Cosentini: «Xylella, la Calabria non può aspettare. Sui 15 milioni nessuno dica che bastano»
Il direttore regionale di Coldiretti Calabria affronta i nodi più caldi dell’agricoltura: dal focolaio di Taurianova alle proteste spontanee, dal caro carburante ai rapporti con la politica. «La rappresentanza va conquistata ogni giorno. I 15 milioni

Xylella, caro carburante, proteste degli agricoltori, ristori, rapporti con la politica e squilibri lungo la filiera. Francesco Cosentini, direttore regionale di Coldiretti Calabria, affronta senza sottrarsi alcuni dei temi più delicati che stanno attraversando in queste settimane il mondo agricolo calabrese. Il primo fronte è quello fitosanitario. Il focolaio di Xylella fastidiosa subsp. pauca individuato a Taurianova, con sette ulivi risultati positivi, ha fatto scattare le misure regionali di eradicazione, monitoraggio e delimitazione delle aree interessate. Coldiretti ha riconosciuto la tempestività dell’intervento, ma per Cosentini il vero banco di prova sarà la capacità di garantire controlli continui e, qualora fossero necessari abbattimenti, ristori capaci di coprire non soltanto il valore delle piante ma anche perdita di reddito e tempi necessari per tornare a produrre. Ma l’intervista entra anche nel cuore delle proteste che stanno attraversando la Calabria. Trattori in strada, presidi e mobilitazioni spontanee pongono inevitabilmente una domanda anche alle grandi organizzazioni agricole: gli agricoltori si sentono ancora rappresentati? Cosentini riconosce che nessuna associazione può considerare acquisita per sempre la fiducia delle imprese, ma respinge una lettura dell’agricoltura calabrese esclusivamente come settore in ginocchio. Accanto alle aziende in difficoltà, sostiene, esiste infatti una parte del comparto che continua a investire e a programmare il futuro. Sul tavolo c’è poi lo stanziamento regionale da 15 milioni di euro contro il caro carburante, giudicato da Coldiretti una prima risposta ma non sufficiente a fronte di una crisi che, secondo l’organizzazione, richiede interventi anche nazionali ed europei. Il punto, per Cosentini, sarà soprattutto stabilire come distribuire le risorse e come evitare che sostegni limitati si disperdano senza incidere realmente sui costi delle aziende. Il confronto si fa inevitabilmente politico. Coldiretti rivendica la propria autonomia da governi e schieramenti e sostiene di voler valutare ogni provvedimento esclusivamente sulla capacità di dare risposte alle imprese. Sullo sfondo resta anche il dibattito nato dopo le dichiarazioni della sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, che il 2 ottobre ha riferito di segnalazioni su possibili infiltrazioni nelle proteste, precisando al tempo stesso la necessità di distinguere tali eventuali fenomeni dalla grande maggioranza degli agricoltori che manifestano legittimamente. Infine, il nodo più antico: perché chi produce continua spesso a essere l’anello più debole della filiera? Tra importazioni, pratiche commerciali, prezzi riconosciuti all’origine e crescita dei costi, Cosentini rivendica le battaglie di Coldiretti sulla trasparenza e sul Made in Italy, ma ammette che il problema è tutt’altro che risolto. Ne emerge il quadro di un’agricoltura sospesa tra emergenze immediate e necessità strutturali, nella quale protestare non basta più: la sfida è trasformare il disagio delle imprese in provvedimenti capaci di incidere realmente su reddito, investimenti e futuro delle aziende calabresi.

Il focolaio di Xylella individuato a Taurianova ha interessato sette ulivi risultati positivi e ha portato alla delimitazione di una zona infetta e di una fascia cuscinetto. Coldiretti ha apprezzato la tempestività della Regione, ma possiamo davvero dire che la Calabria fosse preparata a questa emergenza? E se dovessero essere imposti abbattimenti, chi garantirà agli agricoltori ristori rapidi e realmente adeguati al danno subito?
La tempestività con cui la Regione è intervenuta dopo l'individuazione del focolaio è certamente un elemento positivo, ma sarebbe sbagliato confondere una risposta tempestiva con la certezza di essere pienamente preparati ad affrontare un'emergenza di questa portata. La Xylella è una minaccia estremamente seria per l'olivicoltura calabrese e l'esperienza della Puglia ci insegna quanto possano essere devastanti le conseguenze di un intervento tardivo o di un sistema di prevenzione insufficiente. Per questo Coldiretti ha chiesto fin dall'inizio un'organizzazione straordinaria del monitoraggio, il potenziamento dei laboratori, personale adeguato, tempi rapidi per le analisi e procedure certe per gli eventuali interventi di eradicazione. La tempestività non deve riguardare soltanto i primi provvedimenti, ma tutta la gestione dell'emergenza. Sugli abbattimenti la nostra posizione è chiara: quando sono necessari per impedire la diffusione del batterio, devono essere eseguiti rapidamente. Ma non è pensabile che il costo economico della tutela dell'intero patrimonio olivicolo regionale venga scaricato sulle singole aziende coinvolte. Servono risorse certe, procedure semplici e ristori tempestivi che tengano conto non soltanto del valore delle piante eliminate, ma anche della perdita di reddito, dei costi di reimpianto e degli anni necessari per tornare a produrre. Su questo vogliamo essere altrettanto chiari: tutto ciò che è stato riconosciuto alla Puglia per fronteggiare l'emergenza Xylella, in termini di sostegni alle imprese, indennizzi, investimenti per il ripristino del potenziale produttivo e risorse per il rilancio dell'olivicoltura, deve poter essere riconosciuto anche alla Calabria, naturalmente in relazione alle effettive dimensioni e conseguenze dell'emergenza. Non possono esserci agricoltori di serie A e agricoltori di serie B di fronte alla stessa calamità fitosanitaria. La Calabria deve poter contare sugli stessi strumenti di tutela e sulla medesima attenzione istituzionale riservata alla Puglia, senza attendere che il problema assuma dimensioni drammatiche. La difesa fitosanitaria e quella economica delle imprese devono procedere insieme. Su questo continueremo a incalzare la Regione e il Governo.
Da giorni vediamo trattori sulle strade, presidi e aziende che denunciano costi diventati insostenibili. Una parte di questa mobilitazione nasce da movimenti spontanei, fuori dalle tradizionali organizzazioni agricole. È anche il segnale che molti agricoltori non si sentono più sufficientemente rappresentati dalle associazioni di categoria, Coldiretti compresa?
Quando un agricoltore porta il trattore in strada significa che sta vivendo una difficoltà reale e sente il bisogno di renderla visibile. Sarebbe un errore sottovalutare quel disagio o liquidarlo come una semplice contestazione alle organizzazioni di rappresentanza. Non possiamo, però, ignorare il contesto internazionale nel quale queste difficoltà si sono aggravate. Viviamo una fase segnata da guerre e tensioni geopolitiche che stanno producendo conseguenze pesantissime sull'economia e, in particolare, sull'agricoltura. Il conflitto in Ucraina, le crisi in Medio Oriente e l'instabilità dei mercati energetici incidono sui prezzi del petrolio, del gas, dei fertilizzanti, dell'energia elettrica e dei trasporti. Sono aumenti che le imprese agricole subiscono senza avere alcuna possibilità di governarli e che spesso non riescono a trasferire sui prezzi di vendita dei propri prodotti.
È questa la contraddizione più grave: agli agricoltori viene chiesto di continuare a produrre cibo di qualità, rispettando regole sempre più impegnative, mentre i costi crescono per ragioni internazionali e i ricavi non aumentano nella stessa misura, quando addirittura diminuiscono. Di fronte a una situazione così straordinaria servono risposte altrettanto straordinarie, non soltanto regionali, ma soprattutto nazionali ed europee. Perché non possiamo pensare che siano le singole imprese agricole a sopportare da sole il peso economico delle guerre e delle crisi internazionali. Le mobilitazioni spontanee sono anche un segnale che dobbiamo ascoltare, perché nessuna organizzazione può considerare acquisita una volta per tutte la fiducia degli agricoltori. La rappresentanza va conquistata e confermata ogni giorno. C'è però un'altra considerazione che ritengo fondamentale. L'immagine dell'agricoltura che viene proposta attraverso queste proteste non rappresenta tutta l'agricoltura calabrese. Esiste certamente un'agricoltura in difficoltà, che soffre per l'aumento dei costi e per prezzi di vendita spesso insufficienti. Ma esiste anche un'agricoltura che investe, innova, cresce e guarda al futuro. E non si tratta di un'affermazione generica. Lo dimostrano i numeri della partecipazione ai recenti bandi regionali. Con il bando CSR per il primo insediamento sono stati ammessi al finanziamento 445 giovani agricoltori. Il bando per il comparto olivicolo ha registrato circa 940 domande, per 75 milioni di euro di contributi richiesti. Quello per la meccanizzazione agricola ha raccolto circa 1.500 domande, per ben 120 milioni di euro di contributi richiesti. Sono numeri significativi, che raccontano una Calabria agricola dinamica, fatta di imprenditori che, pur conoscendo le difficoltà del momento, continuano a credere nel proprio lavoro e sono pronti a investire, innovare e assumersi nuovi rischi.
Naturalmente, presentare una domanda di finanziamento non significa aver già realizzato l'investimento, ma dimostra una volontà concreta di crescita.
Non possiamo consentire che l'immagine dell'agricoltura calabrese venga ridotta esclusivamente a quella di un settore in ginocchio, senza prospettive e senza capacità di reagire. Sarebbe una rappresentazione parziale, che non rende giustizia alle tante imprese che stanno costruendo il futuro dell'agricoltura regionale.
Il nostro compito è rappresentare entrambe queste realtà: sostenere chi è in difficoltà e creare le condizioni perché chi vuole investire possa continuare a farlo.
Dobbiamo però avere anche la lucidità di leggere il contesto nel quale queste proteste si sviluppano. Siamo ormai entrati in una fase preelettorale e sarebbe ingenuo non considerare il rischio che difficoltà oggettive e preoccupazioni autentiche degli agricoltori possano essere strumentalizzate da chi intravede nella visibilità offerta dalle manifestazioni un'opportunità di affermazione personale o politica.
Questo non significa mettere in discussione la buona fede delle tante persone che manifestano per difendere il proprio lavoro. Significa, al contrario, tutelare le loro ragioni da chi potrebbe utilizzarle per finalità diverse.
C'è poi un altro aspetto che non possiamo ignorare. La sottosegretaria all'Interno Wanda Ferro, con una nota pubblica del 2 ottobre, ha riferito di segnalazioni relative a possibili infiltrazioni, in alcune circostanze anche riconducibili alla criminalità organizzata. Ha inoltre richiamato l'attenzione sulla visibilità mediatica ottenuta da soggetti condannati per reati ambientali, truffe o altri reati.
Si tratta di dichiarazioni che, provenendo da un rappresentante del Ministero dell'Interno, meritano attenzione e i necessari approfondimenti da parte delle autorità competenti. Naturalmente, questo non significa mettere in discussione la legittimità delle proteste né la buona fede della grande maggioranza degli agricoltori che manifestano per difendere il proprio lavoro.
Al contrario, proprio perché il disagio è autentico, dobbiamo evitare che venga strumentalizzato per finalità estranee agli interessi delle imprese agricole.
Esiste una differenza tra esprimere una protesta, che è assolutamente legittima, e costruire le condizioni perché quella protesta produca risultati. Per ottenere provvedimenti servono proposte, dati, competenze tecniche, confronto istituzionale e, quando necessario, mobilitazioni organizzate.
Coldiretti non ha mai rinunciato alla piazza. Lo abbiamo dimostrato a Bruxelles, a Strasburgo, a Roma e in Calabria. E proprio in questi giorni abbiamo accompagnato con una mobilitazione davanti al Consiglio regionale il percorso che ha portato allo stanziamento di 15 milioni di euro per il caro carburanti.
La nostra iniziativa non si è fermata alla richiesta di risorse alla Regione. Abbiamo chiesto anche che la Calabria solleciti, attraverso il Governo, una risposta straordinaria dell'Unione europea, analoga per impostazione a quella adottata durante la pandemia. Perché una crisi internazionale non può essere affrontata soltanto con risorse regionali.
Ma la rappresentanza non può esaurirsi nella protesta. Deve continuare il giorno dopo, quando bisogna scrivere un provvedimento, trovare le risorse, verificarne l'attuazione e fare in modo che i benefici arrivino davvero alle aziende.
Non abbiamo alcuna difficoltà a riconoscere che dobbiamo migliorare continuamente anche nella comunicazione con i nostri soci. Spesso otteniamo risultati importanti senza riuscire a trasferirne adeguatamente il valore.
Il nostro compito non è competere con chi protesta per stabilire chi alza di più la voce, ma trasformare le ragioni della protesta in soluzioni concrete, mantenendo sempre al centro gli interessi autentici degli agricoltori.
Unirsi a chi ti accusa non è proponibile. Il confronto deve restare fermo, trasparente e rispettoso dei ruoli. La nostra risposta non può essere una contrapposizione sterile, ma il lavoro concreto per sostenere le imprese in difficoltà e accompagnare quelle che vogliono crescere.
In questa direzione è già in fase di preparazione un nuovo bando regionale per il primo insediamento dei giovani agricoltori. È un segnale preciso: accanto alle misure necessarie per affrontare l'emergenza, continuiamo a investire nel ricambio generazionale e nel futuro dell'agricoltura calabrese.

Il Consiglio regionale ha stanziato 15 milioni di euro contro il caro carburante, mentre gli stessi manifestanti hanno definito la misura una “goccia nel mare”. Coldiretti considera questo intervento davvero sufficiente? E soprattutto, quali criteri dovrebbero essere utilizzati per evitare contributi a pioggia e fare arrivare le risorse alle aziende che stanno realmente rischiando di chiudere?
Nessuno può sostenere che 15 milioni di euro siano sufficienti a compensare tutte le difficoltà che le imprese agricole stanno affrontando. Sarebbe poco credibile affermarlo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare irrilevante uno stanziamento di questa dimensione, ottenuto in tempi rapidi e destinato ad alleggerire un costo che sta incidendo pesantemente sui bilanci aziendali.
Per noi è una prima risposta concreta, non la soluzione definitiva. E proprio perché le risorse sono limitate, il modo in cui verranno utilizzate sarà decisivo.
Va chiarito, inoltre, che i 15 milioni stanziati non sono risorse destinate esclusivamente all'agricoltura. Per quanto riguarda il comparto agricolo, noi abbiamo chiesto uno stanziamento di 4 milioni di euro: una somma che sarebbe sufficiente a ridurre il prezzo del carburante agricolo agevolato al di sotto di 1 euro per litro per gli utenti UMA che presentano domanda alla Regione Calabria, come avveniva prima della crisi. L'obiettivo è mettere le imprese nelle condizioni di continuare a produrre cibo sano da offrire ai cittadini italiani.
La priorità deve essere riconoscere il sostegno alle imprese agricole effettivamente attive, sulla base di parametri oggettivi e verificabili, a partire dai consumi di carburante agricolo agevolato risultanti dal sistema UMA, dalle assegnazioni e dalle caratteristiche produttive delle aziende.
Dobbiamo evitare meccanismi burocratici che ritardino l'erogazione dei contributi e garantire che le risorse raggiungano rapidamente chi sostiene realmente i costi.
Naturalmente il carburante è soltanto una parte del problema. Restano il costo dell'energia, dei fertilizzanti, degli altri mezzi tecnici e le difficoltà di mercato.
Parallelamente, abbiamo chiesto alla Regione Calabria di prevedere, utilizzando risorse CSR, un intervento per contrastare il caro concimi a favore di tutte le produzioni non contemplate dal decreto ministeriale che ha introdotto il credito d'imposta. Anche su questo fronte è necessario garantire un sostegno concreto alle imprese agricole che stanno affrontando aumenti dei costi non più sostenibili.
Dobbiamo anche essere consapevoli che la dimensione internazionale della crisi richiede risorse e strumenti che vanno ben oltre le possibilità finanziaria di una singola Regione. Se l'aumento del costo dei carburanti e dei fertilizzanti è determinato anche dalle guerre e dagli squilibri dei mercati mondiali, non possiamo pensare che siano soltanto i bilanci regionali a farsene carico.
Proprio per la dimensione internazionale della crisi, abbiamo chiesto alla Regione Calabria di farsi promotrice, nei confronti del Governo nazionale e delle istituzioni europee, della richiesta di attivare un pacchetto straordinario di misure a sostegno dell'agricoltura, sul modello di quanto già avvenuto durante la pandemia.
Allora, di fronte a una situazione eccezionale, furono introdotti strumenti altrettanto eccezionali: moratorie sui mutui, interventi straordinari per le filiere in crisi, misure per sostenere la liquidità delle imprese e strumenti di flessibilità nell'utilizzo delle risorse pubbliche.
Oggi le cause della crisi sono diverse, ma gli effetti sui bilanci delle aziende agricole rischiano di essere altrettanto pesanti. Le guerre e le tensioni internazionali stanno determinando aumenti dei costi di carburanti, energia, fertilizzanti e trasporti che le imprese non possono governare e che spesso non riescono a recuperare attraverso i prezzi di vendita.
Per questo riteniamo necessario che l'Unione europea intervenga con risorse aggiuntive e strumenti straordinari, capaci di compensare almeno in parte gli aumenti dei costi di produzione, sostenere la liquidità e salvaguardare le filiere maggiormente esposte.
Non partiamo da zero. Accanto ai 15 milioni regionali per il caro carburanti, ci sono gli interventi previsti dal disegno di legge Coltiva Italia per olivicoltura e zootecnia e le opportunità offerte dai bandi regionali per i giovani, l'innovazione e la competitività delle aziende.
Sono strumenti importanti, ma rispondono a esigenze differenti: gli investimenti strutturali servono a costruire l'agricoltura di domani, mentre le misure straordinarie che chiediamo all'Unione europea servono a impedire che le imprese vengano messe in ginocchio oggi dagli effetti economici delle guerre.
I 15 milioni stanziati dalla Regione rappresentano quindi una prima risposta concreta, ma non possono essere considerati la soluzione a una crisi che ha origini e dimensioni internazionali. Occorre che anche il Governo e l'Unione europea assumano iniziative proporzionate alla gravità della situazione.
I 15 milioni sono un risultato da cui partire, non un motivo per dichiarare conclusa la nostra iniziativa sindacale.
Coldiretti Calabria ha spesso riconosciuto positivamente alcuni interventi della Regione e del Governo. Ma un’organizzazione che rappresenta gli agricoltori deve anche essere pronta a entrare in conflitto con la politica quando le risposte non arrivano. Vi sentite completamente liberi di contestare Regione e Governo, indipendentemente dal colore politico di chi amministra, oppure il rapporto con le istituzioni rischia qualche volta di rendere meno incisiva la protesta?
La nostra autonomia non è negoziabile. Coldiretti non è un'organizzazione collaterale a un partito o a uno schieramento politico. Rappresentiamo gli interessi delle imprese agricole e su questi misuriamo il nostro rapporto con qualsiasi Governo e qualsiasi amministrazione regionale.
Non giudichiamo un provvedimento sulla base di chi lo propone, ma sulla sua capacità di rispondere ai problemi degli agricoltori. Quando una misura è positiva, abbiamo il dovere di riconoscerlo. Quando è insufficiente, dobbiamo chiedere di più. Quando è sbagliata, abbiamo il dovere di contrastarla.
E gli esempi concreti non mancano. Basti pensare alla durissima battaglia che Coldiretti ha condotto contro le politiche dell'ex vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, quando, in nome di un ambientalismo ideologico, si proponevano misure che avrebbero penalizzato la produzione agricola senza tenere adeguatamente conto della sostenibilità economica delle imprese.
Una conflittualità che non si è certo esaurita con Timmermans. Abbiamo assunto posizioni altrettanto ferme nei confronti della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dei tecnocrati di Bruxelles, contestando apertamente le scelte sulla futura Politica agricola comune, il tentativo di ridimensionarne le risorse e di farle confluire in un fondo unico, nonché la gestione degli accordi commerciali internazionali senza adeguate garanzie di reciprocità.
Non ci siamo limitati ai comunicati stampa. Abbiamo portato migliaia di agricoltori nelle piazze di Bruxelles e Strasburgo, contestando direttamente le scelte delle istituzioni europee. E abbiamo continuato a farlo anche quando quelle stesse istituzioni erano guidate da esponenti politici appartenenti a famiglie politiche vicine a quelle che governano in Italia.
Questa è la dimostrazione che Coldiretti non guarda alle appartenenze politiche, ma ai contenuti delle decisioni e alle loro conseguenze sulle imprese agricole.
Credo che ci sia un equivoco da superare: l'autonomia di un'organizzazione non si misura dal numero di polemiche che riesce ad alimentare contro le istituzioni. Si misura dalla libertà con cui avanza le proprie proposte, dalla determinazione con cui le sostiene e dalla capacità di ottenere risultati senza rinunciare alle proprie posizioni.
Il confronto istituzionale non è una forma di subordinazione. È uno degli strumenti attraverso cui esercitiamo la rappresentanza. Naturalmente, se il confronto non produce risposte, la mobilitazione diventa necessaria.
Non abbiamo bisogno di essere contro qualcuno per dimostrare di essere dalla parte degli agricoltori. Ma non abbiamo neppure alcuna difficoltà a entrare in conflitto con chiunque, quando sono in gioco il reddito, il lavoro e il futuro delle nostre imprese.
Gli agricoltori denunciano una situazione paradossale: carburante, energia e mezzi tecnici aumentano, mentre in alcune filiere il prezzo riconosciuto al produttore diminuisce. Coldiretti denuncia da tempo speculazioni e importazioni che comprimono i prezzi, soprattutto nell’olio e nel grano. Ma dopo anni di battaglie, perché il produttore continua a essere l’anello più debole della filiera? E quali risultati concreti può rivendicare oggi Coldiretti su questo fronte?
Il produttore continua troppo spesso a essere l'anello debole della filiera perché il valore economico e il potere contrattuale non sono distribuiti in maniera equilibrata. Gli agricoltori sostengono i rischi della produzione, quelli climatici e quelli legati all'aumento dei costi, ma raramente hanno la forza di determinare il prezzo del proprio prodotto.
Questo squilibrio non si corregge con un singolo provvedimento. Richiede interventi sulle regole del mercato, sulla trasparenza, sui controlli, sull'origine dei prodotti e sulle pratiche commerciali sleali.
Su quest'ultimo fronte Coldiretti può rivendicare una scelta particolarmente significativa: abbiamo denunciato il gruppo Lactalis per le modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali applicate agli allevatori. Una denuncia che ha portato l'ICQRF ad accertare violazioni della normativa sulle pratiche sleali.
Non è una questione secondaria. Significa dimostrare che anche un grande gruppo industriale può essere chiamato a rispondere del proprio comportamento nei confronti degli agricoltori. E continuiamo a segnalare alle autorità competenti altre anomalie che riscontriamo nelle diverse filiere.
Sull'olio abbiamo chiesto maggiori controlli sulle importazioni, negli stabilimenti di trasformazione e imbottigliamento e sugli scaffali della grande distribuzione. Abbiamo inoltre sollecitato strumenti di liquidità per consentire ai frantoi di acquistare olive italiane e agli olivicoltori di non essere costretti a vendere sotto la pressione delle necessità finanziarie.
L'intervento annunciato da 40 milioni di euro a tasso zero per i frantoi rappresenta una risposta in questa direzione, anche se la sua efficacia dovrà essere misurata sulla capacità di sostenere concretamente l'acquisto e la valorizzazione delle olive italiane.
Un altro passaggio importante è rappresentato dal disegno di legge Coltiva Italia, che contiene misure strategiche per il rafforzamento delle principali filiere produttive nazionali.
Parliamo di un provvedimento che prevede oltre un miliardo di euro di risorse, con 300 milioni destinati all'olivicoltura, per il rinnovo degli impianti, il recupero del potenziale produttivo e il rafforzamento della competitività, e importanti interventi per il comparto zootecnico, con l'obiettivo di sostenere gli allevamenti italiani e ridurre la dipendenza dalle importazioni.
Ma c'è un aspetto che considero altrettanto importante: il rafforzamento degli strumenti di controllo e tracciabilità delle produzioni agroalimentari, anche attraverso l'utilizzo di tecniche analitiche innovative e la costruzione di una banca dati dei controlli.
È una battaglia sulla quale Coldiretti insiste da anni. Non possiamo consentire che prodotti di origine estera, attraverso operazioni commerciali o trasformazioni che ne rendono poco riconoscibile la provenienza, acquisiscano agli occhi del consumatore un'identità italiana che non corrisponde alla realtà.
Contrastare i trafficanti del falso Made in Italy non significa soltanto tutelare un marchio o difendere una denominazione. Significa proteggere il reddito degli agricoltori che producono rispettando le regole italiane ed europee e garantire ai cittadini informazioni trasparenti sull'origine di ciò che acquistano.
Le risorse sono importanti, ma lo sono altrettanto le regole. Perché possiamo anche sostenere gli investimenti delle imprese agricole, ma se poi il mercato continua a penalizzare chi produce autentico Made in Italy, rischiamo di vanificare una parte degli sforzi compiuti.
Naturalmente, sarà necessario seguire il completamento dell'iter legislativo e soprattutto verificare che le misure previste diventino rapidamente operative e accessibili alle imprese.
C'è poi un risultato che considero strategico e che viene spesso sottovalutato: la vendita diretta e il progetto Campagna Amica.
Abbiamo contribuito a costruire per migliaia di aziende, soprattutto piccole, un rapporto diverso con il mercato, consentendo loro di valorizzare direttamente i prodotti e trattenere una quota maggiore del valore. E abbiamo avvicinato i cittadini all'agricoltura, accrescendo l'attenzione verso origine, qualità e lavoro dei produttori.
Campagna Amica non rappresenta soltanto una possibilità commerciale in più per le aziende agricole. Ha contribuito a costruire un'immagine positiva dell'agricoltura italiana, a far conoscere il lavoro degli agricoltori e a rafforzare un rapporto di fiducia con i cittadini. Un patrimonio che produce benefici anche per le imprese che non partecipano direttamente alla vendita nei mercati contadini.
Ma non voglio sostenere che il problema sia risolto. Se ancora oggi un agricoltore vede crescere i costi e diminuire il prezzo riconosciuto al proprio prodotto, significa che c'è ancora molto da fare.
La nostra battaglia è spostare il peso dei controlli e delle responsabilità lungo tutta la filiera, non lasciarlo concentrato su chi produce. Vogliamo che il mercato riconosca il valore del prodotto italiano e che il prezzo corrisposto all'agricoltore sia compatibile con i costi sostenuti e con una giusta remunerazione del suo lavoro.
Perché non può esserci un'agricoltura economicamente sostenibile se chi produce il cibo non riesce a vivere dignitosamente del proprio lavoro.