Fileja
Fileja

Fileja, lagane e ceci, patate ’mpacchiuse, morzeddhu, pasta con la ’nduja, baccalà alla cosentina. Basta leggere il nome di un piatto per sentirsi immediatamente in Calabria. Ma tra una ricetta tradizionale e una materia prima realmente prodotta sul territorio esiste una differenza sostanziale.

Una pietanza può essere preparata secondo una ricetta calabrese utilizzando pomodori arrivati da un’altra regione, carne allevata altrove, farina ottenuta da grano estero, olio non calabrese o formaggi acquistati attraverso circuiti nazionali. Questo non rende automaticamente il piatto meno buono e neppure cancella la tradizione della preparazione. Significa semplicemente che “tipico” e “locale” non sono sinonimi.

Ed è proprio qui che nasce una domanda sempre più importante per una regione che punta sull’enogastronomia come elemento della propria offerta turistica: quando un ristorante propone un menù calabrese, quanto valore di quella cena rimane davvero all’interno della filiera regionale?

Una regione che avrebbe moltissimo da mettere nel piatto

La materia prima, almeno potenzialmente, non manca. La Calabria conta oggi 42 prodotti tra cibi e vini riconosciuti DOP e IGP, con un valore economico della filiera delle Indicazioni Geografiche stimato in circa 51 milioni di euro. A questi si aggiunge un patrimonio molto più ampio di Prodotti Agroalimentari Tradizionali, varietà locali, produzioni agricole, allevamenti e piccole trasformazioni disseminate nei territori.

Olio extravergine, salumi, formaggi, cipolle, agrumi, fichi, patate, legumi, peperoncino, prodotti ortofrutticoli, vini e conserve potrebbero costruire una carta nella quale il legame con la Calabria non sia soltanto gastronomico, ma anche economico.

Eppure avere produzioni locali non significa automaticamente riuscire a portarle nella cucina di un ristorante. Tra il campo e il tavolo servono quantità costanti, consegne regolari, prezzi sostenibili, organizzazione logistica e prodotti disponibili quando il ristoratore ne ha bisogno.

Il ristorante compra dove trova continuità

La ristorazione ha esigenze molto diverse da quelle di una famiglia che acquista direttamente dal produttore. Un locale con cento coperti deve poter ordinare ogni settimana quantità prevedibili, mantenere standard costanti e sapere che un ingrediente sarà disponibile anche durante i periodi di maggiore affluenza.

Il piccolo produttore calabrese, invece, può avere quantità limitate, produzioni stagionali e difficoltà nel garantire consegne frequenti. E così diventa più semplice rivolgersi a un grossista che, con un unico ordine, fornisce carne, ortaggi, formaggi, farina e altri prodotti provenienti da filiere nazionali o internazionali.

Non necessariamente per risparmiare. Molto spesso per avere certezza degli approvvigionamenti.

È uno dei nodi meno raccontati della filiera corta: per portare più Calabria nei ristoranti non basta chiedere ai cuochi di acquistare locale. Occorre mettere i produttori nelle condizioni di vendere alla ristorazione con organizzazione, aggregazione e continuità.

Cosa significa davvero scrivere “tipico” sul menù

Esiste poi un tema di comunicazione. Il consumatore tende facilmente ad associare espressioni come “cucina calabrese”, “menù del territorio” o “piatto tradizionale” all’origine locale degli ingredienti. Ma le due cose non coincidono necessariamente.

La normativa alimentare impone la tracciabilità lungo la filiera e stabilisce regole precise sulle informazioni fornite ai consumatori. Le indicazioni volontarie, inoltre, non devono essere ingannevoli o ambigue. Questo non significa però che un normale menù debba riportare sistematicamente il luogo di produzione di ogni singolo ingrediente utilizzato in cucina.

Di conseguenza, davanti a una pasta “della tradizione calabrese”, il cliente può conoscere la ricetta senza sapere necessariamente da dove arrivino la farina, il pomodoro o l’olio impiegati per prepararla.

La differenza emerge quando il ristorante decide volontariamente di indicare il produttore, la località, una DOP o una IGP, trasformando l’origine della materia prima in parte integrante del racconto del piatto.

DOP e IGP possono diventare una carta d’identità

Il patrimonio delle denominazioni calabresi offre proprio questa possibilità. Utilizzare e dichiarare correttamente prodotti certificati consente di rendere più concreto il riferimento territoriale. Non soltanto “formaggio calabrese”, quindi, ma una determinata produzione certificata; non genericamente “salume tipico”, ma un prodotto la cui filiera è definita da un disciplinare.

La Calabria dispone oggi di 22 prodotti agroalimentari DOP e IGP e di 20 vini a Indicazione Geografica. È una base importante sulla quale costruire una ristorazione capace di raccontare il territorio non solo attraverso i nomi delle ricette, ma anche attraverso ciò che entra materialmente nelle pentole.

Questo non significa trasformare ogni trattoria in una vetrina esclusivamente certificata. Significa, piuttosto, rendere riconoscibile ciò che è veramente locale.

Il chilometro zero assoluto non è sempre possibile

Pretendere che ogni ingrediente utilizzato in un ristorante calabrese provenga esclusivamente dalla Calabria sarebbe poco realistico. Ci sono prodotti che la regione non produce in quantità sufficienti, altri che hanno una stagionalità limitata e materie prime per le quali le filiere nazionali ed estere sono ormai strutturali.

La questione diventa quindi quella della proporzione. Quanto territorio può realisticamente entrare nel menù?

Un ristorante potrebbe acquistare localmente olio, vino, ortaggi di stagione, alcuni formaggi, salumi, legumi e carni, ricorrendo al mercato nazionale per ciò che non è disponibile. Un altro potrebbe costruire l’intera offerta principalmente sui grossisti e utilizzare la Calabria soprattutto come linguaggio gastronomico.

Entrambi possono proporre una ricetta tradizionale. Ma l’impatto economico sul territorio è completamente diverso.

Dal menù tipico al menù di filiera

È forse questo il passaggio che manca. Accanto al nome del piatto potrebbe diventare sempre più normale raccontare chi produce l’olio, da quale azienda arriva il formaggio, dove è stato allevato l’animale o in quale territorio sono state coltivate le verdure.

Non servirebbe riempire il menù di certificazioni. Basterebbe rendere visibile la filiera.

Perché un ristorante è anche uno degli ultimi anelli dell’economia agricola. Ogni volta che acquista una bottiglia, un formaggio, un ortaggio o un chilo di carne sceglie indirettamente quale sistema produttivo sostenere.

La Calabria ha costruito una parte importante della propria immagine turistica intorno al cibo. La sfida adesso è fare in modo che dietro quella narrazione ci siano sempre più agricoltori, allevatori, pescatori e trasformatori calabresi.

Altrimenti rischia di accadere qualcosa di paradossale: mangiare un piatto perfettamente calabrese per ricetta, storia e nome, nel quale però di calabrese, oltre alla cucina e al cuoco, rimane molto meno di quanto immaginiamo.