti e un altro modo di stare a tavola. La pinta si accompagna al panino, la cucina prende l’accento del territorio e il bancone diventa un punto d’osservazione sulla città. Perché da un pub, quando resta aperto abbastanza a lungo, passa anche un pezzo di storia delle persone che lo frequentano. A Cosenza il Morrison’s Pub questa storia la porta avanti dal 2000, quando aprì in via Nicola Serra. Dal 2018 si è trasferito in via Macallè, continuando un percorso che oggi supera il quarto di secolo. Una longevità che merita di essere raccontata: ventisei anni significano attraversare cambiamenti nei consumi, nelle abitudini e nel modo di vivere la sera.Il proprietario è Francesco Piro, per tutti Ciccio. Con lui siamo partiti da qui: da come nasce un pub a Cosenza e da cosa serve per tenerlo vivo per oltre venticinque anni. Perché aprire un locale è una scommessa. Fare in modo che la gente continui a tornarci è il mestiere.

A Cosenza i pub esistono dal 1982. Che cosa ha portato questa formula nella vita della città? Era un modo di scimmiottare l’esperienza britannica oppure rispondeva a un bisogno di ritrovarsi che gli altri locali non riuscivano a soddisfare?

«Credo che la nascita dei pub a Cosenza fosse legata soprattutto all’evoluzione dei costumi. Cambiava il modo di uscire, di trascorrere la sera, di stare insieme, e il pub rispondeva a queste nuove abitudini. Le cantine e i bar erano già luoghi di socialità: ci si incontrava, si discuteva, si passava del tempo in compagnia. I pub si inserivano in questa tradizione offrendo un’esperienza diversa. I bar continuano ancora oggi ad avere una funzione sociale importante. Il pub offre un’altra possibilità, con una sua identità. La musica, il bancone, i tavoli, le luci contribuiscono a creare un ambiente nel quale le persone si riconoscono e si sentono a proprio agio. Anche la birra diventa un’occasione di scoperta: si provano gusti diversi, si impara a scegliere, nasce una curiosità. Il riferimento britannico c’è, naturalmente, ma poi ogni pub sviluppa un proprio stile, che rispecchia chi lo gestisce e prende forma anche attraverso le persone che lo frequentano. Il senso è questo: creare un posto nel quale le persone abbiano piacere di ritrovarsi e al quale venga spontaneo associare una frase semplice: “Ci vediamo lì”».

A proposito di stile, il nome Morrison’s Irish Pub dichiara già il riferimento alla tradizione irlandese. Che cosa l’ha affascinata di quei pub e quali caratteristiche ha voluto ricreare nel suo locale?

«Dei pub irlandesi mi affascina il senso di familiarità: la possibilità di entrare e sentirsi a proprio agio, anche senza conoscere nessuno. Sono luoghi dove ci si ferma volentieri, si conversa, si sta in compagnia. È questa accoglienza che ho cercato di ricreare al Morrison, anche attraverso un arredamento in legno e un’atmosfera calda e raccolta. Ma l’ispirazione riguarda soprattutto la scelta della birra. La Guinness è al centro di questa scelta. La sua storia comincia a Dublino nel 1759, con Arthur Guinness e il birrificio di St. James’s Gate. È diventata un simbolo dell’Irlanda e della cultura dei suoi pub. Per me rappresenta il legame più diretto con quella tradizione. Ha un carattere riconoscibile: il colore scuro, la schiuma cremosa, le note di orzo tostato che ricordano il caffè e il cioccolato. È attorno a questa identità che ho costruito quella del Morrison. Accanto alla Guinness proponiamo le irlandesi Harp Lager e Kilkenny Strong, la belga Leffe Rituel e l’americana Goose IPA, oltre alle birre in bottiglia».

Una mitica Guinness del Morrison's
Una mitica Guinness del Morrison's

E nel piatto? Qual è la proposta gastronomica del Morrison’s Irish Pub e che cosa offre da mangiare insieme alle birre?

«Abbiamo affiancato fin dall’inizio alla birra una proposta gastronomica, perché chi viene al Morrison’s Irish Pub possa anche cenare. In molti pub britannici, un tempo, si andava soprattutto per bere. Il cibo aveva un ruolo secondario: qualche stuzzichino, noccioline, patatine, oppure cose semplici come pane, formaggio e sottaceti. Oggi anche lì la cucina ha acquistato molto più spazio. I panini e gli hamburger sono una parte importante del menù. Gli hamburger li prepariamo noi, utilizzando carne di scottona, e li proponiamo con diverse farciture. Prepariamo anche le polpette, sia di carne sia di melanzane, queste ultime con un cuore filante di caciocavallo. Sono lavorazioni nostre, alle quali affianchiamo bruschette e altre proposte da accompagnare alle birre. Utilizziamo anche prodotti surgelati, come le patatine e alcuni fritti: anelli di cipolla, nuggets, olive ascolane, mozzarelline e alette di pollo. Sono segnalati nel menù, così chi ordina può distinguere le nostre preparazioni dai prodotti acquistati già pronti».

Uno dei panini più generosi del pub
Uno dei panini più generosi del pub

Quanto si spende mediamente a persona al Morrison’s Irish Pub per un panino, una birra e qualcosa da stuzzicare?

«Per un panino con hamburger da 156 grammi farcito, una birra alla spina da 56 cl e un piatto di patatine fritte siamo intorno ai 18 euro a persona. Il panino costa circa 8 euro, mentre per la birra siamo sui 6–7 euro, a seconda di quella che si sceglie».

Hamburger, birra e patatine: a guardare la proposta gastronomica, qualcuno potrebbe accostarla a quella di un fast food come McDonald’s. Qual è la differenza?

«La differenza sta nelle materie prime e nella preparazione. I nostri si possono definire “panini espressi”: cuociamo l’hamburger e componiamo il panino al momento dell’ordine. Prepariamo noi gli hamburger con carne di scottona e ogni farcitura richiede il suo lavoro, dalla preparazione degli ingredienti alla cottura. Nelle grandi catene il sistema punta sulla standardizzazione: molti componenti arrivano già lavorati e porzionati, per essere cotti o assemblati rapidamente e ottenere lo stesso prodotto in ogni punto vendita. Noi seguiamo una lavorazione da cucina, con una scelta diretta delle materie prime e una preparazione che porta la nostra mano. Il risultato può chiamarsi sempre hamburger, ma per capire la differenza bisogna guardare cosa c’è dentro e come viene fatto».

Panino e patatine al Morrison's
Panino e patatine al Morrison's

Quali difficoltà incontra nel gestire un locale a Cosenza e quanto incidono sul suo lavoro i rapporti con la pubblica amministrazione, tra autorizzazioni, servizi e burocrazia?

«Le difficoltà maggiori sono legate ai rapporti con la pubblica amministrazione. Il settore del cibo e delle bevande rappresenta una parte fondamentale delle attività commerciali di Cosenza, ma non riceve un’attenzione adeguata al peso che ha nell’economia della città. Pub, bar e ristoranti danno lavoro, acquistano dai fornitori e contribuiscono a tenere vive le strade. Tutto questo dovrebbe contare nelle scelte di chi amministra. Le faccio un esempio concreto: prima, per l’occupazione del suolo pubblico, pagavo 15 euro al metro quadrato; oggi ne pago 50. Significa più del triplo. Per un locale i tavoli all’aperto sono una parte importante dell’attività, ma ogni aumento deve fare i conti con gli incassi e con tutte le altre spese da sostenere. Nessuno pretende di utilizzare gratuitamente uno spazio pubblico. Chiediamo però tariffe sostenibili e un confronto con chi lavora ogni giorno. Se si vuole una città frequentata, con attività aperte e persone che escono la sera, bisogna creare le condizioni perché quei locali possano continuare a esistere. Altrimenti si chiede agli esercenti di contribuire alla vita della città, caricandoli di costi sempre più difficili da sostenere».

La movida divide: alcuni residenti vicini ai locali si lamentano del rumore e degli schiamazzi. Come si concilia la vita serale con il diritto al riposo? Ed esiste una rivalità tra la movida cosentina e quella rendese?

«Per quanto riguarda i residenti, esistono regole che disciplinano l’attività dei locali e la convivenza con chi abita nelle vicinanze. Vanno rispettate, e noi lo facciamo. Capisco il diritto al riposo, ma anche chi gestisce un’attività ha il diritto di lavorare nel rispetto di quelle regole. Se qualcuno si lamenta comunque, pur rispettandole, diventa difficile capire che cosa ci venga chiesto ancora. Quanto a Rende, non vedo una rivalità. La gente si sposta, sceglie dove trascorrere la serata anche in base a quello che una città propone. Un concerto, una manifestazione, un’iniziativa capace di richiamare pubblico portano persone nelle strade e creano occasioni di lavoro per i locali. Molto dipende, quindi, da come si organizza la vita della città. A Cosenza, da un po’ di tempo, manca questa continuità negli eventi. Per noi sono occasioni importanti anche per farci conoscere da persone che altrimenti magari non passerebbero da qui. Al Morrison’s Irish Pub abbiamo fortunatamente tanti clienti affezionati, che continuano a sceglierci e rappresentano una base preziosa. Ma un’attività deve poter incontrare anche un pubblico nuovo. Chi arriva per un evento può fermarsi a mangiare o a bere qualcosa, scoprire il locale e poi tornarci. È anche così che si fa crescere il lavoro e si tiene viva una città».