La Sila
La Sila

Questa volta lasciamo stare la politica. Lasciamo stare la Regione, i Comuni, il Parco, gli amministratori, gli imprenditori turistici, gli albergatori, i ristoratori e tutti quelli ai quali siamo abituati ad attribuire responsabilità ogni volta che qualcosa in Calabria non funziona.

Questa volta la responsabilità è molto più semplice da individuare.
È di chi mangia in mezzo alla natura, trascorre ore piacevoli tra i boschi, fotografa panorami straordinari, respira aria pulita e poi, prima di rientrare a casa, abbandona sul ciglio della strada due o tre buste di spazzatura.
Si chiama inciviltà.
E forse dovremmo smetterla di cercare parole più eleganti.
Chi abbandona piatti, bicchieri, bottiglie, lattine e sacchetti nei boschi della Sila non è vittima di un sistema che non funziona. Non è colpa della burocrazia. Non è responsabilità di un assessore.
È una persona che ha deciso consapevolmente di sporcare.
Punto.

Chi frequenta spesso la Sila conosce bene questa realtà. Percorrendo le strade che da Botte Donato conducono verso Monte Scuro, ma anche in tante altre zone dell'altopiano, basta guardare oltre il finestrino per trovare l'altra faccia della montagna calabrese.
Da una parte scenari straordinari.
Dall'altra la spazzatura. Ed è proprio questo contrasto che fa rabbia.

Perché non stiamo parlando di periferie degradate o zone industriali abbandonate. Parliamo del Parco Nazionale della Sila. Parliamo di uno dei patrimoni ambientali più importanti della Calabria. Un territorio che dovrebbe essere custodito come un gioiello e che invece qualcuno tratta come una gigantesca area di servizio senza personale addetto alle pulizie.

La Sila piace a tutti, finché non bisogna raccogliere una busta

Da giugno la montagna torna a riempirsi. Arrivano turisti, famiglie e visitatori.
Tornano anche tanti calabresi che vivono fuori regione e che trascorrono qui parte delle vacanze estive.
Poi ci sono quelli che vivono nelle città calabresi e cercano in Sila una fuga dalle temperature torride.
Tutto assolutamente normale.
Anzi, auspicabile.
Più persone scoprono e frequentano la montagna, meglio è per il turismo, per l'economia locale e per la conoscenza del territorio.
Il problema è ciò che accade dopo il picnic.
Perché tutti amano la Sila quando bisogna sedersi sotto un albero.
Tutti amano la montagna davanti a una grigliata.
Tutti amano fotografare i prati.
Tutti amano respirare l'aria fresca.
Ma l'amore per la Sila sembra misteriosamente finire quando arriva il momento di sparecchiare.
Ed eccole lì.
Buste piene di rifiuti.
Bottiglie di vetro.
Lattine.
Confezioni di alimenti.
Bicchieri.
Piatti di plastica.
Residui lasciati ai bordi delle strade o vicino alle aree utilizzate per le soste.
C'è qualcosa di profondamente assurdo in tutto questo.
Per arrivare in Sila si usa un'automobile.
Dentro quell'automobile sono stati caricati carne, bibite, acqua, tovaglie, bicchieri, piatti, posate, borse e tutto il necessario per trascorrere la giornata.

Alla fine del picnic quella stessa automobile improvvisamente non avrebbe più lo spazio per contenere una busta di rifiuti?
È una giustificazione che non regge.
Se hai portato su una bottiglia piena, puoi riportarla giù vuota.
Se hai portato una confezione di piatti, puoi riportare indietro ciò che resta.
Se sei stato capace di trasportare tutto il necessario per divertirti, sei perfettamente in grado di trasportare anche la tua spazzatura.

Non è disattenzione, è maleducazione

Dobbiamo anche smettere di chiamarla leggerezza.
Una carta che vola via può essere una disattenzione.
Una bottiglia dimenticata accanto a un tavolo può essere una distrazione.
Tre sacchi chiusi e lasciati sul ciglio di una strada non sono una distrazione.
Sono una scelta.
Qualcuno ha raccolto quei rifiuti.
Li ha messi nella busta.
Ha fatto il nodo.
E poi ha deciso che il posto giusto dove lasciarli fosse il bosco.
C'è persino una forma di paradossale organizzazione nell'inciviltà.
Si fa la fatica di raccogliere tutto per poi abbandonarlo cento metri più avanti.
E qui entra in gioco un problema culturale.
Non cultura nel senso scolastico del termine.
La cultura civica.
Quella che dovrebbe insegnare che un bene comune non è un bene di nessuno, ma un bene di tutti.
La Sila non è un territorio anonimo sul quale scaricare quello che non vogliamo portarci a casa.
Il fatto che un bosco non abbia un proprietario seduto all'ingresso non significa che si possa trasformarlo in una pattumiera.
Eppure c'è ancora chi ragiona così.
A casa propria non lascerebbe mai un sacchetto di rifiuti al centro del salotto.
Sul prato sì.
Nel proprio giardino non getterebbe bottiglie.
Nel bosco sì.
Davanti alla propria abitazione non vorrebbe vedere piatti di plastica e lattine.
In montagna evidentemente vanno bene.
È questa doppia morale che dovrebbe indignare.

Rifiuti in Sila
Rifiuti in Sila

La politica non può venire a raccogliere dietro di voi

Certo, i servizi possono essere migliorati.
Certo, possono servire più controlli.
Certo, in alcune aree possono essere utili più contenitori, una migliore organizzazione della raccolta, più cartelli e più vigilanza.
Ma non trasformiamo il discorso in un alibi.
Perché altrimenti arriviamo al punto assurdo di sostenere che, se manca un cestino a dieci metri, un cittadino sia autorizzato a lasciare la propria immondizia in un bosco.
No.
Non funziona così.
La civiltà non dipende dalla distanza dal cassonetto.
Il rifiuto resta tuo fino a quando non lo conferisci correttamente.
Non esiste un diritto all'abbandono perché manca un contenitore nelle immediate vicinanze.
E soprattutto non possiamo pensare di mettere un operatore ecologico dietro ogni pino.
Non possiamo pretendere una telecamera davanti a ogni area picnic.
Non possiamo immaginare una pattuglia ad ogni curva della Sila.
Se per impedirci di sporcare serve qualcuno che ci controlli continuamente, il problema è già molto più profondo.
Una società civile funziona quando rispetti le regole anche quando nessuno ti guarda.
Quello è il punto.
Portare via la propria spazzatura quando non c'è una telecamera.
Non lasciare una bottiglia anche quando non c'è un vigile.
Spegnere correttamente ciò che si è acceso anche quando non arriva una pattuglia.
Questo significa essere cittadini.
Il resto è educazione sotto sorveglianza.

I rifiuti non restano fermi dove li avete lasciati

C'è poi un aspetto che chi abbandona una busta probabilmente ignora o finge di ignorare.
Quella busta non resterà necessariamente lì.
La notte arrivano gli animali.
I sacchetti vengono rotti.
I resti di cibo vengono trascinati.
La plastica si disperde.
Il vento porta bicchieri e confezioni più lontano.
Le piogge possono trascinare materiali verso altre aree.
Una sola busta può trasformarsi rapidamente in decine di rifiuti disseminati nel bosco.
E poi c'è il vetro.
Bottiglie rotte.
Frammenti.
Rischi per animali e persone.
Ci sono materiali che rimarranno nell'ambiente per tempi lunghissimi.
E tutto questo per cosa?
Per non aver voluto caricare una busta in automobile.
È questo che rende il gesto ancora più inaccettabile.
Il danno ambientale nasce da una fatica evitata di pochi minuti.

Chi sporca paghi. E magari ripulisca

A un certo punto bisogna anche parlare di sanzioni.
Le multe devono essere severe.
Molto severe.
Perché evidentemente per qualcuno l'educazione non basta.
E quando il rispetto non arriva dalla coscienza, deve arrivare almeno dalla paura delle conseguenze.
Ma personalmente troverei ancora più educativa un'altra soluzione, naturalmente nelle forme consentite dalle norme.
Chi viene sorpreso ad abbandonare rifiuti dovrebbe essere chiamato a contribuire alla pulizia del territorio.
Hai lasciato dieci sacchetti?
Bene.

Vieni a raccogliere quelli lasciati da altri.
Trascorri qualche ora a vedere quanta fatica costa rimediare all'inciviltà.
Forse dopo aver raccolto cento bicchieri da un prato, una persona ci penserebbe due volte prima di lasciarne uno.
Non si tratta di umiliazione.
Si tratta di responsabilizzazione.
La multa colpisce il portafoglio.
Pulire insegna il valore del lavoro che qualcuno deve fare al posto tuo.

Dopo i vostri comodi, almeno abbiate rispetto

La frase è dura, ma il problema merita parole chiare.
Dopo aver fatto i vostri comodi, raccogliete.
Dopo aver mangiato, raccogliete.
Dopo aver bevuto, raccogliete.
Dopo aver acceso una griglia dove consentito, sistemate e mettete tutto in sicurezza.
Dopo aver trascorso sei ore nella natura, dedicate cinque minuti a restituirla nelle condizioni in cui l'avete trovata.
Possibilmente meglio.
Non è ambientalismo radicale.
È educazione di base.
Perché la cosa che più irrita è vedere cittadini che trattano come camerieri invisibili quelli che arriveranno dopo.
Tanto qualcuno raccoglierà.
Tanto passeranno a pulire.
Tanto ci penserà il Parco.
Tanto ci penserà il Comune.
No.
Dovreste pensarci voi.

La Calabria non può promuoversi e sporcarsi da sola

Poi ci lamentiamo del turismo.
Ci chiediamo perché alcune zone non riescano a sviluppare pienamente il proprio potenziale.
Spendiamo soldi per promuovere la Calabria.
Parliamo di turismo sostenibile.
Di aree interne.
Di montagna.
Di destagionalizzazione.
Di cammini.
Di natura incontaminata.
Tutto giusto.
Ma la reputazione di un territorio non la fanno solo le campagne pubblicitarie.
La fa quello che il visitatore vede.
Puoi realizzare il più bel video promozionale del mondo, ma se dopo due chilometri un turista trova buste di rifiuti sotto gli alberi, quella fotografia vale più di mille slogan.
E la cosa più paradossale è che spesso quel danno non arriva da qualcuno venuto da lontano.
Arriva da chi questo territorio dovrebbe sentirlo proprio.
Non c'è campagna di marketing capace di compensare l'inciviltà quotidiana.

Incivili sporcano la Sila
Incivili sporcano la Sila

La Sila non vi deve niente

La Sila non è obbligata ad essere bella per noi.
Non è un parco giochi.
Non è un ristorante gratuito.
Non è un'area privata dove tutto è consentito.
È un patrimonio ambientale che abbiamo ricevuto e che abbiamo il dovere di conservare.
Possiamo fotografarla.
Possiamo viverla.
Possiamo frequentarla.
Possiamo trascorrervi intere giornate.
Ma non possiamo pretenderne la bellezza e contemporaneamente lasciare tracce del nostro degrado.
Chi ama davvero la Sila non lo scrive soltanto sui social.
Lo dimostra.
Lo dimostra mettendo una bottiglia nel sacchetto.
Lo dimostra riportando indietro i rifiuti.
Lo dimostra spiegando ai propri figli che un bosco non è una discarica.
Lo dimostra anche raccogliendo, quando possibile, qualcosa lasciato da qualcun altro.
Capita di farlo.
Capita di riportare a valle spazzatura che non ci appartiene.
Non risolve il problema.
Ma almeno significa non girarsi dall'altra parte.

Il problema, questa volta, siamo noi

È forse questa la conclusione più scomoda.
Siamo troppo abituati a cercare sempre un responsabile sopra di noi.
La politica.
Le istituzioni.
La Regione.
Il Comune.
Il sistema.
Questa volta no.
Se lasci un sacchetto nel bosco, il problema sei tu.
Se butti una bottiglia, il problema sei tu.
Se abbandoni piatti e bicchieri dopo una grigliata, il problema sei tu.
Nessun sindaco te li ha messi in mano.
Nessun assessore ti ha obbligato a lasciarli lì.
Nessun imprenditore ha scelto per te.
È stata una tua decisione.
E forse la Calabria comincerà davvero a cambiare quando avremo il coraggio di riconoscere che non tutti i problemi vengono dall'alto.
Alcuni nascono dal basso.
Dalle nostre abitudini.
Dalla nostra educazione.
Dal nostro modo di comportarci quando pensiamo che nessuno ci stia guardando.
La Sila è troppo preziosa per pagare il prezzo di questa ignoranza civica.
Andateci.
Godetevela.
Portate i bambini.
Fate il picnic.
Passeggiate.
Fotografate.
Respirate.
Divertitevi.
Ma alla fine raccogliete tutto.
Non è una cortesia.
È il minimo indispensabile.
Perché se dopo una giornata in mezzo a uno dei paesaggi più belli della Calabria l'unica cosa che siete capaci di lasciare sono sacchi di immondizia, il problema non è la Sila.
Il problema siete voi.