Antimafia in Calabria: tra vetrine e realtà
Associazioni antimafia, convegni, professori, magistrati, giornalisti e una produzione quasi industriale di libri sulla ’ndrangheta. Eppure chi denuncia racconta ancora troppo spesso solitudine e difficoltà. La domanda diventa inevitabile: accanto al
In Calabria ormai l’antimafia la trovi dappertutto. Nei convegni. Nei festival. Nei teatri. Nelle scuole. Sui social. Dentro le associazioni. Sui manifesti. Nelle fotografie con le autorità. Nelle prefazioni. Nelle quarte di copertina.
Manca poco e la troviamo pure sulla carta dei cioccolatini. Tutti contro la ’ndrangheta. Tutti esperti. Tutti pronti a spiegare come funziona.
Tutti capaci di raccontarci cosa dovrebbe fare lo Stato, cosa dovrebbe fare la politica, cosa dovrebbe fare l’imprenditore e persino cosa dovrebbe fare quello che riceve una richiesta estorsiva.
Poi arriva un imprenditore vero al quale chiedono il pizzo. E improvvisamente la sala sembra diventare molto più grande. È questa la contraddizione dalla quale bisognerebbe partire quando si parla di antimafia in Calabria.
Perché l’antimafia vera esiste. Ci sono associazioni che assistono concretamente le vittime, professionisti che lavorano senza riflettori, volontari che mettono la faccia nei territori complicati, giornalisti, magistrati, investigatori e amministratori che fanno semplicemente il proprio dovere senza trasformarlo in un mestiere da esibire. Negarlo sarebbe ingiusto.
Ma proprio perché questa antimafia esiste, bisogna cominciare a distinguerla dall’antimafia di rappresentanza.
Quella che sembra amare moltissimo il microfono e qualche volta un po’ meno il citofono di chi ha denunciato.
Chi denuncia la ’ndrangheta, dopo la fotografia resta spesso solo
Denunciare la ’ndrangheta non è una scena da film. Non finisce quando arrivano i Carabinieri. È lì che comincia tutto. L’imprenditore deve continuare a lavorare. Il commerciante deve rialzare la saracinesca. I figli devono continuare ad andare a scuola. I fornitori devono rispondere al telefono. Le banche devono continuare a concedere credito. I clienti devono avere il coraggio di entrare.
E una famiglia deve continuare a vivere. È questo il momento nel quale dovrebbe iniziare l’antimafia vera. Non il giorno della conferenza stampa. Sei mesi dopo. Due anni dopo. Cinque anni dopo. Quando le telecamere non ci sono più.
Le difficoltà vissute negli anni dai testimoni di giustizia non sono invenzioni giornalistiche. Sono state descritte anche nelle relazioni parlamentari: isolamento, problemi economici, difficoltà nel reinserimento lavorativo, sradicamento dai territori di origine, lungaggini burocratiche. Ed è qui che il grande slogan «non siete soli» deve superare l’esame della realtà. Perché scriverlo sopra uno striscione costa poco. Dimostrarlo costa molto di più.
Associazioni antimafia: il nome non può essere una patente morale
Poi ci sono le associazioni. Tante. Forse troppe perché nessuno possa più permettersi di fare domande. Sia chiaro: esistono realtà associative serissime, indispensabili, che fanno un lavoro quotidiano del quale spesso non parla nessuno. Ma la parola “antimafia” non può diventare una specie di certificato automatico di affidabilità morale. Mettere “legalità” nel nome di un’associazione non dovrebbe dispensare nessuno dalla trasparenza. Anzi. Dovrebbe imporne ancora di più.
Chi sono i dirigenti? Qual è il loro percorso? Quali attività vengono realmente svolte? Esistono contributi pubblici? Come vengono utilizzati? Quante vittime vengono accompagnate concretamente? Per quanto tempo? Quali risultati produce l’attività? Non è diffidenza. È trasparenza.
Perché se un’associazione pretende di insegnare alla società come si pratica la legalità, deve essere la prima disponibile a raccontare se stessa. Non bastano fotografie con prefetti, magistrati o comandanti. Non basta una sala comunale concessa per un convegno. Non basta una pagina social. L’antimafia non dovrebbe potersi autocertificare.
Il grande rito delle passerelle sulla legalità
Poi comincia il cerimoniale. La giornata della legalità. La settimana della legalità. Il premio per la legalità. Il convegno sulla legalità. Il seminario. La tavola rotonda. L’incontro nelle scuole. Foto. Applausi. Comunicato stampa. Ringraziamenti. Stretta di mano. E tutti a casa. Domanda: il giorno successivo cosa è cambiato? Perché il rischio è aver creato una specie di liturgia civile nella quale tutti recitano la parte giusta. Il magistrato racconta. Il professore analizza. Il politico promette. L’associazione testimonia. Il giornalista modera. Il pubblico applaude. La ’ndrangheta, nel frattempo, continua a fare il proprio mestiere. Ed è questa la parte meno divertente della storia. Dopo le associazioni arrivano i libri sulla ’ndrangheta Poi ci sono i libri. Tantissimi. La ’ndrangheta in Calabria ha ormai prodotto una bibliografia che potrebbe riempire biblioteche intere. Magistrati. Ex magistrati. Professori. Giornalisti. Investigatori. Politici. Avvocati. Studiosi. Ex amministratori. Testimoni. Tutti hanno una storia da raccontare. Ed è assolutamente legittimo.
Alcuni libri sulle mafie hanno avuto un valore culturale enorme. Hanno fatto conoscere fenomeni criminali ignorati per anni, ricostruito vicende importanti, dato voce alle vittime. Ma anche qui bisogna separare la conoscenza dalla rappresentazione. Perché sembra essersi creato un piccolo automatismo. Parte l’operazione. Arrivano gli arresti. Iniziano le udienze. Poi arriva il libro. Presentazione. Intervista. Festival. Firma copie. Nuova presentazione. Nuovo palco. E magari il processo non è neppure finito.
Prima il processo, poi possibilmente la storia
Questo dovrebbe essere il problema. Un procedimento penale può cambiare completamente nel corso degli anni. Un’accusa può cadere. Una condanna può essere cancellata. Un’assoluzione può ribaltare una ricostruzione che per anni era stata raccontata come verità definitiva. Lo stesso processo Rinascita Scott insegna quanto sia pericoloso confondere l’impostazione iniziale di un’inchiesta con il risultato finale del procedimento. Condanne. Assoluzioni. Riduzioni di pena. Annullamenti. Rinvii. Cassazione. La giustizia è complicata. La letteratura molto meno. Una sentenza può essere appellata. Un libro rimane nello scaffale.
E allora sarebbe utile chiedersi se raccontare troppo presto una storia giudiziaria non rischi, qualche volta, di consegnare al pubblico una versione destinata successivamente a essere modificata dai tribunali.
Perché magari il grande processo annunciato come definitivo si rivela, almeno per alcune posizioni, molto diverso da come era stato raccontato inizialmente. Ma intanto il libro è stato stampato.
L’antimafia editoriale e il rischio del personaggio
Esiste poi un altro fenomeno. Il personaggio antimafia. Lo riconosci facilmente. È sempre disponibile. Sempre invitato. Sempre fotografato. Sempre pronto a spiegare. Qualche volta il titolo professionale sembra diventare esso stesso garanzia di competenza assoluta. Professore. Magistrato. Giornalista. Studioso. Esperto. Naturalmente esistono professionisti di enorme valore in tutte queste categorie.
Ma essere professore non significa automaticamente conoscere la ’ndrangheta meglio di chi vive ogni giorno un territorio difficile. Aver scritto dieci libri sulla mafia non significa aver aiutato dieci vittime. Avere migliaia di follower non significa aver contrastato una cosca. Fare cinquanta presentazioni non equivale ad aver accompagnato un imprenditore in tribunale. Sono cose diverse. Dovremmo ricominciare a distinguerle.
Tutti esperti di ’ndrangheta, ma la ’ndrangheta continua ad avanzare
Ed eccoci davanti al paradosso più grande. Abbiamo associazioni antimafia. Festival antimafia. Osservatori antimafia. Libri antimafia. Professori esperti di mafia. Giornalisti esperti di mafia. Magistrati che raccontano la mafia. Politici che parlano di mafia. Convegni. Premi. Giornate della legalità. Eppure le indagini continuano a raccontarci una ’ndrangheta capace di muovere enormi interessi economici, infiltrarsi nell’economia legale, riciclare denaro, controllare territori e costruire relazioni ben oltre la Calabria. Allora una domanda bisognerà pure farla. Se siamo diventati tutti così bravi a raccontarla, perché continuiamo ad avere così tanti problemi nel fermarla? Forse perché conoscere la mafia e combatterla sono due cose diverse. E raccontare la mafia può essere importante. Ma non basta.
L’antimafia di vetrina contro l’antimafia reale
Il problema non sono i libri. Non sono le associazioni. Non sono i convegni. Il problema è quando gli strumenti diventano il fine. Quando l’associazione serve soprattutto per esistere pubblicamente. Quando il libro serve principalmente a costruire un personaggio. Quando il convegno diventa più importante del risultato. Quando l’apparizione televisiva vale più dell’assistenza concreta a una vittima. Quando l’antimafia smette di essere servizio e diventa posizionamento personale. È lì che qualcosa si rompe. Perché la legalità non può avere bisogno continuamente di una telecamera. E lo Stato cosa fa? Alla fine si torna inevitabilmente allo Stato. Dire che lo Stato è complice della ’ndrangheta, senza elementi concreti, sarebbe un’accusa irresponsabile. Ma esiste una domanda molto più interessante. Può l’inefficienza dello Stato finire per favorire indirettamente la ’ndrangheta? Quando un cittadino denuncia e resta schiacciato dalla burocrazia, chi vince? Quando un imprenditore perde clienti dopo aver parlato, quale messaggio riceve il collega che dovrebbe denunciare domani? Quando un processo dura anni e anni, chi beneficia di quella lentezza? Quando la politica seleziona male la propria classe dirigente, chi trova spazio? Quando un’amministrazione pubblica è debole, chi riesce a inserirsi? Non serve immaginare complotti. La mafia vive benissimo anche dentro i vuoti. Vuoti amministrativi. Vuoti politici. Vuoti economici. Vuoti sociali. E soprattutto dentro la paura di chi guarda ciò che è successo a quello che ha denunciato prima di lui.
Meno libri celebrativi, più persone accanto alle vittime
Forse allora bisognerebbe ricominciare dalle domande semplici. Vuoi fare antimafia? Perfetto. Chi hai aiutato? Non quanti convegni hai organizzato. Chi hai accompagnato in tribunale? A chi hai trovato assistenza legale? Chi hai aiutato a non chiudere l’azienda? Quale famiglia hai sostenuto quando la cronaca aveva smesso di interessarsene? Quante volte sei tornato quando non c’erano fotografi? Quanto denaro pubblico hai ricevuto e come lo hai utilizzato? Poi potremo parlare della presentazione. Del premio. Del festival. Del nuovo libro. Perché un libro può aspettare. Una vittima della ’ndrangheta no. Ed è forse questa la differenza definitiva tra antimafia reale e antimafia di vetrina. La seconda ha bisogno di pubblico. La prima spesso lavora quando non la vede nessuno. La seconda racconta la mafia. La prima prova concretamente a liberare qualcuno dalla mafia. E in Calabria, dopo decenni di arresti, processi, associazioni, libri e convegni, forse è arrivato il momento di cominciare a misurare l’antimafia non dal rumore che produce. Ma dai risultati.