Smartphone e tempo vuoto: abbiamo dimenticato il valore dell’attesa
Tra notifiche e schermi sempre accesi, anche la noia sembra diventata qualcosa da evitare
C’è un signore anziano che cammina per strada. Lo fa con passo tranquillo, senza dare l’impressione di avere particolare fretta di arrivare da qualche parte. Passeggia, guarda ciò che ha intorno e, passando davanti alla propria abitazione, si sofferma per qualche istante a osservare l’erba alta cresciuta lungo il palazzo. Non sembra infastidito, non sembra avere bisogno di fotografarla o di raccontarla a qualcuno: semplicemente la guarda.
Poi riprende a camminare. Passano le automobili e lui le osserva, segue con gli occhi quello che accade sulla strada, fa qualche passo ancora e, quasi cambiando idea, torna indietro. Ricomincia il giro del palazzo, lentamente, come se quel percorso non fosse soltanto un modo per andare da un punto all’altro, ma un modo per stare dentro quel momento.
È una scena piccola, quasi invisibile. Eppure, osservandola bene, sembra raccontare molto più di quanto facciano tante fotografie del nostro tempo.
Perché quell’uomo non ha fretta di riempire il silenzio. Non cerca il telefono nella tasca, non apre WhatsApp, non scorre un video dopo l’altro per evitare che quei minuti restino vuoti. Sta semplicemente lì, dentro il tempo che gli è stato dato, guardando il mondo passare.
La capacità di stare dentro un momento
Forse è proprio questo che abbiamo perso: la capacità di stare dentro un momento senza sentire immediatamente il bisogno di riempirlo.
I numeri
I numeri raccontano una realtà ormai evidente. Secondo il 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, nel 2025 il 46,1% degli italiani tra i 16 e i 64 anni ha trascorso mediamente più di quattro ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative. Tra gli adolescenti di 16 e 17 anni la percentuale sale al 64,5% per chi trascorre più di quattro ore al giorno con lo smartphone.
E lo smartphone è ormai diventato un oggetto quasi inseparabile dalla quotidianità: secondo la Digital Consumer Trends Survey 2025 di Deloitte, è posseduto dal 95% degli adulti italiani e utilizzato quotidianamente dal 98%.
La risposta automatica alla noia
Non è una condanna della tecnologia, e sarebbe persino inutile provare a raccontarla in questi termini. Il telefono ci serve, ci connette, ci permette di lavorare, comunicare, informarci e, in molti casi, semplifica la nostra vita. Il problema nasce quando smette di essere uno strumento e diventa la risposta automatica a ogni momento di vuoto.
Aspettiamo qualcuno? Prendiamo il telefono. Siamo in fila? Scrolliamo. Siamo seduti da soli? Cerchiamo qualcosa da guardare. Abbiamo cinque minuti prima di un appuntamento? Li riempiamo. Persino l’attesa, che per secoli ha fatto parte della normalità dell’esistenza, oggi sembra diventata qualcosa da eliminare.
E forse è qui che la questione diventa più profonda, perché l’attesa non è soltanto il tempo che trascorre prima che accada qualcosa. L’attesa è anche desiderio, immaginazione, pazienza. È la capacità di comprendere che non tutto può essere immediato e che alcune cose acquistano valore proprio perché abbiamo dovuto aspettarle.
Dagli adulti ai bambini
Abbiamo invece costruito un mondo nel quale tutto deve accadere subito. La risposta deve arrivare immediatamente, il contenuto deve essere disponibile immediatamente, l’intrattenimento deve essere immediato. Basta un gesto del pollice per passare da una storia all’altra, da un video all’altro, da una notizia all’altra. Non c’è quasi più spazio per il tempo morto.
E quello che facciamo noi adulti lo stiamo consegnando, inevitabilmente, anche ai nostri figli.
Li vediamo crescere in un ambiente nel quale la noia viene percepita come un problema da risolvere e l’attesa come qualcosa da evitare. Se un bambino aspetta, gli diamo uno schermo. Se si annoia, cerchiamo qualcosa che lo intrattenga. Se resta fermo, gli proponiamo qualcosa da vedere.
Ma un bambino che si annoia non è necessariamente un bambino che sta perdendo tempo. Potrebbe essere un bambino che sta iniziando a inventare. Potrebbe osservare, fantasticare, costruire un gioco dal nulla. Potrebbe semplicemente imparare a stare con se stesso.
L’esposizione agli schermi nei giovani
Anche per questo i dati sull’esposizione agli schermi nei primi anni di vita dovrebbero farci riflettere. L’indagine 2025 dell’Istituto Superiore di Sanità rileva che il 14,6% dei bambini tra i 2 e i 5 mesi trascorre già del tempo davanti a televisione, computer, tablet o smartphone; nella fascia 11-15 mesi, la quota di bambini che passa almeno una o due ore al giorno davanti a uno schermo arriva, in alcune aree del Paese, fino al 36,5%.
Non si tratta di demonizzare uno strumento. Si tratta di capire quale rapporto vogliamo costruire con il tempo.
Perché forse la vera domanda non è quanto tempo passiamo davanti a uno schermo, ma che cosa abbiamo smesso di fare mentre quello schermo era acceso.
Abbiamo smesso di guardare le persone. Abbiamo smesso, qualche volta, di guardare la strada. Abbiamo smesso di sopportare il silenzio. Abbiamo smesso di aspettare. E abbiamo finito per confondere la velocità con la vita, come se vivere significasse necessariamente fare qualcosa, vedere qualcosa, produrre qualcosa, rispondere a qualcuno.
Quel signore anziano, invece, continua il suo giro
Guarda l’erba alta davanti casa, osserva le automobili, torna indietro e percorre ancora una volta il perimetro del palazzo. Non sta facendo nulla che possa diventare una notifica, un post o un video da condividere. Non sta producendo contenuti. Sta vivendo un momento.
Ed è forse questa la lezione più semplice che possiamo raccogliere da quella scena
Abbiamo bisogno di tornare ad aspettare. Di lasciare qualche spazio vuoto nelle nostre giornate. Di permettere ai bambini di annoiarsi e agli adulti di non avere sempre qualcosa da controllare. Di riscoprire il piacere di una passeggiata senza una destinazione, di una conversazione senza interruzioni, di qualche minuto trascorso semplicemente a guardare ciò che accade intorno a noi.
Perché la vita non è fatta soltanto degli eventi che riusciamo a catturare.
È fatta anche di quelli che lasciamo passare
E forse, in un’epoca nella quale abbiamo imparato a scorrere velocemente qualsiasi cosa, la vera forma di resistenza potrebbe essere tornare a fermarsi.
Non per prendere il telefono ma per guardare.