Uno dei tanti roghi calabresi
Uno dei tanti roghi calabresi

Il bosco in Calabria non è soltanto natura. È terra, legname, appalti, trasporti, energia e denaro. Per questo le dichiarazioni rilasciate a Calabria News 24 da Carlo Tansi, secondo il quale dietro alcuni incendi potrebbe nascondersi l’interesse per il taglio degli alberi danneggiati e la successiva vendita alle centrali a biomassa, meritano un approfondimento. Non una sentenza anticipata, né un’accusa generalizzata, ma una verifica fondata su atti istituzionali, inchieste giudiziarie e provvedimenti dei tribunali. Le carte confermano che la criminalità organizzata calabrese ha cercato di controllare pezzi importanti della filiera forestale. Non dimostrano, però, che ogni incendio o che i roghi attualmente in corso siano stati appiccati per alimentare quel sistema economico.

Il controllo dei boschi nelle carte della Dda

Un punto fermo arriva dall’operazione condotta nell’ottobre del 2022 dai Carabinieri del Comando provinciale di Crotone, dal Ros e dai militari della Tutela forestale di Cosenza, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.
L’indagine portò all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di 29 persone, mentre altre due risultavano inizialmente irreperibili. Durante la conferenza stampa, l’allora procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri parlò apertamente del controllo esercitato, secondo l’accusa, sui boschi della Presila, sul taglio degli alberi, sul trasporto del legname e sul conferimento del materiale alla centrale a biomasse di Cutro.

L’ipotesi investigativa andava oltre il semplice sfruttamento del patrimonio forestale. Nel cippato destinato alla produzione energetica sarebbero stati mescolati catrame, asfalto, copertoni, residui provenienti da lavorazioni autostradali e altri materiali estranei alla biomassa legnosa. Una filiera che, sempre secondo l’accusa, avrebbe unito controllo mafioso del territorio, attività imprenditoriali e traffico illecito di rifiuti.

Si tratta di contestazioni giudiziarie che devono essere valutate nei processi, ma il dato investigativo è rilevante: l’interesse delle organizzazioni criminali per i boschi calabresi e per il percorso economico del legname non è una semplice suggestione giornalistica.

Black Wood, il processo non è ancora concluso

Il procedimento denominato Black Wood riguarda proprio i presunti interessi della cosca di Mesoraca nella lavorazione del legname e nella centrale a biomasse di Cutro.

Nell’aprile del 2026 la pubblica accusa ha chiesto 31 condanne e 37 assoluzioni, alcune di queste ultime anche per intervenuta prescrizione. Secondo l’impostazione accusatoria, il cippato sarebbe stato ottenuto anche attraverso tagli indiscriminati nei boschi della Sila e successivamente mescolato con materiali di risulta e rifiuti. Sarebbero state utilizzate anche documentazioni e perizie ritenute false per attestare una diversa provenienza del materiale conferito agli impianti.

È necessario sottolineare un elemento decisivo: le richieste formulate dal pubblico ministero non equivalgono a una sentenza. Tutti gli imputati devono essere considerati innocenti fino a un eventuale pronunciamento definitivo. Proprio il numero delle assoluzioni chieste dalla stessa accusa dimostra quanto sia necessario distinguere le singole posizioni ed evitare qualsiasi automatismo.

Black Wood documenta comunque l’esistenza di un’indagine strutturata sul rapporto tra criminalità organizzata, sfruttamento dei boschi, trasporto del cippato e produzione di energia. Non documenta, almeno allo stato degli atti pubblicamente disponibili, che specifici incendi siano stati appiccati per procurare legname alle centrali.

Stige e Karpanthos, il potere criminale nelle aree montane

Anche l’operazione Stige ha mostrato la capacità delle cosche crotonesi di penetrare nell’economia legale e di imporre il proprio controllo su diversi settori. Nel novembre del 2025 la Cassazione ha reso definitive 19 condanne nei confronti di esponenti della cosca Farao-Marincola, confermando il nucleo dell’accusa relativo all’associazione mafiosa. La Suprema Corte ha però reso definitive anche numerose assoluzioni, comprese quelle di rappresentanti politici e imprenditori coinvolti nel procedimento.

Nel febbraio del 2026 la Direzione investigativa antimafia ha inoltre eseguito un sequestro finalizzato alla confisca per oltre 4,6 milioni di euro nei confronti di un imprenditore del Cosentino, definitivamente condannato per associazione mafiosa nell’ambito di Stige e indicato dagli investigatori come figura di riferimento delle cosche Farao-Marincola.

Il procedimento Karpanthos, invece, ha riguardato la presenza delle cosche Carpino e Cervesi nella Sila Piccola catanzarese. Nel febbraio del 2026 il giudice dell’udienza preliminare di Catanzaro ha emesso, nel processo celebrato con rito abbreviato, 42 condanne e otto assoluzioni. Secondo gli investigatori, le organizzazioni criminali avrebbero esercitato un forte condizionamento sul territorio e sul Comune di Cerva. Si tratta di una sentenza di primo grado, quindi non definitiva.

Questi procedimenti confermano il radicamento delle cosche nelle aree interne e montane. Non possono però essere utilizzati per sostenere, senza ulteriori riscontri, che gli incendi boschivi siano necessariamente parte delle medesime strategie criminali.

Il Piano regionale cita criminalità organizzata e vantaggi economici

A riconoscere ufficialmente la possibile presenza di interessi criminali dietro alcuni roghi è lo stesso Piano regionale per la prevenzione e la lotta attiva agli incendi boschivi 2026 della Regione Calabria.

Tra le possibili cause dolose, il documento indica l’intenzione di ottenere vantaggi dall’attivazione degli incendi, il rinnovo dei pascoli, la raccolta di prodotti successiva al passaggio del fuoco, le ritorsioni e i fattori connessi alla criminalità organizzata. Il Piano precisa inoltre che la quasi totalità degli incendi boschivi ha origine antropica, derivando da comportamenti dolosi oppure colposi.

I numeri descrivono una pressione enorme sul territorio. Dal 2004 alla fine del 2025 in Calabria sono stati censiti 18.712 incendi, che hanno interessato complessivamente oltre 227mila ettari, di cui quasi 162mila di superficie boscata. Sono dati ufficiali che impongono di considerare il fenomeno non soltanto come un’emergenza stagionale, ma come una questione ambientale, economica e investigativa permanente.

La legge, inoltre, non consente che il passaggio delle fiamme cancelli automaticamente i vincoli presenti sul territorio. L’articolo 10 della legge quadro sugli incendi boschivi stabilisce, tra l’altro, che le aree boscate e i pascoli percorsi dal fuoco non possano cambiare destinazione per almeno quindici anni.

Il collegamento con i roghi deve ancora essere dimostrato

Il quadro che emerge è grave, ma deve essere letto correttamente. Esistono inchieste e procedimenti che descrivono gli interessi della ’ndrangheta nel taglio boschivo, nel trasporto del legname, negli appalti forestali e nelle centrali a biomassa. Esistono documenti regionali che inseriscono il vantaggio economico e la criminalità organizzata tra i possibili moventi degli incendi dolosi.

Non esiste, invece, una prova generale che consenta di collegare automaticamente gli incendi che stanno devastando la Calabria alla produzione di biomassa. Ogni rogo ha una storia diversa e richiede un’indagine specifica sul punto di innesco, sulle tracce lasciate sul terreno, sulle persone presenti nell’area e sugli eventuali interessi economici successivi.

È proprio dopo lo spegnimento che dovrebbe iniziare una seconda attività investigativa: verificare chi possiede le aree bruciate, chi chiede l’autorizzazione alla rimozione degli alberi, quali imprese ottengono i lavori, chi trasporta il materiale, dove viene conferito e quanto denaro genera.

Per comprendere cosa si nasconde dietro le fiamme non basta osservare il bosco mentre brucia. Bisogna seguire il legname quando il fumo scompare. Solo fatture, autorizzazioni, pesature, contratti e flussi finanziari possono trasformare un sospetto in una prova. Fino ad allora, parlare di “mafia dei boschi” significa indicare un fenomeno investigativo reale, non attribuire senza riscontri la responsabilità di ogni incendio.