Droga e telefoni nel carcere di Cosenza: otto indagati, sei ai domiciliari
Gli investigatori stanno ricostruendo i vari passaggi dell’attività illecita e il ruolo di ciascun indagato, per accertare come il materiale vietato riuscisse a entrare nella struttura penitenziaria
Operazione della magistratura e delle forze dell’ordine all’interno della casa circondariale “Carcere Sergio Cosmai” di Cosenza, dove un’indagine ha portato all’emissione di otto misure cautelari nell’ambito di un’inchiesta su traffico di droga e introduzione di telefoni cellulari all’interno dell’istituto penitenziario. Sei degli indagati sono stati posti agli arresti domiciliari.
Al centro delle indagini ci sarebbe un agente della polizia penitenziaria, ritenuto dagli investigatori uno dei punti chiave di una rete che avrebbe consentito l’ingresso di telefoni e sostanze stupefacenti nella struttura.
La rete tra detenuti, familiari e agente
Secondo quanto emerso dalle indagini, si sarebbe creato un sistema di contatti tra detenuti, familiari e l’agente coinvolto, attraverso il quale sarebbero stati introdotti nel carcere smartphone e droga, permettendo ai reclusi di comunicare con l’esterno anche tramite videochiamate.
Gli investigatori stanno ricostruendo i vari passaggi dell’attività illecita e il ruolo di ciascun indagato, per accertare come il materiale vietato riuscisse a entrare nella struttura penitenziaria.
Indagini sul sistema di comunicazioni illegali
La presenza di telefoni cellulari in carcere rappresenta una delle principali criticità per la sicurezza penitenziaria, perché consente ai detenuti di mantenere contatti diretti con l’esterno e, in alcuni casi, di continuare a gestire attività criminali anche durante la detenzione.
L’inchiesta punta proprio a chiarire modalità e responsabilità dell’introduzione dei dispositivi e della droga, oltre a verificare eventuali ulteriori complicità all’interno o all’esterno della struttura.
Un istituto simbolo della lotta alla criminalità
La casa circondariale di Cosenza è intitolata a Sergio Cosmai, ex direttore dell’istituto ucciso dalla criminalità organizzata nel 1985 per la sua azione di contrasto ai privilegi dei detenuti e alle attività illegali all’interno del carcere.
Le indagini proseguono per individuare eventuali altri responsabili e ricostruire l’intera rete che avrebbe permesso l’ingresso di droga e dispositivi elettronici all’interno del penitenziario cosentino.