Calabria sotto i riflettori: ancora una volta nel mirino dei media nazionali

Negli ultimi mesi la Calabria è finita sotto i riflettori nazionali quasi esclusivamente per fatti di cronaca, polemiche e tensioni. L’ultimo episodio riguarda l’inviato di Striscia la Notizia, Michele Macrì, impegnato in un’inchiesta sulla pesca illegale del “bianchetto”. Un servizio che ha acceso nuovamente l’attenzione su un comparto già in difficoltà e su un territorio che, ancora una volta, viene raccontato solo attraverso lo scontro.

Le aggressioni a Cirò Marina e Cariati

Dopo il primo episodio avvenuto a Cirò Marina, nel Crotonese, dove il cameraman sarebbe stato spinto in mare con la telecamera, la tensione è salita ulteriormente. A Cariati, nel Cosentino, l’inviato è stato nuovamente aggredito: microfono scaraventato a terra, insulti, minacce pesanti. “Ti ammazzo, sei un mafioso di merda”, sarebbe stata una delle frasi pronunciate durante il parapiglia.

Scene che non fanno bene a nessuno. Né all’informazione, né ai pescatori, né alla Calabria.

Il contesto: maltempo e crisi del comparto

Ma è proprio qui che occorre fermarsi un attimo e allargare lo sguardo. È giusto raccontare eventuali irregolarità. È doveroso denunciare ciò che non funziona. Ma è altrettanto necessario evitare che un’intera regione venga dipinta come un far west permanente.

La Calabria arriva da settimane di maltempo violento, mareggiate, danni alle infrastrutture portuali, giornate intere senza poter uscire in mare. Per molti pescatori significa zero incassi, spese che continuano a correre, famiglie da mantenere. In un contesto del genere, la pressione economica e psicologica è altissima.

La questione del “bianchetto” tra regole e sopravvivenza

La pesca del “bianchetto” è materia complessa: normative stringenti, periodi di fermo, autorizzazioni, controlli. C’è chi sostiene la necessità di maggiori tutele ambientali, supportato anche dal parere di biologi marini che invitano alla prudenza per la salvaguardia dell’ecosistema. E c’è chi, tra i pescatori, chiede semplicemente di poter lavorare nel rispetto di regole chiare, sostenibili e realistiche.

La domanda, allora, è un’altra: cosa devono fare i pescatori? Restare fermi mentre il mare è chiuso dal maltempo? Accettare che ogni riflettore acceso diventi un processo mediatico? Sentirsi marchiati come criminali a prescindere?

Difendere il lavoro senza giustificare gli abusi

Difendere il lavoro non significa giustificare eventuali illegalità. Ma significa riconoscere che dietro ogni barca c’è una storia, una famiglia, un’economia fragile. Significa anche pretendere che il racconto nazionale non trasformi un problema specifico in un’etichetta collettiva.

La Calabria non è solo cronaca nera o tensione. È una terra che vive di mare, di sacrifici e di mestieri antichi. Se ci sono abusi, vanno perseguiti. Se ci sono regole da far rispettare, si faccia con equilibrio. Ma trasformare un’inchiesta in una narrazione generalizzata rischia di colpire chi, ogni giorno, prova semplicemente a lavorare onestamente.

E forse, prima di puntare il dito, bisognerebbe anche ascoltare di più.